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Vincenzo Cardarelli: una vita di contrasti

Nei primi anni Cinquanta, a Roma, in via Veneto, Vincenzo Cardarelli era abitudinario frequentatore della libreria Rossetti, dove sedeva senescente e arcigno; per lo più taciturno, se non se ne usciva con qualcuna delle sue battute taglienti e perentorie.

Egli fu figura caratteristica ai tavolini del caffè Strega (sempre in via Veneto, poco lontano dalla pensione in cui risiederà sino alla sua morte), poiché sostava chiuso nel cappotto nero, col bavero di pelliccia, e col grigio cappello, anche sotto il sole estivo, quando sembrava che ugualmente un gelo gli penetrasse nelle ossa. Era il poeta che aveva già confessato: «Ora la mia giornata non è più | che uno sterile avvicendarsi | di rovinose abitudini | e vorrei evadere dal nero cerchio... | E sogno partenze assurde, | liberazioni impossibili... | Io annego nel tempo». E ci ritorna alla mente l'altro Cardarelli, che aveva dichiarato con baldanza: «Fin dove il cuore mi resse, | arditamente mi spinsi...» e, quale segno di tormentosa distinzione: «Il mio destino è vivere | balenando in burrasca».

Egli era stato il protagonista di altra aneddotica, l'insonne animatore della vita letteraria romana, nottambulo frequentatore di osterie e di caffè (in particolare l'Aragno) [Amerigo Bartoli (che aveva con Cardarelli un rapporto misto di amicizia e di inimicizia) rappresentò nel quadro Amici al caffè una di tali riunioni di intellettuali romani.], con il suo profilo etrusco, di cui si compiaceva; col dito spesso didascalicamente alzato; con la capigliatura folta, che di tanto in tanto si ricacciava indietro con la mano, nella foga della discussione o dell'eloquio che egli espandeva sui più disparati argomenti. Pronto nel motteggiare; mal dissimulando i modi soggettivistici, non si era fatto né discepoli né duraturi amici.

Dissertò, nelle sue prose, sulle difficoltà che si frappongono al realizzarsi di una vera amicizia, sui tradimenti reciproci che sono sempre in agguato. Il suo era un destino dì solitudine: «E dunque scritto che io me ne debba star solo...» [Scriveva nel 1919, in una lettera a Lorenzo Montano «Quanto io sono staccato dagli uomini, nessuno Io vorrà mai credere» e confesserà in Solitario in Arcadia (1947) «Nascita, dolore, educazione, tutto contribuì a fare di me un uomo amato da pochi, ingiuriato dai più, e compreso veramente da nessuno».].

Una solitudine accettata, in gioventù, sotto la suggestione nicciana, con la fiera consapevolezza di essere un uomo forte, bastante a se stesso, anche se costretto presto ad ammettere i propri cedimenti, le presunzioni tramutatesi in sconfitte («Ho alle spalle il vuoto. Sono pieno di convinzioni contrastate dall'esperienza») e, soprattutto, la sua paura del tempo, come di uno spettro sempre in agguato, di un pericolo incessante, cui si associa l'idea della morte, «ingiuria suprema». «La linfa nicciana attraversa il motivo misogino molto presente in Cardarelli» [Clelia Martignoni nella Introduzione alle Opere di V.C. . A Mondadori Ed,. Milano, 1981.].

Egli ha riguardato la donna come mistero attraente, luminoso, adorabile nel suo fiorire («Su te, vergine adolescente, | sta come un'ombra sacra...), ma anche quale creatura inafferrabile, volubile, sfinge e chimera. Le esperienze amorose sono state per il poeta un'acuta sofferenza, poiché anche qui ha trovato in agguato «una spaventevole divergenza», che riteneva finisca per ingenerarsi nel rapporto fra i sessi. Scriveva in una lettera (a Emilio Cecchi, il 4 maggio 1929) «Io non crederò mai nella donna. Questa è la mia dannazione».

Il Nostro si era dovuto sottoporre ad una tenace disciplina di autodidatta; aveva, infatti, potuto frequentare soltanto le scuole elementari a Corneto Tarquinia (in provincia di Viterbo, in una zona maremmana che custodisce un'insigne necropoli etrusca) dove era nato nel 1887. Suo padre, marchigiano, dopo una giovinezza movimentata, si era colà stabilito, divenendo il gerente del buffet della stazione ferroviaria.

Dopo essersi separato dalla sua compagna (Giovanna Caldarelli, del luogo), dalla quale aveva avuto il figlio (registrato all'anagrafe come Nazareno Caldarelli) e una secondogenita, egli aveva preso in moglie una donna originaria della Lombardia; se non che costei morì tre anni dopo. Lo scrittore, nelle sue memorie, la ricorderà come «una matrigna tutta d'oro, dal cuore alle mani» e dirà ancora di se stesso, pur se in termini vaghi: «Non potendo badare a me, mio padre si vide costretto a collocarmi ora qui ora là, a dozzina... Conobbi altre case... Il mondo mi allevò...» [In Memorie della mia infanzia (1922-23).]. L'animo del fanciullo assorbì di certo la solitudine e il tedio che fasciavano la stazioncina ed erano interrotti dalla breve animazione che seguiva la sosta dei rari convogli. D'altra parte egli ricercava luoghi poca frequentati, presso le mura castellane, ai bordi di campi assolati. «Fin da ragazzo ho amato le distanze e la solitudine...»

Verso il paese natale, Cardarelli nutrì, durante la vita, attrattiva e disamore. Provava sentimento nostalgico verso quella culla cospicua della civiltà etrusca, di cui sentiva il fascino; verso il luogo in cui trascorse gli anni della fanciullezza (favolosa, come per il Leopardi); e soprattutto desiderio di ritornare alle origini, dopo tanti viaggi (sia reali sia metaforici), sperandovi riposo e oblio, tanto che anche la fine gli sarebbe stata cara, «nella città dei morti».

Vi taceva sporadiche visite e ne rifuggiva, costatando con amarezza una realtà che diveniva sempre più dissimile dalle illusioni e dai ricordi: e ancor più per il carattere della gente (e avrà avuto in mente, l'altra, grossolana, del «borgo selvaggio») che «quel che vale e non conosce, spregia» [Da Invettiva in Poesie disperse (Opere c.s.).]. Vi dovette soggiornare per lunghi periodi durante la seconda guerra mondiale e così scriveva in una lettera (ad Alberto Mondadori, nel '45): «Un paese dove non si discorre d'altro che di maiale, di abbacchio, di cipolle e di conserva di pomodoro».

Il Nostro, abbandonata Corneto a diciannove anni e con poche lire in tasca, era andato a Roma, dove non conosceva altri che un avvocato abruzzese, socialista. Dovette adattarsi a diversi mestieri; conobbe la disoccupazione e la miseria; scriveva, intanto, articoli per periodici minori, quando, nel 1909, fu ammesso alla redazione de "L'Avanti!". Vi rimase sino all'ottobre del 1911, allorché la sede del giornale fu trasferita a Milano ed anche si era intiepidita la sua adesione alle idee socialiste. Cardarelli andò a Firenze. Collaborava al giornale letterario "Il Marzocco" ed era assiduo ai tavolini del caffè Paskowshi, in quel vivace periodo in cui dispute letterarie e filosofiche infervoravano menti ed animi. Corrispondeva, intanto, con Cecchi, Prezzolini, Onofri. Il sua rapporto (iniziato in maniera epistolare) con Sibilla Aleramo, si interruppe nel 1912; in quell'anno Cardarelli conobbe, a Firenze, Riccardo Bacchelli, nella cui casa fu ospite a Bologna nel '14.

Non partecipò alla Grande Guerra, perché menomato sin dall'infanzia al braccio sinistro, a causa della poliomielite. Nel settembre 1915 collaborò a "La Voce", ma presto i suoi rapporti con l'ambiente vociano si guastarono. Nel 1916, a Milano, pubblicò Prologhi, un insieme di prose e di poesie. Nel '18 lavorò nella redazione del quotidiano romano "Il Tempo", Nell'aprile dell'anno seguente, a Roma, poté alfine realizzare il progetto, da tanto accarezzato, della «grande, mitica rivista», insieme con Bacchelli, Baldini, Barilli, Cecchi, Montano e Saffi.

Il mensile letterario da loro fondato, "La Ronda" uscirà sino al 1923. Essi proponevano un neoclassicismo, non come gretto conservatorismo, ma, come diceva Cardarelli, «metaforico e a doppio tondo», teso a realizzare «nuove eleganze», in modo da «essere moderni alla maniera italiana, senza spatriarci». I rondisti elaborarono la prosa d'arte permeata di finezza e di lirismo, che può apparire frutto di diligente esercizio, simile alla prosa leoparaiana, che il Croce giudichera «lavoratissima, ma estrinseca e che tien sovente qualcosa del vaniloquio accademico» [In Poesia e non poesia Laterza Ed. Bari, 1923.].

Il modello dello stile, Cardarelli lo ravvisava, invece, proprio nelle Operette morali e nello Zibaldone [Nel 1921 "La Ronda" pubblicò una serie di brani tratti dallo Zibaldone, scelti e commentati dallo stesso Cardarelli.]. Nelle Operette, in particolare, egli riscontrava una prosa ricca di flessibilità discorsiva, che armonizza motivi meditativi (dottrina, filosofia, esperienza umana) e motivi lirici, ed è quindi capace di aprire «paesaggi di una latitudine infinita».

Si voleva formare uno stile tale da divenire idoneo alla migliore estrinsecazione di quella voce interna, che «dice di aver bisogno di farsi sentire»; e quindi al manifestarsi di una personalità alla ricerca della propria compiutezza umana [«Il vocabolo umanità lo vorremmo scrivere nobilmente, con 1'h. come lo si scriveva ai tempi di Machiavelli, perché si intendesse il preciso senso che noi diamo a questa parola» (Cardarelli in Prologo in tre parti, ad illustrare il programma de "La Ronda"). In polemica con il De Sanatisi i rondisti prediligevano gli scrittori del «maturo» Cinquecento.].

Dopo l'appassionato autobiografismo cerebrale, lo psicologismo e la tensione etica delle prose dei Prologhi (1913/14, ma, come abbiamo detto, pubblicate nel '16), Cardarelli si era volto nei Viaggi nel tempo (scritti tra il 1916/17, ma usciti nel '20) alla realtà oggettiva, a motivi paesaggistici, con un linguaggio più disteso e musicale, pur non rinunciando alla sua abitudine concettuale e moralistica.

Le Favole della Genesi (scritte in pieno periodo rondista) sono state definite dallo stesso autore quali variazioni prettamente poetiche e paesistiche sui primordiali episodi biblici. La narrazione si avvale della splendidezza del linguaggio, che può sembrare il vero protagonista dell'opera; eppure risalta «vivo e drammatico, il duello Uomo-Dio, in cui la problematica umana riscatta lo stesso incanto lirico della prosa» [Carmine Di Biase in V. Cardarelli nel vol. V di Novecento - I Contemporanei, Marzorati Ed. Milano, 1979.].

Nel 1927 Cardarelli collaborà a "L'Italiano" di Longanesi e, in pieno clima di "Strapaese", anch'egli attinse alla tematica rustica e campagnola, iniziando dalla poesia Santi del mio paese.

Abbiamo, tuttavia, gia detto delle ragioni intrinseche del «ritorno» che spingevano il poeta verso il luogo natale; inoltre, i ricordi sono sempre a lui apparsi la solo certezza in mezzo al deserto della vita; ciò che si è trasferito nella memoria, veramente ci appartiene e ci assicura la continuità nel tempo... Cardarelli, quindi, ripercorre la propria biografia infantile e adolescente, conferendo al racconto risonanze suggestive e caratterizzando, nel contempo, e idealizzando la figura del padre «dalla lunga, leggendaria esistenza».

Prosegue nel Sole a picco (1928), intrecciando alla descrizione del paesaggio, quella di usi e di costumi cornetani. Anche qui tende a mitizzare la narrazione, pur conservando, questa, anche carattere umano, familiare, nostalgico, e quindi «una sorridente affabilità» (come nota Enrico Falqui). L'alone leggendario non fascia soltanto le misteriose vestigia etrusche, ma anche la «incantata e stregata villa Tarantola»; lambisce figure di tipi paesani, come, ad esempio, quella di Tarquinio, il sensale, personaggio favoloso», del maestro Mencarelli, del sor Ernesto, dell'«affettuoso e fiabesco corteo degli ambulanti» e di altri ancora...

Nell'ottobre del 1924 Cardarelli aveva meditato il progetto di una nuova "Ronda", per «il ritorno a quella tale Italia secolare e classica per cui ci siamo tanto battuti», ma non trovò più il sostegno finanziario necessario all'impresa. Stabilitosi per qualche tempo a Venezia, anche nella città lagunare era solito frequentare i caffè, in specie il Florian.

Nel 1928 fu in Unione Sovietica, inviato per corrispondenze giornalistiche dal quotidiano romano "Il Tevere".

Nel 1934 pubblicò la prima edizione di sole poesie Giorni in piena (Novissima, Roma). Nel '36, riveduta e corretta, uscì la seconda edizione delle liriche, con il titolo definitivo di Poesie. Delle prose Il cielo sulle città (1938) fanno parte le pagine che si riferiscono alla visita a Recanati; e Cardarelli, in polemica con i cultori della poesia pura, mette in risalto l'assoluta concretezza, l'aderenza alla realtà che ebbe il Leopardi, fedele alle più strette contingenze, alla topografia, ai riferimenti geografici.

Nell'estate del 1938, a Milano si ritrovava con alcuni intellettuali al caffè Savini.

Nel '40 collaborò al settimanale "Il Tempo" di A. Mondadori, presso il quale pubblicò, con nuove varianti e aggiunte, le Poesie (1942). Poesie che si diversificano dal canto pascoliano o dannunziano e dagli artifizi del linguaggio puro dell'ermetismo; che, piene «di sostanza, idee, concetti, situazioni poetiche» (cosi come l'autore intendeva essere la poesia) si presentano con tono discorsivo e in una torma sorvegliata, che vuol armonizzare classicità e modernità. Anch'esse — come tutta l'opera caraarelliana — divengono indagine interiore, ricerca di versta, rivelazione di unumanita sincera e, per lo più, dolente.

Il poeta ha confessato: «La vita per me non è stata che una lunga malattia contro la quale ho sempre fortemente e astutamente lottato» e anche:«Ma è certo che vado soggetto ad abbassamenti, ad esaurimenti incredibili. ho sempre vissuto come un convalescente...» [Rispettivamente in Taccuino - Poesie nuove, 1946 e in Lettere non spedite, Roma, 1946.].

L'aspirazione alla continuità, alla stabilità, alla certezza dei «tempi fermi» è stata contrastata dal succedersi dei fallimenti («quante cose cominciate | e rotte, nella mia vita!»); dal caos delle trasformazioni, da cui risalgono soltanto fugacemente forme definite; dalle fratture, che hanno interrotto, immancabili, il rapporto amoroso e quello dell'amicizia. È stata ancora contrariata dalla transitorietà delle soste, che si sono concluse con il disinganno, il distacco, gl'inevitabili addii o con la solitaria fuga.

Cardarelli è vissuto da randagio «(Oh senza sosta io vissi | ed esule dovunque...); compreso nella sua vicenda interiore, è rimasto «fuori dalla vita» della gente comune; «i segreti delle case» li ha rasentati, come accade al malinconico viaggiatore che sta al finestrino del treno, che oltrepassa «città fervide e ridenti»... Ed ecco la perenne insoddisfazione, le sospensioni, le cadute, le frantumazioni, la penosa ricerca di nuovi equilibri, dell'irraggiungibile interezza («Le mie gioirnate sono | 'frantumi dì vari universi | che non riescono a combaciare. | La mia fatica è mortale»).

Si sente risuonare il tragico binomio romantico di amore e morte («Folle tuo amore ov'io non mordo | che sapore di morte...»); come romantico è il motivo delle illusioni che danno aire alla vita («Vivo dí sogni e di speranze pazze...»), ma che non preservano dall'affermazione in cui si concentra tutto il pessimismo di matrice leopardiana: «Il male è continuo, stillante; | il male è norma | nella nostra esistenza».

Brevi le gioie e gl'incanti concessi, in particolare dalla primavera, che, a marzo, «è un vino effervescente»... Ma Cardarelli si è aggirato a lungo nell'arido ambiente urbano, dove, come egli stesso dice, il cielo lo si può guardare e sospirare «lungo i cornicioni delle case, sui tetti, attraverso le porte cittadine, gli archi». Ha potuto così godere dell'effimera ebbrezza primaverile, che circola nel sangue, allorquando «la città vive un giorno | d'umori campestri».

Sono state rare le soste agresti che gli hanno permesso di assaporare l'idillica quiete della Sera di Gavinana o di mirare la villanella i cui occhi brillano di gioventù «solare e profonda»; ancor più rare quelle silvane, che han fatto ascoltare la voce, l'anima del bosco, nel verso del cuculo o dato l'illusione d'una danza di ninfe attorno ai tronchi... Tali intervalli rasserenatori hanno avuto la loro massima estensione nell'esaltazione dell'estate, stagione che sembra permettere il raggiungimento della «fuggiasca fecondità»; una parvenza di stabilità di identicità, di maturità, nell'assenza «d'oscuramenti e di crisi».

Ma di nuovo sopraggiunge il transito autunnale, che dà brividi, fiacca i nervi, insinua insistenti pensieri di trapasso. «Ora passa e declina, | in quest'autunno che incede | con lentezza indicibile, | il miglior tempo della nostra vita | e lungamente ci dice addio». Così scorrono gli anni (anzi, dopo la giovinezza, «van giù rovinosi in pendio») e ci lasciamo dietro reliquie, luoghi cari «divenuti un sepolcro»...

I ricordi più gratificanti rimangono quelli dell'infanzia trascorsa «felice, senza peccato» nella propria terra, la quale, per effetto della memoria che trasfigura, riappare come il «paradiso». Ma la memoria (così come avviene in molte pagine di narrazione di «viaggi» e di «favole») sembra ancora qui operare, in particolare nelle poesie d'amore, con azione depurante. Scrive Giacinto Spagnoletti: «È come se in presenza della passione, il poeta si trovasse ogni volta di fronte a uno spettacolo di ogni devastazione, e poi il verso ne illuminasse i contorni, a giusta distanza, nel quadro della memoria incantata» [In Storia della letteratura italiana del Novecento Newton Ed. Roma, 1994.].

Dal 1943 al '45 trascorse, come si è detto, lunghi periodi a Corneto. Era ormai malato ed indigente. Nell'immediato dopoguerra, Carrà, De Pisis, Morandi organizzarono a Milano una vendita all'asta di loro opere, per venirgli in aiuto.

Dal '49 gli fu affidata la direzione de "La Fiera Letteraria". Ed ecco l'isolato, malinconico crepuscolo dr un'esistenza singolare tra quelle degli scrittori del Novecento.

Bene ne ha sintetizzato i contrastanti atteggiamenti Giuseppe Villaroel: «Cardarelli è un miscuglio di calma e di bollore, di modestia e d'orgoglio, di ingenuità e di malizia; ora cauto, ora distratto, ora socievole, ora no; ora paziente, ora collerico e inesorabile. E nonostante tutto si fa voler bene, perché — al di là degli strali e delle arguzie — sta chiuso nella sua austera solitudine d'uomo e di poeta» [In Gente di ieri e di ocei, Cappelli Ed. Bologna. 1954.]. Ma quello che lo ha veramente distinto e stata l'affezione, alimentata da vocazione sincera, alla letteratura («Letteratura al di sopra di tutto e al di fuori di tutto»... «L'arte per me è tutto»).

I suoi scritti critici testimoniano l'apporto formativo che ricevette dagli autori preferiti, oltre il prediletto Leopardi e il «maestro Dante»: da Baudelaire, Pascal, Bergson, Nietzsche, Ibsen... Per non dilatare il discorso, si ricorderà che Cardarelli espresse la sua contrarietà a quello che riteneva neoromanticismo vociano; all'idealismo crociano; al pascolismo e al calligrafismo, e, successivamente, alla poesia pura e all'ermetismo...

È stato vivace polemista, talora intransigente, e perciò ritenuto scomodo e insocievole, nei confronti della cultura italiana del primo dopoguerra, che vedeva oscillante tra il meschino provincialismo e «un europeismo da strapazzo, limitato alle zone inferiori della letteratura internazionale che puzza di romanzi stranieri mal tradotti, e permette ai professori della Berlitz-School di darci lezioni di lingua e di stile» [V. Cardarelli: Parole all'orecchio . Lanciano, 1929.].

Di fronte all'adulteramento del gusto e al «fallimento della lingua italiana», ecco il suo rifarsi all'altezza delle nostre spirituali tradizioni». Cardarelli aveva una concezione austera: «L'arte non è un dono gratuito, ma sopravviene, se mai, all'uomo che ha saputo privarsi di ogni altra soddisfazione. La vita è per l'artista tutta da mortificare e da reprimere in vista dell'opera che ne dovrà scaturire: una perpetua attesa, una costante vigilia» (da Solitario in Arcadia - 1947).

La dedizione a tale condotta ideale ha comportato anche l'impatto con le insopprimibili concrete necessità d'ogni giorno. Gl'incerti proventi derivatigli dalle sue opere, e non numerose (Cardarelli non ha scritto romanzi e ha detto — in Solitario in Arcadia — che «scrivere per il pubblico fu sempre il pretesto di scrittori poco originali e la richiesta di critici mediocri») hanno costretto il poeta ad una vita, ch'egli stesso ha definito «d'un profugo e d'un mendicante», trascorsa, per lo più in maniera mortificante, in camere d'affitto [In Indiscrezione sul mio destino in Poesie nuove, Neri Pozza Ed. Venezia. 1946.].

Era, tuttavia, ben consapevole che colui il quale si dedica alle belle lettere non ha possibilità di arricchirsi o di ottenere onori, anzi può apparire, agli occhi dei più, «nella più benevola ipotesi, un incapace», giacché l'importanza del singolo si commisura alla condizione economica e sociale, con i suoi aspetti esteriori e utilitari, che è riuscito a conquistare e a consolidare. Ha continuato nella sua sofferta vicenda sia come uomo sia come scrittore, e l'uno non separato dall'altro (per cui si può con certezza trovare nell'opera cardarelliana quello che Pascal cercava in ogni autore: l'uomo), passando anche attraverso crisi di cupo sconforto [«Vorrei distruggere tutto guanto è uscito dalla mia penna, non potendo sperare di esserne mai e noi mai soddisfatto« (Solitario in Arcadia). È soprattutto l'Epistolario che testimonia tutto il travaglio interiore di Cardarelli, il suo «tremendo rovello esistenziale» e, nello stesso tempo, la sua appassionata parecipazione alla fervida vita letteraria sia fiorentina sia romana. «Più ancora potremo saperne quando saranno note molte altre lettere ai familiari e nuelle indirizzate ad amici letterati (Bacchelli. Baldini. Saffi. ed altri), che per ora mancano. Tutto il momento storico de "La Ronda" verrà in evidenza con una fisionomia fin qui inedita» (G. Spagnoletti, nell'opera citata).].

Il suo è stato un raro esempio di coerenza e di onestà intellettuale, caratterizzato da severo e meditato impegno. Alla fine Cardarelli non ha più sentito la morte come la «nera compagna di veglia» delle lunghe notti d'insonnia angosciosa, quando glì sembrava di dibattersi dentro un «fiume | rapinoso, infernale», sino all'alba liberatrice. Era ormai convinto che l'ultimo viaggio insieme con tale «amica» sia il migliore. Egli, che aveva scongiurato un decesso repentino, in modo che «l'immane passo non sia | precipitoso», si spense, in effetti, dopo la degenza di un mese, assistito dalla sorella, al Policlinico di Roma, il 15 giugno 1959.

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