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Vittorio Alfieri in viaggo attraverso l'europa

L’Astigiano ( 1749-1803 ) balza dalle pagine della “Vita scritta da esso”, dedicate ai suoi viaggi - iniziati ancora diciassettenne e protratti per un lustro – insofferente, scontento di sé, con addosso una smania incessante di andare … Così diverso, quindi, dagli attenti e curiosi viaggiatori settecenteschi, poiché egli insegue, piuttosto, in ogni dove, il suo io più segreto e più vero, che soltanto a tratti si rivela e in maniera confusa. Come ha scritto Francesco De Sanctis*: “Corse parecchie volte tutta Europa, e non vi trovò altro piacere che il correre, simulacro dell’interna irrequietezza non soddisfatta.”

Dai primi d’ottobre del 1766 passa, dunque, da una all’altra delle principali città italiane, quasi sempre “poco vedendo e nulla imparando.” A Napoli, dove giunge per la seconda festa di Natale, la vivacità della folla, la musica, i divertimenti sembra riescano ad attirarlo. Per poco … Condotto dall’abituale mestizia, cerca di lenire il suo assillo interiore, passeggiando da solo lungo la risonante marina di Chiaia.

L’Alfieri ci si presenta così spesso ad occupare con la sua individualità solitaria, tutta la scena, preso da stati d’animo che ubbidiscono ad una sensibilità finanche morbosa.

L’anno seguente, un’altra marina, quella di Marsiglia, lo accoglie in un luogo appartato, tra mare e cielo, a fantasticare, nell’ora del tramonto.

Nell’estate, animato da fervida aspettazione, raggiunge la capitale francese, ma ne riceve, nel complesso, un’impressione sgradevole.

La simpatia che desta in lui l’Inghilterra è, invece, immediata: la saluta quale “fortunato e libero Paese.” Uscito dal Piemonte assolutistico e retrivo, all’Alfieri sembra già di sentire in sé l’aspirazione ad un ideale di “liber’uomo”. Nota come le sagge leggi ( anche se non approfondisce la Costituzione ) possono dare impulso alla vita politica e civile, favorendo anche l’attività economica dei cittadini, di cui gli appare visibile il diffuso benessere sia a Londra, sia nelle province.

Durante l’inverno del 1768-69 il giovanetto si accosta alle opere degli illuministi francesi; anche gli giovano le frequenti considerazioni che gli suggeriscono gli “Essais di Montaigne, dai cui tomi non si separerà nei viaggi futuri. Ma soprattutto le pagine di Plutarco, più volte rilette, scuotono in lui intensa commozione, alimentano sogni.

Intrapresa la nuova esperienza europea, l’Alfieri si intrattiene a Vienna tutta l’estate del 1769, ma “senza imparare nulla.”

Successivamente, percorrendo lo stato di Federico II ( pur ritenuto sovrano illuminato), è facile intuire come la connaturale ripugnanza per ogni forma di soggezione, lo renda, nell’intimo, agitato e indignato, poiché si sente come soffocare in quella ch’egli, con immagine robusta, definisce “universale caserma prussiana.”

Si spinge quindi in Danimarca, monarchia che vive un pacifico periodo di riforme. Legge Plutarco, ma la sua fantasia si eccita anche a correre con la slitta “a velocità poetica.”

In Svezia, alla fine di marzo, l’inverno perdura “ferocissimo”. L’Alfieri sente simpatia sia per la forma di governo sia per gli abitanti; ma è soprattutto il paesaggio che lo affascina con la sua vastità e il silenzio dominante. Le sconfinate boscaglie bruneggianti gli si imprimono indelebilmente nella memoria, come “epiche selve immense”. Compenetrandosi con quei luoghi, dà sfogo alla sua fantasia da protoromantico.

Continua a scorrazzare con la slitta, furiosamente, sui laghi ghiacciati.

Verso la fine d’aprile, quando le nevi lassù si sciolgono con rapidità, egli si meraviglia della vegetazione che, in pochi giorni, anch’essa con rapidità rinverdisce.

A metà maggio vuol raggiungere la costa finlandese, ma la superficie gelata del Baltico si presenta “orrida”. La prua dell’imbarcazione è continuamente ostacolata nella rotta. I marinai ( e lo stesso Alfieri ) scendono, allora, più volte sopra i lastroni e cercano di liberare, a colpi d’ascia, il legno dal ghiaccio.

Il dispiegarsi della vitalità, dell’audacia contro forze naturali avverse, che sembrano animare l’ambiente, desta nel Nostro idee grandiose …

A fine maggio è a Pietroburgo, ma ne rimane deluso.

La ferma avversione verso la tirannide rinasce qui nei confronti di Caterina II, la quale, pur “filosofessa” aperta alle idee dell’illuminismo, poco fa per sollevare dalla condizione di servitù la gran parte del popolo che vi soggiace, mentre nell’apparato statale è strapotente “la genia soldatesca.”

Dopo un mese di viaggio monotono ed estenuante, l’Alfieri raggiunge Berlino. Ammira alcune bellezze naturali, come il Reno, “epico fiumone”; ma, imprecando sia contro la Russia, sia contro la Prussia, aspira a far ritorno nella beata Inghilterra.

Nell’estate del 1771 un nuovo soggiorno parigino, non muta di molto nell’Alfieri le impressioni ricevute precedentemente. Ora vi fa un acquisto per lui importante: una raccolta di opere di classici italiani, di cui potrà apprezzare , negli studi che in seguito lo assorbiranno, l’insostituibile valore.

A metà agosto si avvia verso la Spagna. In viaggio per Madrid, attraverso la regione aragonese, in un territorio quasi desertico, evita di soggiornare nelle poche cittadine “semibarbare” che vi si incontrano, mentre gli piace far la strada a piedi, con accanto il cavallo andaluso, con il quale amabilmente discorre, seguendo un poco lontano gli altri della comitiva.

Ed ecco che, immerso nell’esteso scenario desolato, gli attraversano la mente rapidi pensieri ed immagini contrastanti, per cui egli passa inconsapevolmente dal riso al pianto, incapace di dominare il tumulto interiore. E non può neanche affidare alla carta le sue commozioni, lamentandosi ( come aveva già fatto altre volte ) di non possedere ancora adeguati mezzi espressivi.

A Madrid, come al solito, vive ritirato e si annoia.

Conserverà, invece, vivo ricordo della frequentazione intrattenuta, a Lisbona, con l’abate Tommaso di Caluso. Egli mostra – e ciò gli accade di rado – profonda stima ed affetto verso questo letterato dotto e umanissimo, che, tra l’altro, gli fa provare un vero “rapimento”, leggendogli pagine di poesia.

Della penisola iberica il Nostro porta con sé anche la splendida immagine della primavera di Valencia, del suo cielo e delle sue donne …

Nel maggio 1772 l’Alfieri ritorna a Torino; ha ventitré anni. Il periodo di tempo trascorso viaggiando, può apparire soltanto in apparenza, per lui, dissipato; ma, in effetti, ha immesso virtualità molteplici nella giovinezza del giovane tragico. “Tanto tumulto, tanto disordine di stati d’animo – ha osservato Attilio Momigliano – sembrano senza un perché: e sono, invece, la descrizione di una poesia in potenza …”

E l’Alfieri, una volta conquistata la poesia, la sentirà come ragione di vita, missione tesa a perseguire, lungo un appassionato e rigoroso cammino, “il patriottismo, la libertà, la dignità, l’inflessibilità, la morale, la coscienza del diritto, il sentimento del dovere, tutto questo mondo interiore, oscurato nella vita e nell’arte italiana …”( De Sanctis )

 

*Nella sua “Storia della letteratura italiana” 1870-71  

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