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Arabeschi di luce

Un lieto stupore accompagna la scoperta della linea poetica veramente inedita introdotta da Maria Grazia Maramotti con la raccolta Alchimie d’ amore e continuata felicemente con Arabeschi di luce. La prima ragione di compiacimento sta nel constatare che un genere di poesia che si prevedeva destinato a vita difficile in un contesto culturale dominato dalla intransigente pruderie minimalista e materialista, è invece stato accolto – e continua ad essere accolto – come l’immersione in un’acqua lustrale rigenerante da un vasto pubblico internazionale (il testo italiano è accompagnato da traduzioni in spagnolo e in inglese). C’era veramente l’attesa di un’apertura a spazi illimitati abitati dallo Spirito, di un’esplorazione che, trascendendo la dimensione terrena, assumesse però in metafore vivissime, per dire l’indicibile, le più vibranti esperienze, anche sensorialmente incisive, della terrestrità. Ma occorreva, perché avvenisse il riconoscimento, la risonanza di una voce poetica capace di imporsi per la sua sicurezza e la sua altezza.

Ha, nell’esordio, questa voce, la risonanza remota delle antiche cosmogonie. La prima parte dell’opera, che s’intitola “Dall'immenso” (trascrivo qui e altrove lasciando la grafia in maiuscole che mi sembra significativa) racconta la storia dell’ Universo dalla creazione all’evoluzione, nel pianeta Terra, degli organismi viventi fino all’uomo e allo schiudersi della sua coscienza. Questo l’approdo che pone tutta la vicenda darwiniana nella luce di una sorta di provvidenzialismo. Lo Spirito sembra incarnarsi nella stessa vicenda evolutiva della vita terrena, sublimata nel suo misterioso svolgersi da un finalismo umanistico, dal momento che le metamorfosi compiute nel corso delle ere geologiche sono viste come itinerario mirante al risveglio della Coscienza umana, miracolo sublime anche se incomparabile di fronte alla “Divina Autocoscienza”; e anche soggetta ad oscuramenti, “aritmie”, cadute.

La poesia, che avrebbe in sé un respiro poematico, si presenta in forma apparentemente frammentaria. Ogni titolo segna un capitolo della storia planetaria. La spaziatura nella pagina che caratterizza i primi testi non vuol dividere ma aprire vasti orizzonti meditativi intorno a ogni momento evocato in suggestiva e balenante sintesi. Ma molto presto entra in scena l’uomo: l’autrice del nostro tempo, dopo aver goduto con musicale abbandono ampi voli nell’immenso a sfida di vertiginosi precipizi, è impaziente di rientrare nell’umana soggettività per identificarsi nella tensione conoscitiva dell’umanità fin dalle remote origini: “Siam venuti | [questo il titolo] da un di là | che non è luogo, | arcata sterminata | di Logos e Nescienza, | da cui tutto ebbe scaturigine || Tutto era dinanzi a noi, | ignoto e nuovo | mentre un desiderio forte... | di non più baluginare | ma d’essere...| d’essere differenziati | di volare | di divenire | possedeva interamente! | Oh come eccitava l’energia || quel vortice tentante, | oh come possedeva ...quella voglia, | quella febbre del precipitare | in brividi d’abisso | d’infinite ere!”. A questo punto il “racconto” fluisce senza interruzioni se non quelle della divisione in strofe.

In questa bella storia in ascesa l’insidia è in agguato. “Dapprima si soffrì | nell’allontanarci dal Principio”. Ha inizio qui il tormento dell’io diviso (tormento condiviso dalla natura nel suo faticoso rigenerarsi). L’attrazione delle cose terrestri rende “immemori [...] della Celeste emanazione”. Il dramma della caduta, della rovinosa cecità è reso da un linguaggio incisivo e fremente che sfuma solo alla fine nella levità di immagini naturali dolcemente nostalgiche quasi a cercare nella natura stessa la promessa almeno di un nuovo “barbaglio” del “Lume”. Nell’ultimo componimento (“Forse”) si intravede la possibilità di un nuovo risveglio proprio evocando, alla fine, nei suoi aspetti attraenti e,direi, innocenti il percorso evolutivo che dal pesce all’uccello portò all’uomo. Tanta era nell’autrice quell’impazienza di parlare dell’uomo per arrivare all’io, che il racconto del percorso evolutivo si completa, con un’inversione cronologica, solo all’interno della commossa memoria dell’io.

L’ io sarà il protagonista della seconda parte intitolata “Dall'indistinto... al ramingare dell'Io”. Un io ramingante, dunque, come si era già annunciato, cioè in continuo spostamento tra mete di diverso livello, un io sempre tentato dalla sua “angusta corporeità”, anche se nella Coscienza il “Lume” non si spegne: “pur saldo l’approdo | del tuo esistere Dio | di tutti i credo Vertice”. Ma l’io “festuca | squassata da marosi, ||all’incaglio di arenili | d’orgoglio e d’illusione”, non pago del “baluginare”, ha nostalgia del pieno “bagliore” del Logos e ad esso rivolge, in apertura, una solenne ed accorata preghiera “affinché l’io di ognuno, | radice prima | della cosmica illusione, | conosca e realizzi | il suo evolvere!”. A questo punto entra in scena, divenendo luminoso protagonista e segno di salvezza, l’Amore. Non ci sorprende ritrovare come segreta matrice di questa poesia l’Amore (con la maiuscola) centro ideale, fin dal titolo, Alchimie d’amore, del libro precedente.

La pagina si apre a un’amata alterità, ne accoglie, riproducendo l’autografo, le testimonianze poetiche per confermare che la morte non annulla l’esistenza e l’Amore è via per l’Eterno.

“Questo nostro amore | infinito, vero” dice ancora Tullio dall’altra sponda. E la sua amata gli risponde: “Se il tuo amore non fosse | coppa d’eterno, | brinderei in lacrime | ai giorni felici! || Se il tuo bene non fosse | germoglio di nuova stagione, | in gramaglie vivrei | questi spruzzi d’infinito | che mi separano da te”. “In armatura di fango | crepitava la sua fiamma un dì | In valli di luce si spande | e dall’alto m’incendia ora ...|| che assenza | non è per lui tormento | ma solo | crescita d’Amore || Così terra e cielo | inanellati | ancora”.

La “salda” fede si apre ai misteri di un credo particolare, quello cristiano, sentito però – ormai sappiamo – come uno dei credi in cui gli umani cercano la loro particolare via per tendere all’unico “Vertice”. La moderna coscienza ecumenica non impedisce all’autrice di aderire con devota commozione alla scena di una Natività evocata con sensibilità anche pittorica secondo una tradizione nobilmente popolare. La troviamo genuflessa di fronte al “Verbo | trasumanato in carne | nel fagotto di un bambino, || con umiltà e con amore!”. La terrena e divina pace di questo Presepio è protetta, come nel vano di un arco, da un ritorno ciclico, in chiusura, del celestiale incipit: Insonne la notte | e senza vento | il cielo | un giubilar di stelle | tra cui su tutte | una cometa splende!” (un grande poeta non credente ha offerto a questa epifania cristiana parole immortali).

Ma in questo poema totale il mistero del male è continuamente in agguato. Subito dopo la “Notte Santa” in cui soffia lo Spirito e anche le palme sembrano piegarsi piamente per rendere omaggio al Bambino, in un altro paesaggio edenico, dove “In virginali acque | di cristallo | giocavano i riflessi delle palme | con tersa azzurrità di cielo”, “l’onda furibonda” dello tzunami fa scempio di un “terreno paradiso”, e allora nasce la domanda inquieta: “ ‘Quali colpe ha da scontare | la Tua umana figliolanza’ ” (che è poi una citazione forse giobbica). Il libro, del resto, procede con un incalzare di domande (“l’offerta povera dei miei perché”). L’ inchiesta primaria dell’io riguarda la sua interiorità, il senso della sua esistenza. “M’indago malsicura dentro | per poi convintamente trarre: | ‘eppure esisto’ ”. Una risposta minimale? Si sogna talvolta, in consonanza con l’Ungaretti degli Inni e col suo drammatico confronto con l’Inconoscibile, un ritorno “in amniotici sopori del non-essere | avanti la pretesa della germinazione”: “Sì, lo vorrei! | Per rigenerare in me | più forte il fiero impulso | all’esperire, | per meglio conoscere le briglie | che governan l’Universo”. Ma in tutto

il poema convive col fermento della tormentosa quête e con le sue punte drammatiche una linfa lirica di tonalità prevalentemente elegiaca. Nel tempo dell’attesa da questa sponda dell’essere il confortante colloquio con la natura e con le sue epifanie elude la piena luce e l’esuberanza estiva. L’inverno è la stagione più propizia e le luci contemplate sono quelle del crepuscolo ( “quando il giorno si consuma in fioca luce”); o dell’aurora che “accarezza | rosati pallori | d’orme || in processione | lenta...| al Tempio di Luce”; o della notte col suo “giubilar di stelle” o con il lucore lunare.

Ma Nella voragine dell'Io | quando il comprendere è ancora | brancolante enigma | e il decidere offre | tormento all’anima, | l’intuizione || lampo che promana dal divino, | | d’un tratto irrompe nella mente | e salvifica l’incendia | di solare chiarità! | Sic et simpliciter”. L’intuito è ancora – coraggiosamente – identificato con quella che un tempo i poeti chiamavano ispirazione. E ancora questa poetessa affida all’ intuizione-ispirazione il compito di suggerire parole “ ‘che sacrano silenzi, | arabeschi di luce | sulle tracce della Via’ ”.

La funzione sacrale della poesia si compie, nei versi di questa autrice, attraverso una parola che definirei preziosa in quanto, pur nella sua prevalente semplicità, librata al di sopra dell’abitudine, della consumazione quotidiana; una parola insieme sorprendente e attesa. Anche per far cogliere nel mio discorso l’accentuato scarto di questa parola rispetto alla prosa referenziale ho dato ampio spazio alle dirette citazioni che immettono in una atmosfera musicalmente evocativa attraverso gli stessi silenzi, le attonite sospensioni. L’autrice ha forse affidato anche alle maiuscole degli incipit la connotazione di questo scarto.

Recensione
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