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Filippo De Pisis
(Ferrara 1896 - Milano 1956)

La recente pubblicazione (maggio 2003, Garzanti) delle poesie di Filippo De Pisis (pseudonimo di Luigi Filippo Tibertelli), già edite più di sessant'anni fa da Vallecchi, mi offre lo spunto per parlare di questo poeta, ricordato maggiormente come pittore, fondatore con Carrà e De Chirico del movimento della "metafisica". Eppure la passione per la poesia nacque in lui, laureato in lettere, prima di quella per la pittura. Al contrario di Rafael Alberti che dalla pittura passò alla poesia per poter esprimere ciò che con il pennello non riusciva a rappresentare.

Sarebbe troppo banale dire che nei quadri di De Pisis c'è poesia e che nei versi egli si rivela pittore. Il De Pisis va letto e studiato per il poeta che è, ingiustamente purtroppo dimenticato. Egli stesso trovava curioso che la critica non si fosse occupata abbastanza di lui.

Nelle antologie scolastiche di cinquant'anni fa (beato chi le ha!) capita di imbattersi in qualche sua poesia, soprattutto quella intitolata "Alla madre", definita da Giuseppe de Robertis "amara e dolcissima poesia", o "La fogliolina", che trema come il suo povero cuore.

Ma oggi il De Pisis non figura nei testi scolastici e la maggior parte degli studenti lo ignora come poeta. Ed è un peccato, perché il De Pisis dovrebbe essere letto e studiato al pari di tanti altri poeti del Novecento (e non voglio usare il termine "minori"). Ha scritto Giovanni Raboni, nella prefazione al libro, «Le poesie di De Pisis sono tutt'altro che le poesie, non dico di uno sprovveduto, ma nemmeno di un isolato o di un eccentrico. Se il clima che evocano a prima vista o, meglio, a primo suono non è quello maggioritario del cosiddetto ermetismo, non è certo difficile riconoscere la loro piena appartenenza a quell' "altro Novecento"... che annovera al proprio interno figure di prima grandezza come Betocchi e, prima di lui, Saba e Valeri...».

Certamente De Pisis non è un innovatore: i suoi poeti preferiti, Govoni e Pascoli, influenzano la sua poesia. L'uno con i toni crepuscolari (e talvolta le ambientazioni, i conventi), l'altro con il suo "fanciullino" da cui deriva nelle poesie del De Pisis l'uso forse eccessivo dei diminutivi, talvolta un po' brutti come pastorino, poetino, pratello. Sempre a proposito del Pascoli, ha scritto il critico Sandro Zanotto «La poesia di De Pisis è sempre sul filo d'un tenue e fervido pascolianesimo simbolista, variamente rielaborato in intonazioni metafisico-surreali». Parole difficili per la gente comune e forse anche per i giovani In realtà, la poesia di De Pisis è chiara, limpida e soprattutto, al di là delle influenze di cui sopra, brilla di luce propria. Il De Pisis è un poeta sincero, un artista che crede nell'ispirazione, non nell'esercizio della scrittura. Lo stesso De Pisis ebbe a dire: "Sotto l'ispirazione mi avviene spesso di scrivere". Ed è l'ispirazione a fargli "dipingere" in poesia paesaggi, ritratti, fiori (era un appassionato botanico). Tanti fiori: giacinti, campanule, mughetti, fresie, ma soprattutto rose ("Le rose un poco stanche piegano il capo / sopra l'orlo dei vasi": non è un quadro?. Ma è anche metafora della condizione umana!). Infatti in poesia il De Pisis rivela i suoi pensieri, stati d'animo, emozioni nate da un momento. E "Attimo" si intitolano per l'appunto molte sue poesie. Emozioni che nessuna tela potrebbe riprodurre.Appare così al lettore attento la "storia di un'anima – sono parole sue – che è fatta, si sa, di nulla, ma pure può aver sapore d'eterno".

Una poesia positiva la sua, tanto da fargli dire "È così ricca la vita invece (in contrapposizione al titolo "La vita è miseria") / per chi sa cogliere i suoi doni interi... O vita, vedi, ti benedico e ti ringrazio". Per saper cogliere, bisogna saper guardare. Nei suoi versi ricorre spesso la parola "finestra", attraverso la quale il poeta osserva il mcndò, cercando di penetrare in una realtà più ampia "...dal mio letto vedo / sotto un tetto taciturno / entro una bianca cornice / una finestra chiusa / ... pregna di una strana vita". Nella sua finestra, sempre aperta, vede "inquadrarsi" il cielo, le nubi, gli alberi, gli uccelli. E proprio alla natura il De Pisis offre i suoi versi più toccanti. Il mondo animale è rappresentato da rondini, rosignoli, farfalle, merli, colombi (oltre al suo pappagallo Cocò). "Dolce mi è pensare alla lor festa" scrive il poeta a proposito di colombi innamorati (mi viene spontaneo ricordare il Saba di "Uccelli", In un'altra poesia scrive "E sì.... fanno all'emore, / vedi hanno scelto questo albero morto. / L'amore vero non ha bisogno di fiori...". È evidente come quest'ultimo verso – quasi una sentenza – acquisti un significato che va al di là delle parole. L'amore, cui si riferisce il poeta, è un amore universale, certamente è anche il suo, vagheggiato, rincorso, taciuto (l'amore "che non può rivelare il suo nome"). In "Letto matrimoniale" il De Pisis confessa sinceramente "Accanto a me c'è un posto vuoto / la mia "metà" ho cercato invano / per anni...". Nessun cenno erotico alla Kavafis, un senso del desiderio pacato, una serena speranza "sempre qualcosa / il mio cuore attende / disincantato". La sua diversità. – mai ostentata – la si può rilevare soltanto da alcune figure maschili che compaiono nei versi (per questo aspetto la critica accosta De Pisis a Penna): il giovane atleta, il giovane pittore, il marinaio seminudo "che s'allontana dal porto... e porta via un po' del mio cuore". Ma è solo una minima parte nella sua produzione poetica. Il De Pisis ha la prerogativa di non stancare il lettore proprio per la fecondità della sua ispirazione. È la sua una poesia "sussurrata", la poesia di un animo semplice. Ma non per questo meno valida.

Chiudo questo mio saggio breve con le parole del poeta che meglio rappresentano la sua personalità "È per me questo rametto secco / d'alloro sul lastrico grigio. / Mi curvo a raccoglierlo, / può servire per l'intingolo della trota (il suo verso più all'avanguardia). / Nessuno mai mi cingerà / di una corona verde le tempia. / Per me bastan queste umili foglie".

La poesia si conclude "alla De Pisis": "Un profumo di bosco, atterrato, / voli di tordi nell'aria d'ametista / e il mio cuore si lieve stasera / con le sue belle ali di vento".


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