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Versi ritrovati

Nel rimestare vecchie carte ho rinvenuto fogli ormai dimenticati, ma pieni di versi … Li ho accolti con particolare sensibilità, a causa del sottile richiamo che emanano le cose lontane, le quali diventano un efficace aiuto, specie per chi nutre inclinazione verso la poesia, a rammemorare; e come scrisse il Leopardi nello “Zibaldone”, “la rimembranza è essenziale nel sentimento poetico”.

Nel rileggere tali versi, sono riandato, dunque, a certi angoli del porto o del litorale o della campagna, un tempo usuali; ognuno m’è ritornato nella mente, con il particolare aspetto, ma divenuto vago, impreciso, e perciò stesso, con i caratteri della vera poeticità, tanto che mi sono soffermato a lungo sui fogli quasi ingialliti.

Per quanto riguarda la vicenda esistenziale, molti versi rispecchiano gli stati emozionali propri della prima giovinezza, allorché i sentimenti, spesso contrastanti, sgorgano per lo più con impeto, d’improvviso.

Ho così rivissuto taluni slanci rivolti verso traguardi non ben determinati, come conseguenza del fiducioso cedimento a delle chimere, seguìto da delusioni e sconfitte dolorose.

Per rappresentare le diverse condizioni dell’animo, attingevo le figurazioni dai cangevoli aspetti della natura, dalle stagioni che si succedono.

Le vele, che in primavera si staccano dal molo algoso, hanno rappresentato, nella mia fantasia, il sogno proteso verso il mare aperto; sogno d’una libertà agognata dopo giorni d’inerzia, fasciati, come da nebbia insistente, dal tedio …

Venivo, in quegli anni, esercitandomi in alcune traduzioni, tra cui la “Brise marine” di Stéphane Mallarmé (1842-98), in cui risalta la decisa volontà del poeta (in quel “Je partirai!”) di rifuggire lo “Ennui” della quotidianità, di raggiungere gli uccelli che volano ebbri tra le spume delle onde o s’innalzano; di ascoltare il canto dei marinai, che pur hanno affrontato le tempeste.

Ma, come avveniva nella realtà, anche nella mia poesia, eccomi presso la riva, arrivatovi tardivamente, a sostare sotto un tramonto già sbiadito e con gli ultimi voli (simili alle mie fantasie ormai estenuate …) a sfiorare il recinto incupito degli scogli, significando, in tal modo, la mia condizione di disinganno e di sconforto.

La maggior parte dei versi, tuttavia, rivelano che s’era mantenuta viva nel mio animo l’aspirazione verso la luminosità, sia della marina, sia del paesaggio agreste, primaverile o estivo; luce, via via, ricercata e fatta affiorare dall’interiorità ed accolta come segno di rinascita spirituale, ed alfine come manifestazione dell’Essere.

La campagna reale aveva favorito il vagheggiamento d’una terra idilliaca, dove poter contemplare acque e cielo nel loro vicendevole scambio, quasi amoroso, di riflessi nell’atmosfera dei mattini; terra, in cui la stagione novella, piena del favellìo e del luccichìo di foglie e di ruscelli, diffondeva dattorno una serenità virente e d’oro. Una terra verde chiara di olivi, dove poter godere la pace dello spirito, come sotto un lucido velo sostenuto dai tronchi sofferenti e dalle magre e caste foglie.

E ogni immagine femminile, talora mitologica, presente nelle poesie, l’ho trovata pur sempre posta dentro una cornice della natura, vivida, ma più spesso autunnale, appannata di malinconia.

I versi ritrovati, dunque, erano nati da suggestioni coloristiche ed evocative ricevute dagli ambienti, di cui ho detto; tradotte, alcune, in rapide annotazioni, ed altre inserite in bozzetti impressionistici, alla maniera del Pascoli di “Myricae” (1891). Le forme erano quelle attinte dalla tradizione, ma con l’intento di unire il vecchio con il nuovo, mai trascurando di perseguire e di mantenere la musicalità, al fine di ottenere anche un lenimento, più o meno prolungato, per l’animo troppo spesso inquieto.

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