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Vi era nell’antichità, ci ricorda Roberto Calasso, una sorta di disinvolta noncuranza, “una certa sprezzatura nell’accennare al divino”. Uomini e dei si potevano ritrovare, spensierati affabulatori, ospiti di un banchetto nuziale o sorprendersi nell’oscurità di un bosco o incontrarsi presso una fonte d’acqua viva. Una familiarità che non cancellava la distanza tra umano e divino, anzi rendeva quell’intervallo vibrante, sonoro, ancor più insondabile nella sua evidenza. Poi, quando questa primordiale contiguità si dissolse, rimasero soltanto le “storie degli dei”, i miti. “Tutto finisce in storia della letteratura”, dice ancora Calasso, con una laconicità insolitamente venata di mestizia. Infatti, al di là delle consuetudini retoriche barbicatesi nei secoli, occorrerà attendere gli ultimi anni del 1700 d.C. perché gli dei – quale celeste sorriso al secolo dei Lumi! – tornassero a manifestarsi. I luoghi delle nuove epifanie ora non sono più le selve solitarie o gli affollati banchetti nuziali, ma la mente dei poeti e le pagine dei libri, in particolare le pagine  della rivista Athenaeum di Friedrich Schlegel e di Novalis. Si tratta di una epifania del divino assai diversa dall’antica, ma non meno “terrorizzante e ammaliante”.

L’opera opacizzante del tempo e della storia non è riuscita a mutare l’intima essenza delle apparizioni, per quanto diverse siano ora le forme e i movimenti che determinano l’incontro. Le forme si incastonano dentro l’inganno della parola poetica, i movimenti sono quelli fluidi e fugaci del tempo, messo perentoriamente di fronte all’immobilità dell’eterno. Infatti era stato già scritto: “I saw Eternity the other night”, “Io l’altra notte ho visto l’Eternità” (Henry Vaughan). La triplice giustapposizione della visione personale (I saw), dell’infinito spazio-temporale (Eternity) e della terribile brevità del nostro tempo (the other night), scardina ante litteram non solo ogni incipriata boria razionalistica, ma tutti i lunghissimi secoli di presenza retorica e quindi di assenza degli dei. E’ qui, nella più perfetta metastoricità, che la letteratura, o meglio, quella che d’ora in poi si chiamerà letteratura assoluta, trova i suoi fondamenti. E li trova perché non li ha cercati. Pervasiva messaggera “di un sapere irriducibile”, questa civiltà poetica incondizionata ed incondizionabile può essere intesa, come afferma ancora Calasso, quale “ulteriore potenza…, solitaria e sovrana, come il vascello stesso che accoglie tutti i simulacri e vaga nell’oceano della mente per il puro piacere del gioco e del gesto”. Una potenza oscura che non si lascia definire o incasellare, “che non vuole (e non può) altro che fosforeggiare, luciferare, rapire, stordire”. Queste luminescenze divine appaiono su plaghe desolate con cadenze imprevedibili, e che restano ignote, al di là di ogni più ardita congettura sulle onde mnemiche delle lunge eclissi e delle fulminee apparizioni nel corso dei secoli e delle civiltà. Su questi deserti non vi sono guide affidabili, se non gli scrittori stessi, forse non tanto perché, come sostiene Calasso, sono “gli unici a conoscere passo per passo il terreno”, quanto perché calpestano quel determinato terreno. Un terreno impalpabile, sfuggente dove non v’è traccia di confini temporali, linguistici, estetici. Qui l’eteroclisìa non costituisce la norma,  e non si presenta come rara eccezione. La doppia linea di una metafisica a un tempo ctonia e iperurania, dionisiaca ed apollinea, stordisce e fa smarrire ogni bussola. Oriente ed Occidente sembrano riversarsi e chiudersi dentro lo stesso guscio cosmico.

La scienza letteraria vedica getta fasci di luce sul Sé universale dal quale “sorgono tutti i sensi, tutti i mondi, tutti gli dèi, tutti gli esseri”. Anche il filosofo – Emanuele Severino – si smarrisce quando parla di “discordia tra due forme di filosofia” e non si accorge che, rotti tutti gli ormeggi, la letteratura assoluta naviga oramai nell’inconnu. Là non ci sono più domande da porre o nodi da sciogliere, né linguaggi da oggettivare o da ridurre a mero volere. Altra musica scorre tra quelle costellazioni e all’”intender non la può chi non la pruova” occorrerebbe fermarsi, per ascoltare, per vedere con gli occhi potenti della fantasia ciò che sta emergendo, per fare esperienza di ciò che prima non era o era nel puro stato potenziale, non tratto ancora nel vortice dell’essere. Qui si è dissolta o non ha ancora preso forma la triade del Bello, del Buono e del Vero e tutte le rispettive discipline estetiche, etiche e filosofiche. Avvertiamo infatti che questo tipo di letteratura, che non mostra mai “segni di riconoscimento” e ha una sorta di istintivo orrore dei proclami di appartenenza a scuole o a movimenti, ci avvicina all’incandescenza sonora del caos primordiale. Ed è alla luce di questo fuoco che Calasso ha letto e ci fa leggere gli aforismi di Kafka, scritti nel villaggio boemo di Zürau tra il settembre del 1917 e l’aprile del 1918. Essi ora ci appaiono come delimitati sentieri, frammenti indivisibili, schegge di divinità sospese nel vuoto. Meglio, tra due vuoti: quello prima dell’essere, quello dopo il divenire.   “Con Kafka – scrive Calasso, che è andato a studiare i manoscritti del Castello alla Bodleian Library di Oxford – un fenomeno invade la scena: la commistione. Non c’è angolo sordido che non si lasci trattare come metafisica. E non c’è metafisica che non si lasci trattare come angolo sordido”. Sembra una fin troppo prosaica riproposizione della filosofia naturale: Natura sive Deus. Eppure è proprio quell’angolo sordido, quel sudiciume troppo umano a rendere tutto più difficile ed inafferrabile. Continuiamo ad essere sospesi nel vuoto. Ma si tratta di un vuoto che sembra chiamarci, come rigonfio di voci soffocate e di echi lontani, mentre la divinità continua a rimanere nascosta, silenziosa e remota. Dall’inchiostro di questi apoftegmi arrivano talvolta profumi fugaci, che stordiscono. “Una gabbia andò a cercare un uccello” (aforisma n. 16). Si avverte a un tempo il tanfo di un’uccelliera incustodita e la fragranza dell’aria mattutina. Forse anche le diafane orme di una divinità impercettibile che fugge nell’inversa ricerca. Una divinità che va ad eclissarsi nell’aforisma n. 52: “Nella lotta fra te e il mondo asseconda il mondo”. Parrebbe un invito alla rinuncia definitiva, la dichiarazione di una resa senza condizioni. Tuttavia in quell’”asseconda” s’annida un’arcano fiat voluntas, il vento cosmico di un Deus immanente che continua scuoterci. Anche la forza assoluta e totalizzante della Moira sembra incrinarsi di fronte a quell’infinitesimo indistruttibile che si nasconde nell’uomo. “L’uomo non può vivere senza una costante fiducia in qualcosa di indistruttibile dentro di sé…” (aforisma n. 50). Questo “qualcosa di indistruttibile” è forse la preziosa la “res amissa” di cui canta il poeta, il dono irrimediabilmente perduto e del quale siamo in perenne ricerca? Tra l’originaria privazione, il confuso ricordo di una sacrale scissione e la magia di una una possibile uni-versalità, si determina uno strano movimento divergente. Così irride l’aforisma n. 38: “Un tale si meravigliava di quanto facilmente procedesse sulla via dell’eternità; di fatto stava sfrecciando in discesa”. E’ l’illusione rovesciata dell’”I saw Eternity”? La domanda non getta luce sul “mistero palese”. Spiegate le vele, la letteratura assoluta naviga, tra oscurità e bagliori, verso nuovi misteri, sorretta da “una fede come una mannaia, così pesante, così leggera” (aforisma n. 87). Vale la pena seguirla.

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