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Storia di sciabole e coltelli

Calabria, 1863

La rupe dominava dall'alto il paese, e i soldati piemontesi avevano trainato i cannoni sino in cima sudando e bestemmiando. C'era silenzio nell'aria, rotto solo dal respiro affannoso degli uomini e dal tintinnare delle armi. Il capitano fumava sotto l'ombra magra di un albero ossuto, dando ordini secchi agli artiglieri. Tutti i cannoni erano puntati verso il paese, incassato nel fondovalle quasi per nascondersi agli occhi dei soldati.

Cantore aveva le gambe che gli tremavano, ma rimaneva in piedi davanti al capitano. Aveva paura,e sapeva che il capitano lo considerava pazzo.

— Ma vuole davvero andare a suicidarsi ? — gli chiese l'ufficiale.

E Cantore, anche se non voleva morire, fece di si con la testa

Il capitano era un aristocratico alto e baffuto. Si era arruolato per combattere gli Austriaci e coprirsi di gloria sul campo di battaglia; nei suoi sogni galoppava a fianco del Re, con le pallottole che fischiavano ovunque, la sciabola in pugno, una corsa inarrestabile verso la morte, o la gloria, oppure tutte e due.

Invece Garibaldi aveva fatto quel che aveva fatto, prendendosi in anticipo tutta la gloria disponibile per quel secolo. A lui era toccato invece il compito di ripulire quella selvaggia terra calabrese, inseguendo briganti senza onore in una guerra di guerriglia infame. Non capiva questo Sud appena conquistato, non capiva i suoi abitanti, e non li avrebbe capiti mai.

— Hanno ammazzato nove soldati di sua Maestà. Senza ragione, a tradimento. Li hanno accolti festeggiando, e poi la notte li hanno accoltellati. Tutti.

— Non sono tutti colpevoli, capitano. Voglio provare a farli ragionare.

— Ma perché ? Lasci morire questi bastardi come meritano. Lei poi è nato nelle Langhe, cosa gliene importa ?

Si udirono lontano alcuni spari, qualcuno del paese che provava inutilmente a rompere l'accerchiamento delle guardie.

— Io vado giù in paese, con o senza il suo consenso. Se vuole fermarmi dovrà spararmi alla schiena.

Il capitano sembrava incerto.

— Sarebbe davvero così stupido ? Se proprio vuole morire posso farla fucilare direttamente qui, per diserzione.

— Se non ho successo, morirò comunque nel paese. Potrà dire che sono morto insieme agli altri, trucidato da quei barbari. Tra nove e dieci, che differenza fa ?

Il capitano gli girò le spalle. — Faccia come crede. — disse — La vita è sua. Se per mezzogiorno non ho qui i colpevoli, cancellerò questo paese dalla carta geografica. Letteralmente.

Mentre il cavallo lo portava lentamente verso il basso, Cantore sentiva gli occhi del capitano seguirlo dalla rupe. Il capitano lo giudicava un pazzo, o forse un eroe. Comunque un ostacolo alla sua unica possibilità di mettersi in mostra con Torino, guadagnandosi una promozione, un trasferimento, o forse anche solo una medaglia. Il capitano non sapeva niente, per fortuna, altrimenti lo avrebbe fatto fucilare. Solo Cantore sapeva che quei nove soldati erano morti per colpa sua.

Entrare in paese con la divisa addosso era un errore, ma non aveva altra scelta. Tutte le finestre erano chiuse, tutte le porte sprangate. Sentiva decine di occhi seguirlo da dietro le persiane, occhi stretti di persone che lo odiavano, insieme agli occhi più indifferenti ma letali degli schioppi puntati alla sua schiena.

Nei due anni passati nel Sud, aveva imparato qualcosa sui meridionali. Aveva imparato la pazienza.

Aspettò per un'eternità, mentre lo guardavano senza essere visti, cercando di annusare nell'aria una eventuale trappola. Fece bere il cavallo alla fontana in mezzo alla piazza, poi si tolse il cappello e si bagno i capelli. Il sudore gli irritava il collo, ma non c'era ombra sotto cui ripararsi.

E finalmente arrivarono. Li vide uscire alla spicciolata, sbucare dalle stradine per circondarlo silenziosi e pieni di odio. Avevano forconi, e asce e coltelli. Lo avevano riconosciuto. Lui non si mosse.

Finalmente arrivarono anche i fratelli Carcano, a cui tutti obbedivano. I Carcano, quelli che fra tutti lo odiavano di più.

Erano in tre, alti e robusti, e gli si piantarono davanti a debita distanza.

— Guarda chi si rivede — disse Gaetano Carcano che era il maggiore — sei tornato a morire?

— Sono tornato a salvarvi. Non dovevate ammazzare quei soldati. Non vi avevano fatto niente.

Risero.

— Portavano la tua stessa divisa, parlavano come te. Si meritavano di fare la tua stessa fine. Li abbiamo sgozzati come agnellini, senza che neanche se ne accorgessero.

Vide Carmine, il minore, fare con il pollice un gesto largo all'altezza del collo, da sinistra a destra, mentre lo guardava feroce.

— Non dovevate farlo. Ora tutto il paese verrà distrutto.

— Credi di farci paura ? Proprio tu ci minacci, tu vigliacco che sei scappato di notte, senza avere il coraggio di risolvere la cosa da uomini. Ci hai tolto l'onore, e sei scappato via senza neanche darci la possibilità di farti ammazzare. Ma, purtroppo per te, sei tornato.

I tre fecero un passo verso di lui.

— Il paese sta per essere bombardato. Guardate ! — disse indicando in alto. — Si vedono già i cannoni puntati.

Ci fu un mormorio tra la gente, e Cantore capì che erano spaventati. Gli unici a non alzare la testa furono i Carcano.

— Sono qui per risolvere la cosa, da uomo — disse. — ma poi, dovete andare a parlare coi soldati, e dire che siete stati voi. Promettetemelo.

— Tu vaneggi. — dissero i tre, mentre si avvicinavano. Gaetano aveva un coltello in mano, mentre Carmine e il fratello mediano si erano portati i forconi da fieno.

Cantore sguainò la sciabola, irrigidendo tutti i muscoli, senza neanche guardare il fucile legato alla sella del cavallo.

— Almeno — disse prima che tutto cominciasse — prima di morire, posso vedere mio figlio?

— QUEL BAMBINO NON ESISTE !

Urlò Gaetano, fuori di se.

— Quel bambino per te è morto, e anche lei. Stava per sposarsi, tu l'hai disonorata, e hai disonorato anche noi. Lei e il figlio sono la testimonianza vivente della nostra vergogna ! Non li vedrà più nessuno, e tanto meno tu.

Una persiana si mosse, lui ebbe solo il tempo di afferrare la visione fugace di due occhi neri che guardavano, e capì che lei stava osservando.

— Ti amo ancora ! — urlò verso la finestra di Beatrice Carcano, prima che i tre fratelli gli si gettassero contro.

Non erano stupidi e si allargarono a circondarlo, per colpirlo da tre lati.

— Guardate — disse Carmine, ridendo — il vigliacco se la fa addosso dalla paura.

Cantore cercò di ignorare il fiotto liquido di piscio che gli scorreva dentro i pantaloni, lungo la coscia, giù sino allo stivale. Non era mai stato un vero soldato, era entrato nell'esercito per fame. Cercava solo pace, e Amore. Lo aveva trovato, purtroppo, in un posto troppo selvaggio per permettere i sentimenti. Non avrebbe più visto le Langhe, pensò, poi si concentrò sugli occhi dei nemici.

Rimasero per un po' a girargli intorno, studiandolo, come in una danza. Lui teneva la sciabola davanti a se, perfettamente orizzontale, muovendosi continuamente per tenerli a bada.

Gaetano Carcano faceva passettini di lato, le gambe piegate, pronto a scattare, aspettando che i fratelli lo impegnassero o gli bloccassero la lama coi forconi.

I due forconi scattarono all'improvviso, simultaneamente, ma non abbastanza veloci. Cantore ne evitò uno diretto alla sua pancia e riuscì a prendere con la sinistra il manico dell'altro. Lo deviò dietro la sua schiena, ruotando su se stesso, poi allungandosi al massimo tirò un fendente sulla mano di Carmine che reggeva il forcone.

Lo colpì sulle quattro dita tranciandole di netto. Carmine cominciò a urlare. Cantore fece appena in tempo a girarsi verso Gaetano che gli era arrivato addosso. Gli tirò un fendente sulla spalla, e la sciabola entrò di parecchi centimetri raschiando sull'osso. Sentì qualcosa colpirlo al fianco e bucargli la schiena. Il terzo fratello era andato a segno.

Cantore cadde in ginocchio, cercando di tirar via il forcone. Anche Gaetano era a terra, e nonostante la ferita tentò di accoltellarlo. Cantore gli diede un altro fendente, e quello non si mosse più.

L'ultimo fratello aveva ritirato il forcone, e stava per colpire di nuovo. Cantore si girò verso di lui, a terra, cercando di rialzare la sciabola. Il Carcano cercava di capire cosa fare, cercando di riprendersi dallo shock di aver visto suo fratello morire.

Improvvisamente ci fu uno scoppio, e il campanile della chiesa esplose inondando di schegge la piazza. Il cavallo di cantore nitrì di paura, mentre gli abitanti del paese scappavano. Altri colpi arrivavano sui tetti, ogni colpo preceduto da un fischio. Il capitano aveva perso la pazienza, e deciso di meritarsi la sua medaglia.

Cantore rimase a terra, in mezzo ai colpi, nella piazza deserta, guardando il cielo azzurro e lontano. Dai tre buchi lasciati dal forcone usciva un fiotto poderoso di sangue, e capì che stava morendo.

All'improvviso, sentì un tocco fresco sulla fronte, e una mano rialzargli la testa.

— Beatrice — disse.

Lei era lì, inginocchiata vicino a lui, incurante delle esplosioni, e piangeva. Aveva un fagotto in braccio, e Cantore vide spuntare dagli stracci una minuscola mano. Sorrise.

Cercò con fatica di aprirsi la giacca dell'uniforme, e tirò fuori un pezzo di carta.

— Prendi il cavallo — disse alla ragazza — e raggiungi i soldati. Porta al capitano questa lettera, lui ti porterà in salvo.

Lei piangeva, accarezzandogli il capo, e scuoteva la testa.

— Mi dispiace — diceva singhiozzando — mi dispiace davvero.

— Non devi dispiacerti — disse lui — sono io che ti ho ficcata nei guai.

Tossì, e un fiotto di sangue gli uscì dalla bocca. Cercò un'ultima frase da dire, qualcosa di importante.

— Il bambino — disse — chiamalo Roberto. Era il nome di mio padre.

— Mi dispiace davvero — rispose lei — ma come potevo avvertirti ? Il padre, non sei tu. E' un altro.

Un colpo esplose un po' più vicino, facendo vibrare il terreno stesso della piazza. La ragazza scappò via. Cantore si accorse solo dopo che si era portata via anche la lettera.

Che posto incredibile, il Sud, pensò mentre moriva.

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