Servizi
Contatti

Eventi


Roberta Degl'Innocenti
e
D'aria e d'acqua le parole

Biblioteca Oblate con Pianeta Poesia
Firenze, 14 dicembre 2010

Facciamo un piccolo passo indietro: questo non è certamente il primo libro di Roberta Degl’Innocenti che di libri ne ha scritti parecchi: (otto, risponde Roberta). Nella vita dell’autrice, nella nota biobibliografica ce ne sono alcuni che però, purtroppo, non ho potuto leggere, anche perché credo siano difficili da trovare. (andando indietro fino a Colore di donna,2009, del quale ho pochissime copie, poi, quello successivo, invece, è di narrativa e si può trovare -Donne in fuga - risponde Roberta). Prima di D’aria e d’acqua le parole c’è un’altra raccolta di testi poetici che s’intitola Un vestito di niente, anch’esso edito da Edizioni Del Leone, credo che fra questi due ci sia poi il libro di fiabe (La luna e gli spazzacamini) del quale però, in questa occasione, non parlerò. Vorrei tornare indietro a Un vestito di niente perché Un vestito di niente mi sembra, come dire, il prologo, la prima parte di un ideale dittico da cui questi due libri sono composti. Anche Un vestito di niente ha l’introduzione di Paolo Ruffilli e un pezzo di essa è stata letta prima, volevo però, appunto, ricongiungermi proprio alla sensazione di Mariagrazia Carraroli e leggervi un passo all’introduzione a Un vestito di niente, libro del 2005: - La poesia di Roberta Degl’Innocenti è commisurata a regole precise, a canoni addirittura classici. Limpida, trasparente, lucidissima, sul piano della forma; ma densa e avviluppata in improvvisi nodi drammatici, quanto a sostanza (“Respiro aria in odore di tempestaIn pensiero limpido pianto erba maligna”). Anche se alla fine la ricomposizione delle forze, sia pure attraverso spasmi e singulti, fa dichiarare. (“Respiro aria in sinfonia di tramonto”). Dove, a vincere, è la pace. In un bilanciamento, improvviso, di paura e desiderio, (binomio o aporia cari all’autrice di questi versi). La fuga del tempo, il defilarsi delle occasioni, la corsa in avanti e, in fondo, il dissolversi graduale della vita non hanno partita vinta in questa poesia, che appare consegnata alla consapevolezza dell’incontro paradossale tra l’eterno e il tempo, tra l’infinito e il finito, su una linea di confine che la morte non sembra in grado di violare (Paolo Ruffilli).

Abbiamo quindi una poesia della rappacificazione, una poesia che vuole porsi su un crinale fra sogno e realtà, come credo quasi tutti gli autori di recensioni abbiano posto in rilievo, ma dove il sogno non è mai una funzione fine a se stessa, non è mai spostata in avanti in una dimensione assoluta, ma è sempre inserita in rapporto con una realtà ben precisa, la poesia della panchina rossa, che avete sentito prima nelle letture, è in questo modo esemplare: c’è un oggetto, un qualcosa, un’occasione, avrebbe detto Montale, che fa scattare la limpidità e la prospettiva della scrittura che però, poi dopo, dopo avere esaminato l’oggetto che l’ha fatta partire verso la propria dimensione, si tramuta in dimensione onirica: quindi c’è una realtà oggettiva, un’occasione, un momento significativo nel quale la poesia può essere collocata, appunto: la panchina rossa di Lugano, la casa delle Tate, o le altre di cui si parlerà poi, e invece questa realtà, questa dimensione del reale trasfigura, direi anzi trasmigra da sogno e soprattutto levità: non è un caso che la raccolta si chiama, appunto, D’aria e d’acqua le parole, scegliendo l’aria e l’acqua: gli elementi più aerei, gli elementi più lievi, gli elementi più leggeri, rispetto al fuoco e alla terra. D’aria perché, appunto, nel sogno, d’acqua perché tutto scorre: la realtà si profila come una possibilità di movimento e di dinamica di situazioni.

La raccolta Un vestito di niente è, a mio avviso, proprio contigua a D’aria e d’acqua le parole: cioè apre, inizia un discorso che poi sarà proseguito in D’aria e d’acqua le parole. C’è un testo poetico che mi fa piacere leggervi, che mi sembra significativo, sintetizza in sostanza le prospettive e le dimensioni liriche della raccolta, non solo di Un vestito di niente ma anche di D’aria e d’acqua le parole. Il testo s’intitola Sete d’ansia ed è a pagina 32 del libro Un vestito di niente.

Sete d'ansia

Era sete d'ansia quel brivido d'amore
che sfiorava la pelle in ruvide carezze.
Odore di lavanda nei prati grondanti
arcobaleni e voglia nelle ossa di ridere
la noia in fuochi bassi, accesi nelle notti
senza luna, a tormentare il buio dei sospiri.
Odore di lavanda e rosmarino.
Così diversi dal rosso dei pensieri
da nascondere in velo di pudore,
inquieti fino al fondo degli abissi,
La carta zampillava stille tonde,
tormento, estasi di pianto.
Pioggia e lacrime in simbiosi d'amore.
Desiderio ribelle e mani grandi
a tergere la pelle in carezze sudate.
Era sete d'ansia, mentre i pensieri
spogliavano la noia.

Allora questa è una dichiarazione di poetica: la poesia è questa dimensione di rapporto un po’ ansioso, un po’ frenetico, ma nello stesso tempo andante a una dimensione di pacificazione che è appunto l’ansia. L’ansia produce una trasformazione della persona che la prova ma, nello stesso tempo, la spinge a rappacificarsi con se stessa. La sete d’ansia è qualcosa che serve a trasformare una realtà che altrimenti potrebbe piombare in una dimensione negativa, in una dimensione di noia, non solo ma l’ansia qui perde il carattere negativo che di solito assume nel linguaggio comune, nel parlare di una persona ansiosa, dell’ansia si ha sempre un carattere negativo che va a significare un’immaturità o un’incapacità di cogliere la vita per così com’é. Qui l’ansia dà un vivere: è sete di vivere e desiderio di vita. La vita, appunto, si conquista, secondo Roberta, Roberta Degl’Innocenti, offrendosi in sacrificio ad essa, ovvero trasformando la propria vita in un movimento continuo, in qualcosa che spinge verso un conseguimento di equilibri sempre nuovi, sempre diversi, nei quali però il passaggio fondamentale non è attraverso la vita come esperienza nevrotica o frenetica, ma attraverso il conseguimento di un equilibrio che nasce dalla conquista del suo elemento naturale: non a caso qui si insiste molto sugli odori, sui fiori, sulla dimensione della natura, la poesia è costruzione naturale, qui come la natura appunto è fatta dei propri elementi, che si susseguono inevitabilmente, ma anche mirabilmente, l’uno all’altro; così la poesia è dimensione della natura, che tiene conto di tutte le sue parti, e si costruisce come un meccanismo che, alla fine, giunge alla propria conclusione, giunge alla propria conquista. La sete d’ansia è in realtà non tanto, non soltanto, la manifestazione di una nevrosi, quanto una volontà di vivere la vita, di berla, di mangiarla, di possederla attraverso il possesso delle sue sinestesie. C’è una tensione molto forte nella poesia, sia in questo libro, sia nel libro successivo, proprio alle sinestesie, alle manifestazioni, alle emozioni prodotte da enti naturali e, ovviamente, dalle proprie manifestazioni, dai proprie sentimenti, dalle proprie emozioni.

Nel libro del 2009, e cioè in D’aria e d’acqua le parole, qui abbiamo un salto di qualità per quanto riguarda il linguaggio. A mio avviso la dimensione generale è sempre la stessa di Un vestito di niente: ci sono le sinestesie, c’è il rapporto con la natura, c’è la volontà di trasfigurazione in una realtà naturale, però qui il linguaggio è più ricco, è meno lineare per certi aspetti, e si va verso la costruzione di un linguaggio proprio. Ci sono parole create da assonanze o parole create mettendo insieme due cose che non c’entrano niente a dare proprio l’impressione di quella che sarà poi la sensazione che si vuole comunicare, forse se avete ascoltato con attenzione La panchina rossa ci sono queste parole miste: i viali malia, parole costruite, e non sono parole che si trovano nel vocabolario, ma che sono create dalla congiunzione, dall’incontro, dalla resa in enigma di sensazioni apparentemente banali, apparentemente scontate, che però proprio nel loro incontro, nel loro trovarsi insieme reinventano questa realtà. Rispetto a Un vestito di niente, che è molto più legato all’ascolto dell’esterno, in un certo senso come ho detto prima: dei fiori, della natura, ma anche di se stessa, quindi è un libro tutto proiettato verso una esternità, una esteriorizzazione dei sentimenti in D’aria e d’acqua le parole, invece, c’è maggiore interiorizzazione. Questo non vuol dire che nell’altro libro non ci sia interiorità, non si mostri intimità. In questo secondo libro, in realtà, c’è uno scavo più forte all’interno di sé, della propria realtà, dei propri ricordi, non è un caso che il libro è proprio dedicato alla madre. Indica una volontà di ritorno anche ad una dimensione d’infanzia, o comunque del passato, e c’è anche l’omaggio alla città, l’omaggio ai luoghi, la poesia che avete sentito, quella ultima che chiude la raccolta, e che avete sentito leggere dalla poetessa stessa, Firmamento di luci, Via del Larione. C’è proprio il ricordo della giovinezza, il ricordo di una dimensione nella quale, probabilmente, si colgono determinate sensazioni, non si tratta qui nemmeno di giovinezza né di vecchiaia, non c’entra qui il fisico. C’è una sorta di elegia che, contemporaneamente, è un omaggio e il rimpianto di un’epoca in qui le sensazioni erano pure, non erano filtrate, non erano “culturalizzate”, quindi erano legate alla pura e semplice dimensione dell’ascolto e della visione. C’è in questa idea, a mio avviso molto lucida, molto bella della poesia, per recitare un passo da questa poesia, della poesia come luogo nel quale dimora il passato.

Quattro fiori dimorano il tempo”, dice, non lo spazio, il tempo, si aggirano / gemendo stanze vuote, semi d’amore divenuto / spiga e poi frumento, forte, impavido alla falce”. Sono eventi del passato, sicuramente di una dimensione personale dell’autrice, che però qui si fanno prospettiva, quasi profezia di quello che è avvenuto, di questo luogo, luogo reso mitico dalla parola poetica dove sono state seminate delle possibilità. Sono stati sparsi come, appunto, avete sentito, semi d’amore, divenuto poi spiga. C’è da un lato il rimpianto, il passato, la ricostruzione, il rimembrare, direbbe il poeta di Recanati.

Ma in questo, però, non c’è soltanto l’elegia per quello che non c’è più, c’’è la consapevolezza del movimento, c’è la consapevolezza dello spostamento: quello che è stato un tempo, oggi è divenuto altro, se ne può parlare non solo piangendo, ricordarsi di quanto erano belli i tempi di una volta, avendo la consapevolezza che quello che è avvenuto ha avuto un senso, ha avuto una finalità, ha avuto uno scopo. In questa poesia non c’è mai la decantazione dei ricordi, o del passato, come luogo non più avvicinabile, come luogo che non può essere più ritrovato. C’è, invece, il ritrovamento del luogo, come La panchina rossa di Lugano, come il Firmamento di luci, come tutti i luoghi che qui vengono descritti. In questo, a mio avviso, c’è un salto di qualità rispetto ad Un vestito di niente che pure, ripeto, costituisce la sponda con la quale giocare, con la quale intersecarsi per riuscire a capire qual’é la prospettiva di D’aria e d’acqua le parole. Non è un caso che lo stesso Ruffilli, prefatore anche di questo, scriva, a pagina 5:

C’è una misura elegiaca della poesia, dai colori però vivaci e dallo spazio definito in un oltre visionario. C’è una poesia che dice (I colori non sono mai assoluti. Si specchiano l’uno dentro l’altro, divengono vele, voce di conchiglia, amori).

Qui non c’è, ripeto, ho cercato, spero di avere messo in evidenza prima, il puro rimpianto, la pura nostalgia, il puro ricordo, non è che sia del ricordo o della nostalgia, probabilmente perché non c’è niente di cui avere una nostalgia così forte da soffocare l’intento lirico. C’è la volontà di raccontare questi ricordi, queste rimembranze, queste esperienze, perché quella della panchina è un’esperienza di vita, la panchina diventa tutto il mondo nel momento in cui diventa oggetto della poesia, così come Via del Larione diventa tutto il mondo nel momento in cui si parla del suo divenire, del suo trasformarsi in parola poetica. Non c’è, diciamo, il rimpianto ma c’è la consapevolezza, la poesia della consapevolezza. La consapevolezza che però non è realistica, non è legata o affondata nel terriccio della realtà, non è terra, ma è aria, è acqua, è qualcosa che si espande. L’aria che si effonde e circola fra le parole, così come l’acqua che fluisce e dalla propria sorgente giunge alla foce. Una poesia di un percorso che non è fatto esclusivamente di dichiarazione di intenti, ma è fatto però di descrizioni, le sinestesie, i profumi, i sapori, i colori. Questi colori non assoluti, ma colori che divengono, che dilagano, che si trasformano non nella esposizione della propria realtà ma cercano di raggiungere una propria verità.

E’ come se le parole delle quali è composta questa poesia avessero il compito, essendo fatte d’acqua e d’aria, di lucidare e di lavare la realtà. Parole che hanno il compito di trovare l’originaria lucentezza: lavare qualcosa significa riportarlo alla propria naturale originalità, così come, appunto, è il vento che spazza le nubi e riporta il cielo alla sua dimensione originale. Non è un caso che la poesia di Roberta Degl’Innocenti sia, nella propria vocazione originaria, a mio avviso, e questo poi l’autrice dirà se è vero o meno, sia fondamentalmente narrativa, cioè voglia raccontare, più che esprimere solo stati d’animo ed anziché rimanere legata ad un io, che spesso nei poeti tende all’immobilità un po’ stagnante se si parla solo di sé. Poi il rischio è anche quello di raccontare sempre le stesse cose, quindi di autoriprodursi sulla pagina. Questa poesia, invece, vuole essere narrativa, e ritorno a La panchina rossa, che mi sembra proprio il fulcro della raccolta, almeno uno dei punti nei quali la raccolta gira, un poco il cardine sul quale ritrovare la verità della poesia. Questa panchina rossa è un luogo nel quale si sviluppano, si realizzano le storie, l’autrice dice sono storie di cappa e spada, un impeto fulgente, cioè sono avventure, non sono però avventure reali: sono avventure dello spirito, avventure della parola.

Allora, questa panchina rossa ne avrà viste tante: d’amore, di disperazione: storie quotidiane o straordinarie. Però, quello che è importante, è che la panchina rossa sia lì a invitare se stessa, la panchina come un quadro, non per fare un paragone illustre penso alle scarpe di Van Gogh: sono lì, sono una storia, sono due scarpe messe in un angolo che raccontano tutta la storia del mondo. Qui c’è questa panchina che racconta la storia di una vita e, nello stesso tempo, lo fa nella sicurezza che non si tratta solo di luogo trascorso, non si tratta solo di qualcosa che è passato, ma è anche un futuro; c’è anche un futuro: sono appunto questi versi che la rappresentano che, dice la poetessa, inciampano, sorprendono le reti. Inciampano, così come recita il verso, forse più bello, a mio avviso naturalmente, ognuno di voi poi potrà dire quello che ne pensa, cioè: Un verso balbetta il silenzio.

Dove la condizione naturale, normale della vicenda è arrovesciata: non è la parola che balbetta la silenzio, il silenzio dovrebbe interrompere o rendere balbettante la parola. Tradizionalmente, nella grande poesia del novecento ma anche fine ottocento, il silenzio è luogo di approdo della parola. La parola è circondata dal silenzio o comunque ritrova nel silenzio la propria verità. Se non ci fosse il silenzio non ci potrebbero essere le parole, qui sembra però tutto il contrario, rovesciando questa tradizione novecentesca: non è il silenzio che invera la parola ma sono le parole che inverano il silenzio, rendono il silenzio parte integrante di esse e quindi una manifestazione di fiducia della poesia, mentre, il contrario, nel silenzio che invera la poesia c’è una manifestazione di crisi della parola, crisi della poesia, di incapacità della poesia a dire le cose, qui invece, inglobando il silenzio nel discorso, trasformando il silenzio in parola, non si rende soltanto l’idea di un flusso di realtà, ma si dà un seconda chances, una possibilità di dire di se stessa e nello stesso tempo di dire anche il silenzio: cioè quello che dovrebbe distruggerla e quindi di inglobarlo all’interno di sé. Il silenzio annulla la parola, qui, invece, ad annullare il silenzio, ma non attraverso la pura e semplice vociferazione, la pura e semplice produzione di suoni, è la capacità del racconto che è all’interno della parola poetica: per questo parlavo di questa vocazione narrativa, poi vocazione narrativa ovviamente testimoniata anche da altre opere dell’autrice, dalle fiabe, una vocazione in prosa; ma anche qui nella sua poesia c’è una vocazione in prosa, diciamo, una vocazione a raccontare delle storie e delle vicende che possono essere quelle del passato: le luci. Nella poesia che s’intitola Firmamento di luci, possono essere le luci, possono essere le stelle, ma possono essere questi luoghi o la dimensione pura e semplice della mito poeticità, testimoniata dalla poesia che è stata letta prima è che è la Favola bruna e che anche Ruffilli individua come uno dei punti di riferimento, come esperienza significativa. Ruffilli dice, appunto, di una reinvenzione di una realtà globale dentro la “favola bruna” che si affida alla visione e al sogno e ai nomi di meraviglia con cui visione e sogno sanno dare pronuncia alle cose della nostra vita.

Allora, avviamoci verso la possibile conclusione per tentare di dare una definizione ad un libro molto ricco, che presenta, quindi, sfaccettature anche ampie. Potrebbe anche, non so, potrebbe dare la possibilità di capovolgere quello che è stato detto prima, in alcuni momenti, potrebbe anche contraddirsi intimamente, ma in realtà non lo fa mai proprio perché ha questa vocazione narrativa, vocazione narrativa dove c’è qualcosa e il contrario di esso, il tutto e il niente, il flusso e la stasi, l’acqua e il fuoco. Allora, in questa poesia di Roberta Degl’Innocenti, abbiamo una vocazione al racconto, ma più che altro alla esperenzialità, partendo da un’occasione che può essere la panchina rossa o altre situazioni che troverete, appunto, nel libro, dove si arriva, poi, dall’altra parte. Si va dall’altra parte, quest’altra parte che è il sogno, il quale però, ripeto, a mio avviso, non è mai fine a se stesso ma serve come gioco di sponda, come rimbalzo rispetto alla realtà. C’è una realtà che permette di far scattare il sogno, ma dal sogno poi si torna alla realtà. La panchina è significativa, ma anche Via del Larione o l’idea, qualcosa da esaurire per poter tornare indietro e, contemporaneamente, poter tornare in avanti. Abbiamo quindi, ripeto, una poesia fatta di ricordi, di episodi, di esperienze che si raggrumano in volontà di costruzione del dettato della parola che è un dettato classico. In D’aria e d’acqua le parole c’è anche una vocazione creativa a livello di parola, attraverso questi testi, questi termini che vengono messi in corto circuito perché, in effetti, la volontà è quella: la totalizzazione, la reinvenzione globale come dice Ruffilli nel suo testo prima. Ad esempio, leggo sempre dal testo Firmamento di luci: Dolce il pensiero che scivola leggero, / scavalca mura alte, se ne appropria. / Deja-vu Casa Incantata. Il deja-vu che è, appunto, la sensazione di essere già vissuti, eccetera, si trasforma nella Casa Incantata che, però, ben si conosce, che ben si è rappresentata, che ben si è vista. Il deja-vu viene fatto cortocircuitare con la Casa Incantata, con questo regno di sogni. In questo passaggio, in questa andata e ritorno tra realtà e sogno: ritorno al sogno e ritorno alla realtà, attraverso l’uso accorto della parola, che permette alle frasi liriche di esserci come una sorta di tela costituita dal rammemorare dell’autrice, di questa capacità di mettere insieme l’atmosfera onirica della notte o della fiaba con la realtà o l’esperienze vissute, credo, consista l’interesse e il fascino di questa poesia. Una poesia nella quale si riesce a passare attraverso esperienze soggettive e però, proprio grazie a quest’uso della parola, della parola sinestetica, della parola come produttrice di mito o di sogno, questa parola è parola che non è puro gioco volontaristico dell’autore ma cerca di configurare dell’esperienze che si vogliono universali. Grazie.

Materiale
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza