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Verso sera

Torno, talvolta, a ripetere sul lungomare il percorso che mi era consueto in anni passati.

Sento sul viso la brezza, come quella che, recando odore salmastro, spirava verso la casa della mia infanzia.

Non esiste più, poiché faceva parte di un vicolo che fu distrutto, come altri del rione, dai bombardamenti aerei nell’ultimo conflitto.

Tra i ricordi che sono ad essa legati, si distinguono spesso alcuni sottesi di un’indefinibile sensazione malinconica, associata a determinate situazioni crepuscolari.

Crepuscoli che chiudevano giornate lunghissime, durante le quali ero stato costretto nel mio lettuccio a smaniare per la febbre o fiaccato da una convalescenza.

Tra un sorso e l’altro di limonata, avevo passato le ore a sfogliare e risfogliare i miei libri e, in particolare, quello delle favole, elegante nella sua legatura in tela e oro, donatomi da una mia zia lontana, che vedevo di rado, smagrita e vestita di nero.

Mi attirava soprattutto con le illustrazioni che raffiguravano fate sorridenti nel loro fiorito giardino; cavalieri erranti verso castelli solitari sulle rupi; dragoni alati, e tanti altri luoghi e protagonisti del regno dell’irrealtà, che davano ali al mio fantasticare.

Arrivavo così all’ora del tramonto; infittiva l’ombra negli angoli della stanza; si velavano a poco a poco i vetri chiusi, attraverso i quali scorgevo, in alto, una stria violacea; nella facciata dirimpetto una donna, con calmi gesti, già si affacciava a chiudere le imposte.

Giù nel vicolo erano rimasti i bambini più grandicelli; ed anche qualcuno più piccolo, fino a che la madre non lo richiamava con insistenza, affacciandosi dalla finestra o dal portone.

Conoscevano i più comuni giochi di gruppo e li praticavano con trasporto; salivano, ad intervalli, anche con foga, in un crescendo chiassoso, le loro voci.

Si facevano lievi e facete, di lì a poco, nello sparpagliarsi frettoloso dei saluti.

Ed ecco che mia madre si levava ad accendere la luce.

Mi era stata compagna serena, seppur anche lei propensa ad una vaga, delicata mestizia, percettibile, come nel cielo vesperale, nei grandi occhi assorti; durante il giorno li aveva spesso tenuti intenti al ricamo.

° ° °

Conservo un grato ricordo dei tramonti in cui, ormai ragazzino, uscivo dalla scuola media.

Si era nel dopoguerra: di edifici scolastici agibili ne erano rimasti pochi e in essi si effettuavano più turni.

La scuola che frequentavo era abbastanza lontana dall’abitazione di cui ho detto; e si andava a piedi.

In gruppo percorrevamo la strada, che passa alta nel rione denominato appunto Capodimonte, e dal cui parapetto si gode intera la veduta del porto e della rada.

E ogni tanto ci si attaccava, brandendo la riga e adoperando la cartella come scudo, quasi ad imitare uno scontro tra gli instancabili belligeranti del poema omerico, che stavamo studiando.

E ci si punzecchiava a vicenda con continui frizzi; o si inventavano, portate avanti dai compagni più audaci nelle parole e nei riferimenti, delle interminabili storie, che suscitavano un’ilarità serpeggiante e scoppiettante lungo tutto il percorso.

° ° °

Ritorno, come dicevo, sul lungomare …

Questo è un pomeriggio di domenica; già intorpidito e chiuso sta scivolando quasi insensibilmente nella sera, che segna strisce cenerine all’orizzonte.

Il mare rimane fermo, verdiccio, oleoso tra i moli anneriti.

Riposano pesantemente vecchi barconi; un mercantile, che ha le fiancate con macchie di ruggine, fumeggia, pronto per la partenza.

Nelle adiacenze del porto, in una piazzetta tra palazzi severi, passano ragazzi, come stormo sospinto da un soffio d’arguta allegrezza.

Da una vetrina, che s’apre proiettando luce smorzata, ecco uscire un vocìo oscillante, misto a fiati vinosi, e uno scambio rauco di saluti.

In due, un po’ alticci, storpiando una canzone, se ne vanno; e li accompagna un greve stropiccìo sul selciato.

D’improvviso si stampa un rettangolo luminoso su una facciata e in esso sfarfalla una figura femminile; scende dalla stanza che s’è rivelata, un fine, intimo profumo.

Nel silenzio, a uno scoppio di risa, segue una corsetta morbida.

Una donna entra in un portone, e subito si riaffaccia, leziosa e ammiccante …

Dopo che un giovane l’ha raggiunta, il portone si serra.

E tutti i portoni sono ormai chiusi.

Un androne introduce in un cortiletto fiocamente illuminato.

Dagli angoli verdecupi del porto, la foschia va ad insinuarsi dentro le viuzze, deponendovi un sentore di salsùggine.

Sul lungomare fascia i lampioni, che sospendono una fila di tonde lune giallognole.

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