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Uno sguardo sulla poesia italiana del Secondo dopoguerra

Conclusasi nel 1945, dopo lunghi e tragici anni, la Seconda Guerra Mondiale aveva causato sconvolgimenti materiali e morali di smisurate proporzioni.

Nel dopoguerra il discorso umano si fece vibrante anche in campo letterario. Per quanto riguarda la poesia, venivano avanti poeti, i quali, rifiutando la posizione di epigoni dell’ermetismo (nato e sviluppatosi nel periodo tra le due guerre, soprattutto nell’ambiente fiorentino), dichiararono il proposito di rompere l’isolamento, accogliendo temi vivi, per poter riallacciare un colloquio con l’uomo ed offrirgli una parola confortante.

Nel 1946 Salvatore Quasimodo scriveva: “Per quelli che credono alla poesia come un gioco letterario, che considerano ancora il poeta un estraneo alla vita, uno che sale di notte le scalette della sua torre, per speculare il cosmo, diciamo che il tempo della “speculazione” è finito …” 1

Natalia Ginzburg, in una pagina del suo “Lessico famigliare” (1963), ha ricordato come “ nel tempo del fascismo, i poeti s’erano trovati ad esprimere solo il mondo arido, chiuso e sibillino dei sogni”; ma ora la realtà era immediatamente reperibile, a disposizione di tutti, e “c’erano di nuovo molte parole in circolazione.”

In un gran fervore di propositi, sorsero numerosi fogli letterari, come “La Strada” (1946-47), “Momenti” (dal 1955 mutatasi in “Situazione” ), “Realtà”( del 1951, e, dal gennaio 1954, sdoppiatasi, a Firenze, con “Realismo lirico”), “Girasole”, “Montaggio”, “L’esperienza poetica” …

Aldo Capasso indirizzò una “Lettera aperta ai poeti italiani sul realismo nella lirica”, attribuendo alla giovane poesia successiva al 1940, “caratteri ben propri, nettamente antitetici a quelli della raffinata aridità ermetica ed ermetizzante, ch’ebbe la sua fase aurea intorno al 1937-38”. E in tutte le succitate riviste fu dichiarato decisamente il ripudio dell’Ermetismo e l’accoglimento del Realismo.

Ecco, infatti, l’atteggiamento di engagement (come allora si diceva) di molti autori; il loro proposito di dar vita ad una poesia con caratteri sociali, umanitari; che assumesse nella forma, spesso narrativa, anche i toni del discorso parlato. I poeti volevano trasmettere alla gente comune, l’invito a ritrovarsi di nuovo insieme, serenamente, per una riaffermazione dell’amore e di nuove speranze … Dicono, ad esempio, i versi di Rocco Scotellaro: “Voglio aria la sera e consumazione / di vino e di castagne in compagnia / perché ognuno conta una storia / e insieme viene l’armonia” … “Amore, amore veniva da cantarlo / tutta la santa notte in compagnia” … “Perché lungo il perire dei tempi / l’alba è nuova, è nuova “ …

Ed anche Elio F. Accrocca afferma: “La vita è possibile / come la luce e l’amore …” ed esorta ogni poeta a farsi portavoce di pace: “Cammina col canto, / poeta di pace, il tuo grido risuoni tra i popoli / unica lingua d’una patria umana.”

Divenne urgente affermare, dopo tanti lutti e dolori sofferti, la fiducia in una nuova qualità di vita: “Le biciclette volano con in groppa le donne / dagli occhi di tutti i colori / col viso più forte della morte / e quel rosso nel viso ha più luce del sole.” (Luigi Di Ruscio).

La poesia spesso accompagnava il popolo nelle sue rivendicazioni sociali: “Eccola tutta qui, la gente di Torpignattara / e di Testaccio e del Quadrato, le donne trasteverine / e i contadini di Albano e gli operai di Colleferro / che tutto il giorno hanno tenuto il campo / a sampietrini, da Corso Cavour / al Tritone, contro le colonne motorizzate!” / Eccola tutta qui la forza delle borgate / generosa e insolente …/ E qualcuno / sente un gonfio alla gola, un altro dibatte i pugni … Ma dal tetto / del filobus crumiro, intrappolato di traverso / a fare barricata, il ragazzo scalzo balzato / a legare all’asta del trolley / il fazzoletto rosso, / proteso verso la folla, con tutte e due le mani, radioso / mandava baci …”(Giorgio Piovano).

Eppure, tante volte, perdendo spontaneità e ritmo, la nuova poesia appare come “qualcosa che non nasce come poesia e che tenta di divenirlo in forza di espedienti estrinseci, necessariamente insufficienti”. (Marcello Camilucci nell’ “Osservatore Romano” del 20 -1-1954).

E un espediente estrinseco era certamente l’abitudine di giovani poeti a ricorrere al cosiddetto “stile da traduzione”, ricalcando versi sul modello di autori stranieri, quali Withmann, Neruda, Aragon, Lorca, Majakowski, Lee Master … Faceva notare, al riguardo, Folco Portinari che molti (appartenenti per lo più all’area neorealista) operavano tali trasposizioni, non “ per un completamento della propria esperienza, arricchita di nuova conoscenza, ma per una esterna e superficiale contaminazione.”(in “Aut aut”, gen. 1953).

Ci furono altri poeti, fautori di una istanza religiosa, che erano convinti che il Cristianesimo, nei suoi periodici richiami revivalistici dell’esperienza evangelica, può riproporsi, pur sempre attuale, in merito alle esigenze umane e sociali. Cercavano così di valicare i limiti dell’io individuale, ponendo la richiesta religiosa in sintonia con la comunità. Ecco David M. Turoldo chiedere: “Dove sarà mai paradiso / fuori di questa unione divenuta cosciente?” … E Danilo Dolci affermare: “Basta ch’io ami e non sono più solo” … “Tutti siano figli nostri, i figli di Dio / anche i poveretti che vendono l’anima per un pugno di polvere / i figli del postribolo, della galera, del sanatorio / gli zoppi, i ciechi: figli tutti da guarire come malati” …” Non manchi il fiore fresco sulla tavola, /non manchi il canto nuovo a consacrare /il giorno della gioia dello spirito.”

Valerio Volpini, a tal proposito, faceva anch’egli notare come la ricorrenza dell’interrogativo religioso concordasse “con le esigenze d’ordine comunitario di realizzazione vissuta del Verbo e della carità”; come, seppur “lasciato il trasporto della pagina evangelica, è una cronaca tristissima, uno specchio del tempo che viene ricercato e sofferto” … I giovani poeti, egli scriveva, “più che obbedire ad una esposizione declamata, si sono rivolti a fatti concreti, ripudiando gli spettri d’un giuoco freddo.”2

“Forse nei campi ingemmati di guazza, i Tuoi passi / numererò domani. O sulla piazza Ti udrò / discorrere animoso coi braccianti avviliti / e i licenziati dell’ILVA e i torvi ferrovieri; / ricurvi sulle scope, anche i macilenti spazzini / T’informeranno, o Gesù, d’essere scesi in sciopero …” (Gherardo Del Colle).

Va anche ricordato, in un tale contesto, il manifesto del “Coralismo” d’ispirazione, al tempo stesso, sociale e spirituale, redatto da Antonio Corsaro (in “Cammino”, dic. 1952). Contro il mito della solitudine e della disperazione, il coralismo voleva opporre “una fiducia persino irragionevole”.

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E’ stato ampio il dibattito riguardante la validità della giovane poesia del secondo dopoguerra.

Tra i diversi, contrastanti pareri s’era addentrato, ad esempio, Enrico Falqui, il quale, alla fine, concludeva:

“Siamo ancora in un periodo di transizione, in una fase di rotazione, e ogni maggior impegno è rivolto alla ricerca etico-sociale, politico-economica; e se qualcosa di buono c’è da rinvenire, nelle prove e nelle esperienze che si susseguono di continuo, è più nel campo della riflessione (della cultura), che non in quello della creazione ( della poesia ).”3

E già Luciano Anceschi, nell’introduzione all’antologia “Lirica del Novecento” ( Firenze, 1953), dopo aver scritto che “ dopo il 1945, i poeti già noti4 han continuato fedelmente il loro lavoro; anzi qualcuno ha trovato un’energia sufficiente per rinnovarsi”, esprimeva il suo parere: “ Quanto ai nuovi poeti, è molto probabile che, se ci son stati nuovi poeti, non ci siano stati poeti nuovi. Pertanto, senza pregiudizio per i diritti dell’imprevedibile, nulla di essenziale ci sembra sia stato aggiunto finora al linguaggio poetico contemporaneo. Nessun movimento nuovo, nessuna coscienza critica nuova: un raffinato epigonismo s’alterna a confuse e distratte aspirazioni di rinnovamento.”

Ritornando alla pagina del “Lessico famigliare”, citata all’inizio, si può rilevare come la scrittrice abbia reso bene il clima del dopoguerra : “Era, il dopoguerra, un tempo in cui tutti pensavano d’essere dei poeti … tutti si immaginavano che si dovesse e si potesse far poesia di tutto, dopo anni in cui era sembrato che il mondo fosse ammutolito e pietrificato … La realtà di nuovo appariva a portata di mano; perciò quegli antichi digiunatori si diedero a vendemmiarvi con delizia. E la vendemmia fu generale, perché tutti ebbero l’idea di prendervi parte; e si determinò una confusione di linguaggio fra poesia e politica, le quali erano apparse mescolate insieme.”

Alcuni, tuttavia, in quegli anni, controbattevano: “Che importa se la qualità non è ancora pienamente realizzata? La coscienza è sveglia, pronta, mobile, nuova”. I nuovi poeti chiedevano di venir considerati più per la loro posizione che per la qualità delle espressioni, le quali, nella loro immediatezza, non venivano il più delle volte passate a un successivo vaglio.

Insofferenti d’ogni autorità, il loro àmbito era quello dei piccoli gruppi e delle riviste, di cui abbiamo detto.

Appariva, in ogni caso, destinato a rimanere un mero auspicio (poiché nemmeno negli anni futuri si sarebbe realizzato … ) quello d’una “ poesia come realtà sociale, capace d’incidere sul gusto e sul modo di vedere e di pensare di tutti.” (Cesare Gàrboli, in “Paragone”, agosto 1954).

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Salvatore Quasimodo tornò, nel 1956, con il “Discorso sulla poesia del nostro tempo”, a ribadire la necessità del passaggio da una poesia dell’assenza, della negazione e dell’autoconsunzione, ad una partecipazione umana verso il mondo, nel tentativo di ridare coraggio all’uomo.

Nello stesso anno Pier Paolo Pasolini pubblicò, nel numero di febbraio della rivista bolognese “Officina”, il saggio dal titolo “Il neosperimentalismo”. Egli, esaminando la ricerca espressiva della poesia italiana post- bellica, rilevava come essa mostrasse “i segni, lisi, delle poetiche novecentesche precedenti, in molti sensi svalutate.” Si riferiva evidentemente al neo-ermetismo e al neo- realismo.

Il Neorealismo era nato dietro l’esempio di Elio Vittorini e di Cesare Pavese, nonché della prosa impressionista e istantanea dei tanti fogli clandestini partigiani. Il suo svilupparsi è stato fissato entro le date limite del 1943-1950 ed ha influenzato soprattutto il cinema, con i film di De Sica, Rossellini, Visconti, e la narrativa, con le opere di Pratolini, Rea, Calvino, Berto, Marotta …

I poeti e i teorici dell’ermetismo fiorentino degli anni Trenta (come Luzi, Betocchi, Parronchi, Bo, Macrì) erano usciti di nuovo allo scoperto, raccolti attorno alla rivista “La Chimera”, stampata a Firenze da Enrico Vallecchi, dall’aprile 1954 al sett. ’55. Essi continuavano nella loro concezione metastorica, pur sempre assorti nel loro mondo interiore; pur sempre controllati, e spesso preziosi, nella forma. Mario Luzi diede della poesia realista il seguente giudizio: “Dietro il Neorealismo, si guardi come non ci sia una forma di conoscenza se non praticistica, immediata, a fine sociale e documentario: non c’è un’idea della realtà, ma semplicemente un suo gusto.”

D’altra parte, lo stesso Pasolini constaterà la “caduta del realismo “impegnato”; e come “al suo posto il marxismo italiano, e non italiano, non ha saputo elaborare nulla di nuovo. Ha deferito l’elaborazione di qualcosa di nuovo ai tentativi “da zero” degli scrittori, adottando la “tattica” della liberalizzazione. Da qui l’interesse e l’appoggio tattico alle “avanguardie”.5

“Officina” propose una letteratura di matrice gramsciana, propria dell’intellettuale “organico”, aperto alle esigenze e alle aspirazioni popolari.

Lo sperimentalismo di “Officina” non fu decisamente antitradizionalistico; fu rivolto, anzi, alla rilettura di lezioni sperimentali del passato, come quella dei vociani, di Rebora, di Sbarbaro e anche del Pascoli.

Ma la crisi e la fine della rivista (nel 1959) avvennero anche per non aver saputo comprendere appieno i grandi mutamenti sociali e culturali in atto in quegli anni.

Al neosperimentalismo diedero un carattere decisamente eversivo alcuni giovani collaboratori della rivista milanese “Il Verri”, come Edoardo Sanguineti, Renato Barilli, Alfredo Giuliani, Angelo Guglielmi, Umberto Eco, ed altri.

Nel 1961 tale rivista riunì, insieme con alcuni interventi critici, i testi di Balestrini, Giuliani, Pagliarani, Porta, Sanguineti, nell’antologia “I Novissimi”, a cura di Alfredo Giuliani.6 Questi individuava in una “visione schizomorfa” della realtà, il carattere comune ai “novissimi”, che intendevano la poesia come “mimesi critica della schizofrenia universale, rispecchiamento e contestazione di uno stato sociale e immaginativo disgregato”, misurandola “con la degradazione dei significati e con l’instabilità fisiognomica del mondo verbale, in cui viviamo immersi.”

Gli avanguardisti, dopo il Congresso di Palermo del 1963, formeranno il cosiddetto Gruppo 63, comprendente, tra gli altri, Massimo Ferretti, A. M. Ripellino, Renato Barilli, Francesco Leonetti … Essi si mostrarono critici verso l’engagement populistico e l’impegno neorealistico; guardavano come pericoloso l’espandersi della neo-industrializzazione, perché poteva assorbire anche il mondo della cultura e la letteratura …

La Neoavanguardia, tuttavia, non si caratterizzò come movimento unitario; si suddivise in gruppi e sottogruppi, tendenti ciascuno ad un proselitismo sommario.

Venivano presentate come novità, quelli che erano detriti o rifacimenti – smembrati, frantumati, deformati – di sperimentazioni novecentesche europee ed americane. I codici espressivi tradizionali venivano pertanto sconvolti da stridenti sconnessioni sintattiche e talora dal disordine grafico e tipografico.

Gli anni Sessanta segnarono per la poesia il tempo del disimpegno, del rifiuto di qualsiasi messaggio etico- sociale.

La fine della Neoavanguardia avvenne, infatti, poiché essa manifestò l’incapacità a rispecchiare e ad interpretare le aspirazioni palingenetiche e le istanze proprie della contestazione, che proruppe, tra le gravi tensioni sociali e politiche, alla fine degli anni Sessanta. Gli avanguardisti persistevano nelle loro proposte che si mantenevano ad un livello meramente linguistico, fine a se stesso, da cui rimanevano fuori l’uomo e la sua tormentata vicenda.

Note

(1)Nel saggio “Sulla poesia contemporanea”.

(2)Nella “Antologia della Poesia Religiosa italiana contemporanea”, da lui compilata (Firenze, 1952).

(3) In “La giovane poesia”, saggio e repertorio, Colombo Ed. Roma, 1956.

(4) Ad esempio, Giuseppe Ungaretti, che pubblicò “Il Dolore” (1947); Mario Luzi, con “Quaderno gotico”(1947); Alessandro Parronchi, con “Un’attesa” (1949); Sandro Penna, con “Appunti” (1950); Carlo Betocchi, con “Un ponte nella pianura”(1953) …

(5) P.P. Pasolini in “Le belle bandiere” Dialoghi 1960 – 1965, a cura di G. C. Ferretti, Editori Riuniti Roma, 1977.

(6) Pubblicata, a Milano, da Rusconi e Paolazzi e, nel 1972, a Torino, da Einaudi.

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