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Eredità letterarie e sostanza futuribile nell'epica di Veniero Scarselli

Se fosse possibile un discorso di critica stilistica accoppiato con uno di fantaletteratura, collocherei le radici di Scarselli fra il Tre e il Quattrocento, fra il tardo Stilnovo e le esperienze liriche e narrative (soprattutto narrative) dei fratelli Pulci, di Lorenzo de' Medici e del Boiardo. Si tratta di un periodo di sperimentatori aperti alle suggestioni più varie, spesso disponibili a un confronto con la lingua parlata, talvolta svagati o addirittura giocherelloni, ma costantemente animati dalla convinzione che l'esercizio della lingua scritta sia essenziale e insopprimibile nell'avvicendarsi del quotidiano e dell'effimero e che il mestiere del letterato,, a preferenza di ogni altro, debba accompagnare quello di uomo e di cittadino e le lettere essere il complemento più verace ed ambito di qualsivoglia biografia. Dileguato il carisma ideologico dello Stilnovo, non ancora istituzionalizzato il canone della imitazione petrarchesca e boccacciana, costoro si abbandonavano agli echi formali secondo loro più idonei ad esprimere pulsioni amorose e civili o crucci esistenziali o fiducia nella vita, tavolta giocondamente naufragando « in un mare di pesci e d'amore » (V. Scarselli). L'approccio fantaletterario si spinge fino a individuare, nei due secoli in questione, quasi un vuoto ideale che Veniero Scarselli arriva dal ventesimo secolo a colmare riguardo certe forme e certi contenuti. Tutti sanno come la francese chanson de geste faccia parte del corredo di letture di quei tempi senza tuttavia che noi troviamo in alcun autore volgare dell'epoca un solo esempio di quel tipo di narrativa strutturalmente ritmata in « lasse »: fatto, guarda caso, che pare una condizione espressiva connaturata e insostituibile nella poesia di Scarselli.

Dalle ricerche di Alberto Tenenti e di altri sul senso della morte nel basso medioevo sappiamo come il tema che più angustiò i medici del Trecento sia stato proprio quello della scissione dell'anima dal corpo e del dolore fisico che eventualmente vi si accompagna: alla base del più commovente fra i libri di Scarselli, Pavana per una madre defunta, il tema è proprio questo, il tormentoso persistere degli ultimi frustoli di sostanza spirituale a contatto delle ultime frange di materia corporea nel clima di un ineluttabile distacco annunciato. La morte, appunto, come evento drammatico, ma anche come tragica allegoria della vita.

Anche il sesso, del resto, tema così ricorrente e dominante nella poesia di Scarselli, è una allegoria della Morte, del Male, della ineludibile tragicità della condizione umana: i fluttidell'orgasmo mimano quelli del naufragio del corpo o dell'anima. Si tratta di riti poetici che si celebrano in un linguaggio degno della migliore tradizione letteraria, sapientemente temperato da recuperi e neologismi che ne sottolineano l'efficacia, il gusto, la straordinaria umanità. All'interno delle singole lasse la sintassi si impenna in periodi organizzati e protratti che non danno quartiere al lettore e lo costringono stremato all'angolo. La poesia è anche questo, cioè scommessa di sopravvivenza.

Una cosa è certa: la stragrande maggioranza dei messaggi che al giorno d'oggi raggiungono il lettore di poesia si riconducono al comune denominatore d'una esperienza lirica solipsistica e intimista, che approda a risultati senza dubbio linguisticamente pregevoli, ma circoscritti a momenti di meditazione a senso unico, capaci sì di catturare l'attenzione e di provocare emozioni ma non di costituirsi come realtà e mondi nuovi con leggi e significati propri ed esemplari. Scarselli invece ci appare per prima cosa coinvolto in una operazione che è soprattutto di invenzione: di personaggi, di situazioni, di vicende, che sono significative, più che di stati d'animo, di valori e simboli del mondo spirituale e morale con le sue drammatiche alternanze di chiari e scuri, di misticismo e materialità. Ci ritroviamo così posti di fronte, in un modo singolarmente moderno e accattivante, ai termini di quell'esplicito teorema della polisemia del messaggio, che fu un tempo conditio sine qua non dello stesso far poesia e che probabilmente dobbiamo interpretare come ansia ed impegno di costruzione e di oggettivazione. Una poesia dunque, quella di Scarselli, che si presta ad una lettura analitica e al tempo stesso coinvolge e trascina come racconto o romanzo; ma che anche ammaestra, come allegoria.

Da Priaposodomomachia analizziamo una di queste lasse, la III, a mo' d'esempio: «Ai tempi del mio breve passaggio | fra i giovanili ardori della vita | avevo sempre completato l'amore | navigando in una nube virginale | come un bel vascello dalle vele | colorate della mia primavera». Sintatticamente il discorso, in questi sei versi, gravita intorno al terzo: i versi primo e secondo indugiano sulla connotazione di un tempo trapassato arieggiando i modi consueti alla poesia dei secoli XIV e XV, recuperando insieme quei valori di immediatezza e di perentoria esemplarità che sentiamo propri della lingua di un maestro come il Poliziano. Nei versi quarto, qiunto e sesto la connotazione si espande in una azione-immagine impreziosita (virginale) e magnificante (bel vascello) mentre il discorso deborda quasi pleonasticamente (della mia primavera) approdando ad accenti fra il magniloquente e l'autoironico. Dopo la connotazione romanzesca e immaginifica, il racconto si fa circostanziato e come ansioso di precisione; il lessico, prevalentemente denotativo (osservatorio corporeo, gelose cortine, rischiosi inquinamenti, torbide fornicazioni) si appoggia su una moderata scansione metrica che ne sottolinea piacevolmente il tono magistrale e sentenzioso: «... e da quel casto osservatorio corporeo | protetto da gelose cortine | spiavo le dolcezze del Demonio | al riparo da rischiosi inquinamenti | e da torbide fornicazioni contro natura». Sulla apparizione di Niobe si chiude la lassa: «Fu così che un giorno m'apparve | col viso avvolto d'angelici vapori | Niobe la bellissima | benignamente d'umiltà vestuta | mentre emergeva con la bianca conchiglia | della sua vita dalle calde spume | d'un mare di pesci e d'amore». Si noti la elaborata disinvoltura con cui è introdotto l'episodio (Fu così che un giorno) che già da questo verso s'intravede intessuto di magiche ironie e incentrato sull'assolutezza del « senhal » Niobe la bellissima. Il lessico è tutto giocato tra finezze e semplificazioni assolute, disarmanti (viso avvolto d'angelici vapori, mare di pesci e d'amore), sì che la tessera dantesca da un lato concorre a provocare un senso di ammiccante stupore, dall'altro si contrappone al contesto con effetto di contraltare o di retro-gusto sardonico. Si noti che la costruzione richiama qui quella dei versi 1-5: lì avevamo navigando..., qui abbiamo mentre emergeva; e tutto il «corredo» della bianca conchiglia e delle calde spume è offerto con un garbo affettato e divertito, come se già in fondo si sapesse della sua consistenza menzognera e mistificatrice.

In questa pluralità di accenti e di echi, talvolta sovrapposti, tal'altra giustapposti o variamente distribuiti lungo il testo – e che consentono molteplici richiami alle voci più varie e insospettate, dal Pascoli del Ciocco a Virgilio, a Lucrezio – consiste il fascino che Scarselli esercita su di me (è il primo autore che dai tempi della scuola provo il gusto di leggere e di rileggere e riascoltare) ed anche la chiave di lettura consentita dalla mia preparazione sciaguratamente lacunosa e modesta.

Recensione
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