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Uno sguardo sugli anni Cinquanta e Sessanta

L’Italia, che era uscita sconfitta dalla Seconda Guerra Mondiale, e quindi aveva subìto gravissimi danni, andava, tuttavia, compiendo l’opera di ricostruzione; avviava anche un processo di industrializzazione, con il quale riuscirà ad accrescere la propria economia, sino a pervenire al cosiddetto “miracolo economico”.

Questo, nel quinquennio 1959 - 1963, ebbe un ulteriore balzo in avanti, con l’incremento della produzione e del commercio indirizzato verso i Paesi aderenti al Mercato Comune Europeo (M. E. C.), unione doganale e d’integrazione economica, costituita nel 1957.

Significativo era il sempre crescente numero delle automobili in circolazione e, di riflesso, degli italiani che conseguivano la patente di guida: dai 358 mila del 1958, essi erano passati a un milione e 250 mila nel 1962.

Ripetuta ed amplificata dai crescenti mezzi della comunicazione di massa, la pubblicità influenzava sempre più gli atteggiamenti riguardo ai consumi, influendo così anche sulle abitudini e sul costume.

Si verificava un esteso esodo dai campi, in specie da quelli collinari e montani, e dai borghi, da parte di agricoltori e di piccoli artigiani, che erano attratti dal lavoro nell’edilizia, in espansione a causa dell’urbanesimo, nel terziario, nelle fabbriche.

Ma quella delle famiglie che andavano a vivere nelle periferie, sviluppatesi in maniera per lo più disordinata, era un’esistenza priva della stabilità basata su consistenti legami di parentela, di spirito solidaristico, di tradizioni, propria dei piccoli centri abbandonati.

La fabbrica era il luogo in cui l’operaio subiva maggiormente l’oppressione della tecnocrazia. Troppe volte l’uomo rischiava di diventare una ruota degli ingranaggi d’una grande macchina, una semplice unità produttiva. Ci furono scrittori che analizzarono il rapporto uomo-fabbrica, nelle situazioni, spesso drammatiche, del lavoro prolungato alla catena di montaggio, del supersfruttamento, della discriminazione politica, della lotta sindacale, del licenziamento, dello sciopero e infine dell’alienazione …

Ottiero Ottieri 1 fece il tentativo di contatto con il difficile mondo del lavoro, vivendone la condizione dall’interno e in zone calde del Mezzogiorno. Anche l’urbinate Paolo Volponi aiutò a comprendere (con il romanzo “Memoriale” del 1961) come fosse difficile il rapporto tra la fabbrica e le esigenze umane degli operai.

Tra gli intellettuali si affacciò, e si diffuse, la figura nuova dell’intellettuale-tecnico, il quale, fornito di una cultura specifica di tipo pragmatico, si inseriva nel mondo dell’industria, nei partiti politici, nella burocrazia, “integrato” in un determinato sistema.

Secondo alcuni, in un siffatto ruolo, l’intellettuale non era più una figura secondaria e perfino un escluso, ma diventava un protagonista nel contesto sociale. Theodor Adorno e Elémire Zolla consideravano, invece, l’intellettuale integrato nell’organizzazione industriale, un alienato.

Zolla (Torino, 1926), che aveva tra l’altro scritto: “La nuova società accentua il processo di mercificazione della vita e non apre l’orizzonte ad altro fine se non l’accrescimento della produzione: il suo ideale è lo specialista efficiente e consumatore cospicuo”, 2 veniva considerato da alcuni come un retrogrado. Ma il critico Pietro Cimatti disse di lui: “Questo maestro avverso, questo se vogliamo “reazionario puro”, offre proposte di un impegno e di una ribellione al sistema, tali da classificarlo come modello rivoluzionario”.

Tra gli uomini di cultura erano in molti a considerare come fosse ormai difficile rendere operanti gl’ideali e le istanze, che erano state vive durante la Resistenza e negli speranzosi anni dell’immediato dopoguerra, quando si era manifestato vivo il senso dell’impegno, dello “engagement”, in merito al rilancio dei valori etico-sociali. Alcuni, come Franco Fortini, dichiararono finito “il mandato sociale dello scrittore”.

Coloro che analizzavano il fenomeno dell’alienazione nei suoi aspetti nevrotici e in rapporto al conflitto psico-sociale, ponevano angosciosi interrogativi esistenzialistici, allorché i lettori avrebbero avuto bisogno di risposte rassicuranti. Quello che rimaneva era il vuoto metafisico e il disorientamento etico.

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Il 28 ottobre 1958 venne eletto papa, Angelo Giuseppe Roncalli, nato 77 anni addietro a Sotto il Monte, nel bergamasco, in un’umile famiglia di contadini.

Egli, che prese il nome di Giovanni XXIII, si dimostrò capace di risvegliare l’autentico spirito evangelico della semplicità, della mitezza, di quella forma di carità, ch’è benigna, che s’apre alla fiducia e alla speranza.

Quando il suo pontificato andava assumendo un sempre più preciso indirizzo, che il popolo comprendeva, e per il quale egli era “il Papa Buono”, non mancarono, tuttavia, attorno a lui, voci di dissenso, in particolare, a quel suo voler ricercare, attraverso il dialogo leale, ciò che unisce piuttosto che ciò che divide.

Alla crociata del predecessore Pio XII contro il comunismo ateo, veniva a sostituirsi, infatti,da parte di Giovanni XXIII, la distinzione tra l’errore e l’errante, inescusabile il primo, scusabile il secondo.3

Susciterà, a tal riguardo, clamore – e in molti apprensione – la visita concessa in Vaticano, il 9 marzo 1963, alla figlia di Nikita Kruscev e al marito Agiubej, direttore della “Izvestia”. Nikita Kruscev era, dal 1958, primo ministro dell’U.R.S.S.

Papa Giovanni, fautore del dialogo e della comprensione, fu promotore di pace; era ben consapevole della minaccia alla pace “con pericoli di gravità apocalittica”. Nel settembre- ottobre 1962, quando nel pieno della “crisi di Cuba”, si temette lo scoppio del terzo conflitto mondiale, a causa della grave controversia tra U.S.A. e U.R.S.S. , egli aveva fatto udire il suo accorato messaggio. Kruscev ebbe parole “rispettose di approvazione” verso l’appello di Giovanni XIII.

Stavano l’una di fronte all’altra le due superpotenze, ciascuna con il suo poderoso blocco di stati satelliti e di zone d’influenza. La pace del mondo era condizionata dall’equilibrio delle forze, dal potere deterrente delle armi continuamente e contemporaneamente accresciute da ambedue le parti, che si controllavano a vicenda con una fittissima rete di spionaggio internazionale. Gli arsenali si andavano colmando di armamenti nucleari; sarebbe bastata una scintilla per provocare una deflagrazione immane.

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A Papa Giovanni, il 20 gennaio 1959, era salita alle labbra, dopo lunghe meditazioni, la parola solenne ed impegnativa: concilio. La convocazione dell’assise ecumenica richiederà oltre due anni di intensi preparativi. Ed ecco, alfine, “la grande giornata di pace” dell’inaugurazione, l’11 ottobre 1962.

L’8 dicembre 1962 Giovanni XXIII concluse la prima sessione dei lavori. Egli disse tra l’altro: “Era necessario che i fratelli venuti da lontano e tutti riuniti attorno allo stesso focolare riprendessero i contatti con maggior reciproca conoscenza; bisognava che gli occhi si fissassero negli occhi, per avvertire il palpito dei cuori fraterni.”

L’11 aprile del 1963 Papa Giovanni promulgò l’enciclica “Pacem in terris”, che aveva scritto tra continue sofferenze, poiché era stato colpito da un male incurabile allo stomaco. Essa costituisce il testamento spirituale d’un grande pontefice e d’un grande uomo. Il documento appare come la summa, evangelicamente interpretata, delle esigenze inalienabili d’ogni uomo: della verità, giustizia e libertà, vivificate ed integrate dalla carità. Su di esse deve fondarsi l’ordine capace di assicurare una pace duratura: “la pace sulla terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può essere instaurata e consolidata solamente nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio.”

Il vecchio pontefice non poté portare a termine la grande assise, nella quale aveva tanto creduto come in una “nuova pentecoste”.

Nella sera ormai estiva del 3 giugno 1963 il patriarca concludeva l’edificante giornata terrena.

Il suo transito, che avveniva quasi davanti al popolo orante nella piazza, era un raro ed alto insegnamento di significato religioso e umano.

Così scrisse il filosofo Jean Guitton: “Giovanni XXIII appartiene alla stirpe dei patriarchi, dei precursori, dei

pionieri, di quelli che, per la loro semplicità geniale, docili allo Spirito creatore dei mondi e dei secoli, aprono strade nuove.”

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I ritrattisti popolari hanno spesso posto accanto il viso sereno di Giovanni XXIII e quello di John Fitzgerald Kennedy. Il presidente degli Stati Uniti d’America era proteso con spirito pionieristico verso quella ch’egli stesso aveva definito, nel 1960, la new frontier, da oltrepassare per l’attuazione d’una più equa società, in cui fosse possibile il superamento della segregazione razziale e del divario tra le zone opulente e quelle della povertà; e, in campo internazionale, per la composizione delle sovrastanti questioni lesive della pace mondiale.

Ma John Kennedy veniva proditoriamente colpito a morte, a Dallas, nel Texas, il 22 novembre 1963.

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Il 21 giugno 1963 fu eletto papa, Giovanni Battista Montini, che assunse il nome di Paolo VI. Egli era nato a Concesio (Brescia) in una famiglia dell’alta borghesia di cattolici ferventi. Sin da ragazzo aveva avuto un fisico delicato e si era mostrato amante delle letture e dello studio. In Vaticano aveva percorso la carriera curiale, sino ad essere nominato pro - segretario di Stato. Arcivescovo di Milano dal 1954, cercò di ristabilire un rapporto di comprensione tra Chiesa e mondo del lavoro.

Paolo VI portò avanti il Concilio sino alla conclusione, l’8 dicembre 1965.

I Padri conciliari, prima di lasciarsi, vollero rivolgere, adempiendo ad una “funzione profetica”, dei “messaggi” all’umanità intera. Uno di questi era per i giovani. Vi si legge, tra l’altro: “La Chiesa, per quattro anni, ha lavorato per ringiovanire il suo volto … E alla fine di questa imponente “revisione di vita”, essa si volge verso di voi. E’ per voi, soprattutto per voi, giovani, che essa ha acceso, con il Concilio, una luce: luce che rischiara l’avvenire, il vostro avvenire … La Chiesa vi guarda con fiducia e con amore …”

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Dopo il concilio, che doveva immettere un soffio nuovo in quello che sembrava diventare “un museo d’antichità”, nella Chiesa post-conciliare si produssero divisioni tra passatisti e progressisti. Strutture, prassi e identità dottrinale venivano investiti dalla contestazione …

Paolo VI cercò di non esasperare le divergenze, di non deprimere il pluralismo; ma fu fermo nella difesa dei princìpi. Dal 1967 il Vaticano emanò una serie di documenti per dire no al celibato facoltativo del clero, al sacerdozio esteso alle donne, alle richieste dei laici divorziati, alle proposizioni della teologia più avanzata …

Nel 1968 Paolo VI promulgò l’enciclica “Humanae vitae” contro i metodi artificiali di contraccezione.

Il Papa, d’altra parte, apportò decise riforme alla curia romana; fu severo verso la pompa vaticana, abolendone i più vistosi aspetti; si dimostrò comprensivo verso alcune innovazioni pastorali come quella dei preti operai francesi. Decretò la fine della messa in latino e l’introduzione del messale nelle lingue nazionali.

Fu aperto al dialogo ecumenico; continuò i contatti con i paesi comunisti; compì diversi viaggi all’estero; nell’ottobre del 1965, a New York, davanti all’assemblea delle Nazioni Unite, pronunciò un deciso appello a favore della pace.

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Abbiamo innanzi ricordato il “messaggio” rivolto dal Concilio ai giovani …

E proprio ai giovani arrivava una molteplicità di messaggi dalle varie parti del mondo, alcuni ben distinti, altri più lontani e confusi. In ogni modo essi li recepivano e intanto cresceva in loro l’aspirazione a comportamenti alternativi, e anche trasgressivi, rispetto alle norme tradizionali. Tale tendenza si manifestava anche esteriormente, nell’abbigliamento sia maschile sia femminile (la minigonna, ad esempio, si diffuse nel 1966/ 67), nelle scelte musicali, nelle abitudini di vita.

Dall’Inghilterra si diffusero, dal 1963, le canzoni del quartetto rock dei Beatles, le cui esibizioni, con i nuovi ritmi, producevano un vero isterismo collettivo.

Già dal 1960 erano venute da San Francisco le voci di dissenso verso la società industriale e consumistica, da parte del movimento degli hippies, che presto si sparse anche in Europa. Quei giovani dai capelli lunghi e dai vestiti variopinti erano per la non-violenza e per il contatto con la natura: offrivano fiori ai passanti.

Nel 1966 sorgerà ad Amsterdam un altro movimento di contestazione (dei provo), ma con atteggiamenti provocatori.

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Molti trovavano gli stimoli ideologici per un rifiuto della società industriale, nella lucida disamina, quale veniva condotta dal filosofo e sociologo tedesco Herbert Marcuse (1898-1979). All’avvento del nazismo, egli era emigrato negli U.S.A. ; e dalla realtà sociale statunitense presero avvìo le sue riflessioni, riferibili ad ogni società industrialmente avanzata. Questa, mentre crea un accumulo di bisogni fittizi, impone rigide esigenze efficientistiche e produttivistiche sia al lavoro, sia al tempo libero e alla cultura. Con i suoi meccanismi di integrazione conduce alla “paralisi della critica”; deprime lo sviluppo della soggettività e, in particolare, dell’immaginativa. Pur non usando strumenti coercitivi, tale società è in, effetti, repressiva e totalitaria; si compone non di uomini liberi nella loro integralità, ma “a una dimensione”.4

Marcuse, d’altra parte, non seppe indicare, se non vagamente, le condizioni tali da favorire una migliore realtà postindustriale.

In Italia, Pier Paolo Pasolini rilevava come il benessere aveva portato egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, conformismo; come il vuoto esistenziale era conseguenza della “sirena neocapitalistica”. Ma egli constatava anche, con amarezza, “la desistenza rivoluzionaria” sopravvenuta negli intellettuali marxisti già impegnati.

“Ecco dunque un segno di crisi, anzi una vera e propria crisi della politica culturale marxista. Il realismo “impegnato” è caduto, e al suo posto il marxismo italiano, e non italiano, non ha saputo elaborare nulla di nuovo.” 5

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Il tedesco Rudi Dutschke (1940-1979), intellettuale marxista, affermava che alla critica, al dissenso, al rifiuto dovesse seguire un’azione diretta: “una lunga marcia attraverso le istituzioni, come un’attività critico-pratica in tutti i campi sociali”; che, per poter attuare la liberazione dell’uomo, bisognasse mettere in atto “l’utopia operante”. Oltre che teorico, Dutschke sarà anche leader della contestazione studentesca.

Era, intanto, diventato leggendario il personaggio di Ernesto Guevara, detto Che, quale generoso combattente per gli ideali libertari. Dapprima rivoluzionario a Cuba, insieme con Castro, andò poi in Bolivia con i guerriglieri insorti contro il governo. Una volta catturato, nel 1967, egli venne ucciso. Alla notizia, i giovani d’ogni parte riempirono i muri delle città con la scritta: “Il Che vive”. Il Che divenne uno dei miti della contestazione …

Intanto nel Vietnam, dal 1957, i guerriglieri appartenenti al Fronte di Liberazione Nazionale del Vietnam meridionale (vietcong) combattevano, con il sostegno della “democrazia popolare” del Vietnam del Nord, per il mutamento delle condizioni ancora feudali del loro Paese. Essi impegnavano le forze governative sudvietnamite, appoggiate via via sempre più massicciamente dalle truppe inviate dagli U.S.A.

Negli Stati Uniti vi furono nelle università (già dalla fine del 1964, a Barkeley, sede di numerosi campus, in California) manifestazioni di studenti contro la guerra nel Vietnam, per ragioni ideali, ma anche perché molti giovani soldati americani trovavano laggiù la morte. Tali manifestazioni culminarono in quelle imponenti che si svolsero a Washington e a New York.

I vietcong riportarono notevoli successi nel 1967 e all’inizio del ’68. Gli U.S.A. alfine avviarono negoziati e il presidente Nixon, nel novembre 1968, dispose il graduale ritiro delle truppe.

La questione della segregazione razziale era una ferita sempre aperta nella società americana. Nell’aprile 1968, a Memphis, nel Tennessee, venne ucciso Martin Luther King, pastore protestante negro, strenuo fautore, con metodi non-violenti, dell’integrazione della popolazione negra. Numerose sommosse, da parte della gente di colore, seguirono il tragico evento; la loro dura repressione scosse l’opinione pubblica internazionale.

Dal 1965 al 1967 giunsero dalla Cina gli echi della Rivoluzione culturale socialista, promossa, in mezzo al popolo, dagli studenti, le cosiddette “guardie rosse”, cui poi si unirono operai e contadini. Da culturale (contro la letteratura e l’arte ufficiali, giudicate lontane dal popolo) la rivoluzione divenne, anche con errori ed eccessi, anche politica. Ad essa era associata la figura, che apparve mitica, di Mao-Tse-Tung; e divenne famoso il “libretto rosso”, con le massime del maoismo.

Nell’Unione Sovietica, Nikita Kruscev (1896-1971), che aveva dato inizio, dal XX Congresso del P.C.U.S. (1956), al processo di destalinizzazione, nel 1964 veniva esautorato dalla vecchia guardia conservatrice del partito. Pur con i suoi atteggiamenti intemperanti e imprevedibili, lo statista era stato propenso al dialogo con l’Occidente e alla distensione. Nel 1963 aveva raggiunto l’accordo con gli U.S.A. per la sospensione degli esperimenti nucleari.

Nel 1968 ebbe presto fine l’incipiente liberalizzazione del regime totalitario, conosciuta come “Primavera di Praga”, poiché i carri armati del Patto di Varsavia del blocco sovietico invasero il suolo cecoslovacco nella notte tra il 20 e il 21 agosto.

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Nella politica italiana, dopo il Congresso socialista dell’ottobre 1963, la dirigenza del P.S.I. ebbe l’autorizzazione a partecipare, direttamente e impegnativamente, a un governo “borghese”; si verificò quella “svolta”, che portò alla formazione di governi di centro-sinistra, con democristiani e socialisti (Moro e Nenni), pur tra ricorrenti crisi.6

In campo sociale, la seconda metà degli Anni Sessanta fece risaltare l’interessamento dei giovani alla partecipazione. Va ricordato, a tal riguardo, l’impegno dei tanti accorsi nella Firenze alluvionata, nel novembre 1966, a prodigarsi nell’opera di soccorso e a salvare dal fango libri ed opere d’arte.

Era come l’avvìo d’uno spontaneismo che si stava svincolando dall’appartenenza ai partiti e alle organizzazioni dall’apparato verticistico. “Partecipare, esserci, divenne un valore; la delega, la rappresentazione, un limite. Saltavano le regole e l’assemblearismo si impose come norma. Da una parte c’erano l’impegno e la lotta, dall’altra, il mondo tradizionale con le sue parentele e le sue reti.”7

Nuove consapevolezze si affacciavano nell’animo dei giovani e vi attecchivano.

Gli studenti delle scuole superiori e dell’università avvertivano di essere privati di valori primari, giacché la scuola non li formava adeguatamente, non li accompagnava nel crescere, non camminava con loro e in aderenza con la realtà dei tempi, limitandosi a fornire un sapere libresco. In particolare, nelle università, molti professori, veri e propri “baroni”, erano pendolari e non stabilivano con gli studenti un qualsiasi dialogo, un rapporto umano. Le lezioni erano cattedratiche; i laboratori scientifici per lo più impraticabili; non venivano svolti seminari preparatori alle singole future professioni.

I giovani, per dar voce alle loro ragioni, concepirono manifestazioni provocatorie verso le autorità scolastiche e le intensificarono con riunioni tumultuose, con pittoreschi slogan scritti nei cartelli o sui muri e gridati nei cortei.

In Italia (nelle cui università il numero degli iscritti nel 1967 risultava raddoppiato rispetto ai 212 mila di dieci anni addietro, di modo che l’università di élite stava diventando università di massa) le agitazioni cominciarono nell’autunno del 1967.

Ai primi di novembre, a Trento, venne occupata dagli studenti la facoltà di sociologia. Era quello di Trento un ateneo voluto dai democristiani, perché in tale “bianca” città ci fosse un loro vivaio di manager, di tecnocrati. A metà novembre scesero in campo gli studenti dell’università Cattolica di Milano, ritenuta, questa, caposaldo di stabilità culturale. Tra le varie richieste, essi ponevano quella del riconoscimento delle loro assemblee. Dopo la Cattolica, vennero occupati gli atenei di Genova, Pavia, Napoli, Cagliari, Sassari.

Il movimento studentesco, alla fine del 1967, era ramificato in tutta Italia.

Decisa fu la sua azione nell’anno successivo, con agitazioni, cortei, occupazione di sedi; avvennero anche duri scontri tra polizia e studenti a Roma (Valle Giulia), a Milano …

Gli studenti, come a voler ristrutturare il preesistente “esamificio”, costituirono, nelle facoltà occupate, “gruppi di studio”. Questi, scavalcando la stantìa lezione accademica, la sostituirono con indagini inerenti la realtà attuale, seguite da discussioni, approfondimenti, verifiche critiche e correzione degli errori, in riunioni plenarie ... Con tale metodologia, le attitudini dei singoli venivano convogliate nel lavoro comune, che favoriva lo spirito di collaborazione, di solidarietà, nonché il sorgere di rapporti amicali …

Il movimento studentesco – come ha scritto Mario Capanna – iniziato “in forme frastagliate quanto a modi, tempi e luoghi della mobilitazione, inizia la lotta centrandola su rivendicazioni specifiche concernenti il concreto dello studio e della scuola e velocemente arriva alla “contestazione globale del sistema”. A porsi cioè in una posizione di antagonismo all’organizzazione del potere esistente e a immaginare una lotta di lunga lena, in grado di costruire una società di eguaglianze e del rispetto dei diritti.” 8

Nella primavera del ’68 si mossero gli studenti della Germania federale, un Paese dall’ingente sviluppo economico; seguì poi il cosiddetto “Maggio francese” degli studenti di Nanterre e della Sorbona, i quali diffusero slogan particolarmente originali.

La contestazione giovanile e studentesca ebbe, animata da ideali comuni, un’espansione internazionale, sia in Europa, sia in altri continenti; ovunque essa cercava come alleati gli operai.

Tornando in Italia, dopo il Sessantotto studentesco, venne l’ “Autunno caldo” del 1969. Si dovevano rinnovare trentadue contratti collettivi di lavoro; oltre cinque milioni di lavoratori dei diversi settori erano decisi a far sentire il peso delle loro rivendicazioni. Il 20 maggio 1970 il parlamento approverà lo Statuto dei Lavoratori, una legge che voleva garantire, insieme con i diritti acquisiti, libertà e progresso.

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Il Sessantotto ha attirato su di sé interpretazioni contrastanti. Ad alcuni è apparso come una rivolta iconoclastica, con i connotati di “infantilismo estremista”; un irrazionale tentativo di abbattimento violento di valori consolidati dalla tradizione …

Ma è più ragionevole stare con coloro che vi hanno visto, proprio rispetto al passato, una salutare rottura; una presa di coscienza da parte del popolo – nella sua parte più sensibile e vivace, quella dei giovani – dei propri diritti, con l’aspirazione ad una società più aperta al decentramento, alla compartecipazione, alla solidarietà, in definitiva più democratica.

Pier Paolo Pasolini (che pure all’inizio non era stato favorevole al movimento studentesco), postasi la domanda: “Ha mai vissuto il popolo italiano, non dico un momento di democrazia reale, ma il desiderio di una democrazia reale?” rispondeva: “Ebbene, sì. Nel 1944-‘45 e nel ’68 … La Resistenza e il Movimento studentesco sono le due uniche esperienze democratiche -rivoluzionarie del popolo italiano.”9

Il Sessantotto, esperienza di breve durata, può dare l’impressione di un ideale di rinnovamento rimasto utopico …

Ma gli Anni Sessanta – e, in particolare, il Sessantotto – hanno mostrato segni, indizi, intuizioni, aperture, sussulti, che avrebbero favorito, pur con un faticoso sviluppo, significative conquiste civili e sociali.

Nell’immediato, però, in Italia si aprivano i funesti Anni di Piombo, con la lugubre sequenza di stragi e di atti terroristici. Si accresceva l’ansia per l’instabilità, per l’incertezza del futuro, “così simile a un incubo indecifrabile.” 10

Intanto la ricerca scientifica e tecnologica proseguiva nel suo freddo cammino, al di sopra dei mali della Terra, e permetteva, il 21 luglio 1969, all’astronauta americano Neil Alden Armstrong di fissare, per primo, impronte umane sul suolo lunare.

Note

(1) Nato a Roma nel 1924; con i romanzi “Donnarumma all’assalto”, Milano, 1959 e “La linea gotica”, ivi, 1963.

(2) Nel saggio “Eclissi dell’intellettuale”, Milano, 1959, in cui vengono esaminati i caratteri della civiltà di massa.

(3) Nel volume “L’Italia del Novecento” di Indro Montanelli e Mario Cervi Rizzoli,1998.

(4) Marcuse pubblicò nel 1964 il saggio dal titolo “L’uomo ad una dimensione”.

(5) Nel volume “Le belle bandiere – Dialoghi 1960 – 1965, a cura di G.C. Ferretti” Editori Riuniti, 1996.

(6) Nel volume “L’Italia del Novecento”, come sopra.

(7) Nel vol. VI di “Storia d’Italia” di AA.VV. Laterza, 1999.

(8) Nel saggio di Mario Capanna “Formidabili quegli anni”, dal 1988 ristampato più volte da Rizzoli.

(9) Nel volume “Il caos”, con testi tratti dalla rubrica pasoliniana sul settimanale “Tempo”, dall’agosto 1968 al gennaio 1970, a cura di G.C. Ferretti Editori Riuniti,1979 e 1999.

(10) Pasolini, nel volume sopraccitato.

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