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I bordi della notte, bisogna ammettere, è un titolo
orribile: suggerisce l’accostamento concettuale fra la notte e un immenso
lenzuolo funebre, con frangiature dorate pendule ai margini, immobili. Ci si
chiede, subito, se il testo costerà la fatica di analoghe capriole metaforiche.
Non è così, invece: e chiederò a Mandrino il perché di un titolo tanto
fuorviante. Il testo, infatti, esprime tutt’altra ricerca linguistica, con una
scrittura ancorata quasi ossessivamente al concretismo dell’oggetto ed alla
descrizione puntigliosa dell’agito. E molto, in un panorama poetico dove
bisognerebbe bandire sine die qualsiasi termine astratto, o ineffabile, o
metafisico: tutto quanto, insomma, ha contribuito a svenare, per dolcitura o
intellettualismo, la poesia.
Attraverso tale aura stilistica, il testo di Mandrino propone
una smerigliata poesia ipnagogica, una condizione inquietata di appassionata
coscienza sognante. Esiste, in psicologia, uno stato particolare di coscienza:
ed è quella dell’uomo che, ancora sveglio, si sta addormentando; oppure, ed è la
stessa cosa, la coscienza addormentata, al momento del primo risveglio. In
entrambe le condizioni, la coscienza è così lassa da non filtrare i contenuti
dell’inconscio, che vengono proiettati con l’identica forza plastica con cui
compaiono nel sogno; nello stesso tempo, è già abbastanza vigile da riconoscerne
i fantasmi, riconosciuti appunto come sogno, quindi «nostri» ma agenti «senza
nostra responsabilità», liberi. La coscienza, in queste condizioni, assiste alla
proiezione dei contenuti inconsci più terribili (chi afferma di sognare gli
angeli, di solito, bara con se stesso: e non è detto che faccia male). Mandrino,
al contrario, assiste con occhi semiaperti (semichiusi?) al proprio emergente
inondo interiore, sanguinante (ed ora, nell’abbraccio della luce, | improvviso
il mio sguardo ti azzanna | alla gola, coi denti dei vampiro), guerrafondaio
(quindi l’eterna ignoranza dell’esito | dai fori della celata l’assale | lo
circonda, nella diafana nebbia | della luce incolore, il silenzio), a volte
narcisisticamente statuario in pose ridicolizzate (siamo qui: | le dita strette
intorno all’elsa, | come in un «rigor mortis». | delle misericordie
insanguinate). La cifra stilistica è onesta: le parole sono accostate per
dissonanze e cacofonie, e questa è ricerca. I mostri emergenti dal cuore,
davvero, non possono essere descritti diversamente.
Poi, il tema rovesciato della luce. Non a caso, Mandrino cita
Caravaggio: per il quale, la luce irrompe, in un focus ragionato e quindi
atteso, a rivelare quanto di più crudele o sofferto esprime l’azione
rappresentata. Anche Francesco (ho trascorso l’insonnia e la paura | e tra poco
sarò decapitato I dal primo raggio di sole,) opera questa rivoluzione
apparentemente strana: non è il buio, dal quale scaturiscono i mostri, che
terrorizza (non veniamo dal buio? non eravamo caldi e comodi, tenendo i nostri
pugni chiusi?); è l’irrompere della luce, invece, che impaurisce: che riporta ad
altri mostri, purtroppo altrettanto plastici, ma esogeni, e non esorcizzabili
con la poesia.
La poesia: Francesco, ad un fast-food di Milano (eravamo in
giro, correndo), diceva: «A volte, è come se fossi per impazzire: è come se la
testa partisse via, dicesse cose che non sono mie». «Certo», pensavo (pensavo e
basta: è difficile interloquire, quando Mandrino parla), «certo: se la testa
dice solo quello che sa, à cosa serve la poesia?».
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Recensione |
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I bordi della notte
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poesia
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| Autori |
| • | Francesco Mandrino |
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Edizione:
Edizioni Tracce
Pescara 1992 |
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| Prefazione di Andrea Venzi - pp. 39 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Spiritualità & Letteratura nr.2/1993
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