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“Dopo l’estrema siccità degli haiku, ecco uno tsunami dilagante e pletorico?” . Con questo tono autoironico -ma non troppo se si nota il punto interrogativo- l’autore presenta il suo libro ancora inedito offrendolo per una prima lettura. La destinataria lo accoglie come prezioso dono e insieme felice compimento di un’attesa. La poesia di Roberto Pagan, sempre di rara qualità, mi era sembrata in passato, anche in base alle dichiarazioni dello stesso autore, come soggetta al controllo di una poetica severa e intransigente -per un pudore anzitutto d’ordine morale- di fronte al rischio di cedimenti all’autobiografismo, al lirismo, all’effusione del sentimento. Gli haiku erano appunto il frutto estremo di questa autodisciplina. Si avvertiva però già anche in quelle forme ristrette e suggellate la tensione di un “forte sentire”, di un universo ricco e multiforme che cercava spazi di libertà.

E ora l’autore stesso sembra riconoscersi questo diritto: “Da molto tempo - più o meno inconsciamente- ero alla ricerca di uno strumento ritmico che mi permettesse di sostenere una costruzione epico-narrativa (magari in chiave ironica, diciamo eroicomica) di qualche respiro per uscire dalla solita dimensione lirica che mi sembra sempre più asfittica”. In realtà la scelta antilirica è ancora operante e, per concedersi un momentaneo abbandono a un’emozione personale e privata, una volta l’autore sembrerà cercare una scusa, anche se ironica e perciò più simulata che convinta: “Non curarti di cedere -straniero sei, | confuso tra fratelli- qui nessuno ti biasima se sbandi, | per una volta, alla ferita, a un profumo che viene da lontano”. Ma ci rallegriamo per quello che ci sembra un elegante sberleffo a certi censori nostrani (in attesa di altre più significative e libere trasgressioni) e salutiamo nel testo la spregiudicata accoglienza del “sublime”, solitamente messo al bando dagli stessi censori. Il “sublime” questo poeta se lo può davvero permettere e se lo permette al punto che ci sembra difficile condividere la definizione di “eroicomica” per un’opera che riserva l’ironia alla presenza dell’inautentico, dell’artificiale, del pacchiano e anche, talvolta, alle piccole disavventure del viaggiatore e della sua compagna, ma è di fatto concepita per aprirsi con serio fervore alla mobile, multiforme e significativa bellezza del mondo, in particolare del mondo abitato dall’uomo, non senza una, qua e là avvertibile, tensione verso altre sognate dimensioni . L’autore si mostra particolarmente disposto a capire la diversità, tanto che anche di fronte a campioni umani lontanissimi dalla sua sensibilità e dal suo gusto, come gli anziani e ricchi vacanzieri della Florida, l’iniziale tono sarcastico riservata all’inautentico sfuma via via in un sorriso divertito e quasi affettuoso. In un’altra occasione anche nell’animo del famigerato Cortès il nostro poeta, fervido sostenitore dei diritti umani, sa entrare con occhio umanamente comprensivo osservandolo in un momento in cui “deposte | le folgori e la fredda lama dei nervi, a sera | per sentieri discreti ritornava alla sua bruna | india paziente”: un momento, insieme shakespeariano e manzoniano, di incantamento amoroso e anche di meditazione sul peso del potere e sulla fatica della conquista.

Per dar forma e vita a questo universo il poeta dice di essersi “inventato un verso lungo (in realtà un coacervo, o meglio un conglomerato di spezzoni di endecasillabi) che gli è parso abbastanza duttile e -se bene orchestrato- ricco di risorse”. Pagan sa applicare alla propria poesia quel raro acume con cui altre volte si dedica alla funzione di critico letterario ed è bene perciò dargli la parola anche per definire (era l’ora dopo tante anticipazioni!) il suo testo: “Una specie di Reisebilder legato a memorie, emozioni, impressioni di viaggi fatti concretamente in cui musiche colori riflessioni si mescolano in maniera leggera ma con molto dinamismo”. Nulla di più lontano -aggiungo- da un percorso in superficie sul filo delle immagini. “Guardi e descrivi -dice il poeta- e scrivi per più vedere”. Starà a noi lettori percepire quell’ulteriore visione -non più dell’occhio- pur sapendo che “il resto è in mano | ai numi del Walhalla”. La stessa “fedele e indiscreta cinepresa” è “un robot che ha le sue liriche pretese” (il poeta se le concede per interposta persona o per interposta macchina). Ma la profondità verticale (evito la parola “spessore” che connoterebbe peso) è garantita anche dall’apporto del ricco patrimonio culturale: una cultura divenuta linfa vitale. Particolarmente appariscente l’interesse storico. Ritrovo nel poeta quel “profondo senso della storia del costume” che, a detta di Montale, “non si impara né a Darmstad né a Venezia” ma è frutto di un intuito particolare simile al gusto, all’orecchio, qualità coltivabili se ci sono per natura ma non trapiantabili se mancano. Sono in fondo qualità riconducibili alla sfera estetica, indispensabili, a mio parere, non solo all’artista e al letterato ma anche all’interprete di arte e di letteratura. E qui storia e letteratura si compenetrano con una naturalezza che assume le frequenti citazioni (talvolta pepate dalla malizia parodistica) rendendole spontanea espressione della più autentica personalità dell’autore. Come del resto -mi piace ricordarlo- dall’interiorità leopardiana nasceva, in piena sintonia con la personale esperienza esistenziale, quel richiamo alle “morte stagioni” della storia umana che a qualche critico poco sensibile era sembrato una divagazione erudita poco pertinente in un testo lirico.

La forte pulsione all’esperienza del viaggio, compiuto talvolta per strade impervie fuori del poco amato e poco estetico grand tour dei turisti intruppati, nasce da una sorta di “misticismo estetico” (confessione dello stesso autore che suonerà poco gradita alle orecchie dei, non del tutto esorcizzati, sostenitori in letteratura del moralismo socio-politico). A questo punto è forse superfluo precisare che l’esperienza estetica è per Robero Pagan fondamentale esperienza conoscitiva e chiave per un’approssimazione al senso profondo delle cose -anche se questa fede è vissuta con quel dubbio addirittura totalizzante che è costante rovello specialmente dell’artista moderno e che in questo testo si riaffaccia in più occasioni, non sempre con la riduzione ironica-. La fugace epifania estetica dei luoghi è per lui l’esito di una lunga e paziente ricerca condotta ben oltre l’informazione dei diligenti ma superficiali baedeker e vuole prolungarsi oltre la presa diretta nella riproduzione filmica (anche Eisenstein in Que vivaMexico! “fermò nel tempo” l’”ondeggiante” vita), ma soprattutto nella alonata parola poetica. .Parola che, se pure è assunta da diversi piani lessicali in un plurilinguismo che “contrappone e sovrappone l’aulico e il quotidiano, la citazione dotta, l’allusività preziosa con il prosaico moderno irto di tecnicismi, di forestierismi, di idiotismi”, lascia, come ho già rilevato, in chi consideri l’opera nella sua complessa ma evidente unità, l’impressione d’un testo di alto stile e di grande respiro.

Tutt’altro che insensibile al fascino della “Grande Storia” e dei suoi “grandi” protagonisti, il nostro poeta apre la prima sezione del libro, intitolata Verso Santiago, con immagini di magnificenza barocca. Il “semipellegrino” (così definito perché “ha travagli come se fosse pellegrino vero, invece | non trova né s’aspetta il Santo Volto, almeno | sapesse quel che cerca”), il pellegrino-esteta che ormai conosciamo, percorre “le strade gloriose d’Aragona” “tra cieli grandi | da Reconquista”. E qui l’adesione è completa e diretta. Anche se poco dopo il campo di osservazione si restringe perché l’autore si accinge a dire “alla buona, una volta per tutte, dei misteri e i riti | di quel che chiamano turismo”. La riduzione ironica sembrerà ancora prevalente quando, poco dopo, si affacceranno per la prima volta nel libro le folle, quelle fiumane umane che l’autore, benché molto attratto dai destini individuali, sembra volere addirittura rendere protagoniste del suo racconto.

“Là dove confluiscono le strade di tutti i pellegrini | angli sassoni e franchi belli e brutti e puri | di cuore o miseri e sciancati e tremanti e sciamannati | in ciabatte o mantelli d’ordinanza ...”. E più giù: “l’orda che infilava la contrada a piedi e con bordone | di ramo o plastica o su canna di velocipede o su traini di varia guisa e gomma (anche tra i denti americana) ...”. Ma già cogliamo la simpatia per questa folla di poveri “sciamannati” che verranno per gradi assunti nella sfera del sacro quando, nella poesia successiva, l’orizzonte temporale alle loro spalle di nuovo si aprirà e li vedremo assimilati ai pellegrini che fin dai tempi del buon Pelagio l’eremita si avviarono “fino alla sacra sepoltura”. E rivedremo, con l’alone delle cose lontane, “il traffico di zampe e di carriaggi e di pedoni, | ch’erano i più fidenti poverelli, e gli ospitali | ospizi,e i pii fratelli e gli osti e i vivandieri | e i mimi e i mori neri e convertiti ...”. Anche l’orizzonte spaziale si estende alla volta celeste dove “un polverio di stelle, una galassia tracciò il Camino”, e, ancora, “una rugiada di stelle mosse altri pastori”, “ed era, da un capo all’altro del tragitto, | un gran fioccare di miracoli e i santi vi sbocciavano | come gigli”. A questo punto il “semipellegrino” non credente potrà, anche attraverso immagini di un tempo lontano trasfigurate e nobilitate da una lunga tradizione artistica e letteraria, aprirsi all’incanto di un passato numinoso ed epifanico e raccontarci con la sua voce moderna ricca di echi remoti bellissime leggende nello spirito -qui non più ingenuo- dei Fioretti di San Francesco,

vicini anche per qualche episodio meno aulico come quello (da leggere per capire) del galletto spennato che risorge. Vi emergono figure eroiche anche di nobili e sagge Regine. E qui già compare quello spirito individualistico e, direi, aristocratico (non certo in senso classista) che l’autore di un poema in cui il primo piano sembra concesso alle folle, più spesso esorcizza ma talvolta anche -opportunamente- confessa. Ma devo riconoscere, io che mi ostino a seguire e a registrare quasi come un termometro il mutare dei toni e dei livelli (sperando tendenziosamente di poter proclamare il trionfo del “sublime”), che il confine non è sempre così netto come potrebbe sembrare dal più appariscente percorso alternante. “Breve è il passo tra il medioevo e il kitsch” rileva l’autore e ancora una volta mi ritrovo a verificare l’affascinante ambiguità della verità e degli stessi livelli del linguaggio poetico.

Sono tentata a questo punto di proporre una mia interpretazione (che probabilmente non va oltre la più o meno legittima partecipazione attiva alla vita ulteriore del testo da parte del lettore). Le folle eterogenee, ferme o in movimento, che popolano tutto il poema (la definizione non mi pare poco confacente a quest’opera) mi sembrano acquistare sempre più un valore che direi, se non metafisico, almeno metastorico: evocano immagini da valle di Giosafat, da approdo purgatoriale, da giudizio universale. Ma forse in me - e nell’autore se questa valenza non gli è estranea- opera, più che una vera e propria apertura religiosa, la solita suggestione di ricordi poetici o artistici che sempre favoriscono, oltre all’apertura di orizzonti, anche spinte verticali sia pure di breve durata per un “non credente” (scene del genere mi richiamano sempre il suggestivo medievale “trionfo della morte” che suggella il bergmaniano Settimo sigillo). Dunque dalla storia le stesse immagini cosiddette “metastoriche” non si affrancano. Eppure -e questo lo propongo sottovoce- al poeta non è estraneo il sogno di uscire dal tempo; non sarà del tutto lontano, vedremo, da un suo modello ideale “il pittore di icone senza nome né tempo” che, umile e devoto, si adopera per far sì che “san Demetrio | san Pietro san Giovanni e tutti i santi” possano “rivestirsi da sé di forme e di sembianze quali | furono in terra e quali in cielo nei secoli | dei secoli saranno” (“Senza nome né tempo” è il titolo della poesia). O il monaco che “ai picchi arcigni grigi | delle Meteore [...] saliva issato in una cesta di vimini” (“Qui respirava il vento dell’ascesi uno stupore | intorno alla Tessaglia”).

Il filo del mio discorso, orientato con impazienza verso temi che mi stanno molto a cuore, ha interrotto il viaggio galiziano e ha scavalcato, per ora, il viaggio messicano narrato nella seconda, importantissima sezione, per arrivare alla terza, intitolata Icone bizantine, che forse mi consente una penetrazione nei “recessi” più segreti dell’animo dell’autore, cogliendo anche un altro versante del suo universo e, per questa via inoltrandoci nella coscienza della singolare complessità dell’opera (ma soprattutto mi ha conquistata fin da una precedente parziale lettura, e non vedevo l’ora di parlarne). Siamo immessi anche qui in un contesto religioso ma la situazione è del tutto nuova. “Quei divini recessi” è il titolo della prima poesia dove è ancora presente il poeta viaggiatore che, attraverso l’occhio della sua cinepresa, penetrando “entro una fessura” in una chiesa bizantina di montagna trovata chiusa, carpisce “lembi di affreschi, occhi stupefatti di vergini, | brani di adunate ieratiche, compunte | penne di cherubini”. “Fu quasi una rivalsa, | laica ma assai discreta, di Prometeo” si conclude, ancora con una sfumatura di gioco, questo avvio di una serissima avventura verticale che inizia con una “folle” scalata “fino alle grotte | a quei divini recessi incogniti a svelarne |l’intimo segreto”.

“In senso verticale” è il titolo della terza poesia: “Quello che sa il convento chiuso fra le mura a noi mondani | sembra ripetizione. Ma quanto esclude include | in senso verticale”. E qui proprio l’ascesa che attinge senza più freni al sublime rende più marcata nella seconda parte della poesia la frizione con la dimensione della banalità con l’irruzione dei turisti in torpedone. Seguirà una Pasqua russa, dove nella folla che preme “alle transenne | devote di Zagòrsk” ognuno “al limitare | che lo esclude vede con gli occhi della mente immagina | l’arcano che si compie” Ancora una folla dopo tanta solitudine e tanto silenzio. Ma il titolo,“Il rimanere sulla soglia”, sembra trascendere l’occasione per alludere al limite della conoscenza umana di fronte al mistero. Anche nell’ultima poesia della sezione “Ogni specie di santi anacoreti”, in una sorta di gran finale sui generis, una fantomatica guida presenterà nelle chiese rupestri di Cappadocia una folla di mistici fantasmi, “sogni della mente”: le pitture rupestri di santi, “larve labili | sfuggite agli insulti dei giorni e dei ribaldi”; e ricorderà il meraviglioso rifiorire, dopo l’iconoclastia, “di facce ed occhi e mani come le nostre e come noi”. E aggiungerà: “Di noi più belli, sorrisero gli angeli a promessa | di paradiso”. (Una sorta di struttura ciclica della sezione che alla fine concede una piena epifania di immagini sacre, all’inizio solo carpite da una fessura?).

Il viaggiatore testimone resta in questa fase in ombra. Ma proprio alla fine dell’ultima visione paradisiaca irrompe nella scena, finalmente senza più remore, l’io del poeta e, al di là della contingenza, si manifesta nella sua identità sostanziale e inconfondibile anche se proiettata in una figura impersonale:

Quel che non vedi è l’ansia dell’artista deluso
che gettò i pennelli forse e per disdegno
superbo del cenobio o estremo amore
d’essere altrove si rifece romito e andò cercando
di monte in monte un più selvaggio nido o un sasso
più inaccessibile. E ancora vaga. Ma lo insegue
il demonio delle notti là dove corre sempre più
smunto sempre più smarrito, crisalide di sé e sul tronco
dove ora giace al margine del vuoto lo trafigge
l’ebbrezza del silenzio e delle stelle.... .

Proprio dal confronto con modelli di perfetta ascesi mistica il poeta prende atto di uno smacco, dell’impossibile compimento di una vocazione contemplativa tesa all’infinito, vocazione che, non superando il piano dell’arte (si parlava di misticismo estetico e non religioso), resta prigioniera dell’egotismo, dell’inquieta superbia prometeica. Si staglia, isolata, un’individualità portata a macerarsi senza pace, perennemente in fuga: una figura molto vicina al Caino ungarettiano, ma nata in presa diretta con la verità esistenziale. E anche qui una felice ambiguità: non l’ombra dell’ironia ma la rappresentazione, insieme lirica, epica e drammatica di una sconfitta configurata secondo i moduli di un romanticismo perenne. Nell’estremo impegno di punitore di se stesso il soggetto conserva, anzi via via conferma, una statura eroica.

Ciò sa certamente anche l’autore e, con il diritto che la poesia garantisce, lascia convivere l’autoaccusa con una sorta di orgoglioso compiacimento. (Per altro motivato).

Ora potremo forse comprendere meglio il senso di quel viaggiare. La tensione inquieta e insoddisfatta dell’artista a svelare “l’intimo segreto”, cioè il senso ultimo del tutto, si sposta senza requie dal “gran teatro del mondo”, goduto nella sua formicolante e dinamica molteplicità e nella sua, non superficiale, estetica teatralità, alle ardue vette della contemplazione silenziosa e solitaria che si apre all’infinito anche tramite “il cielo stellato sopra di noi”. La più profonda dinamica interna di questo testo altamente poetico mi pare individuabile in questa bipolarità che altri grandi poeti hanno vissuto ed espresso, ciascuno a suo modo.

È l’ora di tornare al primo viaggio. Arriviamo con i nostri viaggiatori (non turisti) alla gloria di Santiago, “gloria della porta | radiosa del Maestro che strinse qui gli Apostoli e i profeti | e gli angeli che cantano la gloria, ognuno al suo strumento | a fiato e a corda, tutte le corde d’arpa e liuto quante ne servono al Signore ...”. Significativo mi pare che la parola “gloria” ricorra in tutta l’opera, solo una volta ridotta a un senso antifrastico in uno dei frequenti explicit in discesa dove “finire in gloria” ha il valore di un modo di dire ironico e dissacrante. Qui finalmente il pellegrino “s’inchina e tocca e prega, il vecchio sacco in spalla o lo zaino firmato sulla schiena”. E l’autore di fronte al comune approdo della austera tradizione e della frivola moda sembra addolcire la sua ironia. Né compromettono la sacralità dell’atmosfera “il faccino rosato di Pinocchio” del “simulacro barocco” del santo o le “trite avemarie per nozze | come corredi da postalmarket”. “Questo è Santiago e accoglie anche lo spot pubblicitario ...”. Ma il poeta, come sempre, vuole andare oltre e si ferma, come l’Alexandros pascoliano, all’Oceano: “Qui il viaggio continuò, giunse all’Oceano dove finiva il mondo”.

La misura umana sembra trascesa, ma in senso del tutto diverso dai paesaggi “bizantini”, nel paesaggio messicano dove ci porta la terza sezione che prende il titolo, non senza particolari intenzioni, dal film di Eisenstein Que viva Mexico!. L’eccesso, spesso nella direzione dell’orrido e del disumano, caratterizza questo contesto (come del resto per Ungaretti quello del paesaggio brasiliano) aduso a cataclismi naturali e storici. Nel segno del sangue sembra più che altrove aver camminato la storia, dall’“orribile tributo” di sangue alle divinità azteche alle stragi della Conquista e poi, più tardi, nei conflitti senza tregua tra rivoluzionari trasformati in dittatori e rivoluzionari ancora in lotta per la giustizia. Anche qui emergono eroiche personalità, primo tra tutti Diego Rivera, grande pittore di murales, amico e protettore degli umili, che con la sua compagna, Frida, riscuote anche la sintonica ammirazione dell’autore. Altrove ci inteneriscono immagini vivaci e colorite di piccole folle paesane raccolte in momenti di festa o in animati e allegri spostamenti quotidiani “nel mondo cigolante dei trasporti” perché si scopre un coraggioso e insieme naturale adattamento alla vita: una vita dura ma gustata col piacere dei piccoli riti e dei piccoli doni quotidiani (un mondo ingenuo pullulante di oggetti pittoreschi e gentili). Sono popoli “adusi alla pazienza di secoli”. La malinconia delle vittime innocenti si coglie però nella musica di “un concertante trio” (“tre ombre | sotto il sombrero allampanate”) che, su un popolato battello, suonano “come sanno” i loro “strumenti tristissimi”, “ma il falsetto dell’ugola ha la grazia | sgomenta dell’agnello. Così piangono i secoli dei vinti”. A parte questo momento di mesta meditazione musicale, la vita sembra trionfare e di questo trionfo potrebbe essere segno la stessa dimestichezza con la morte che si manifesta, con un fantasmagorico tripudio, nella festa dei morti (Los muertos), Anche qui l’insidia si insinua nell’apocalittico finale:

.............Ma a notte a notte nella piazza
l’apoteosi dei danzanti, l’orgia folle
di sarabande, il disperato grido, la rivalsa
dell’attimo sul nulla, la scommessa
sull’orlo dell’abisso: estrema ebbrezza
nera di timpani, delirio scarlatto di vibrafoni nel sole
tenebroso del Messico. E ne ondeggiò la vita
- sacro ritorno - fino a morirne.

In queste conturbanti immagini -che Eisenstein “fermò nel tempo- riconosciamo un momento di punta della esaltante e tormentosa quête per la più diretta partecipazione empatica del poeta. Poco prima era intento, in una breve pausa, a interrogarsi su un possibile “apeiron” “a fondamento del dilemma | che ci separa dallo scheletro”.

La dimensione barocca dominante in questa “fantasmagoria” messicana si rivela insieme causa ed effetto di un più insinuante sentire che “la vita è sogno”.

E che la storia è nuda se spogliata degli orpelli di vario genere di cui l’uomo freneticamente la riveste. Nuda la storia è infatti il titolo del componimento che segue. Vittoriosa ma in veste dimessa, priva di ogni “pompa”, è ormai la morte nel nuovo testo dove la suggestiva storia di Massimiliano di Asburgo, di carducciana memoria, sembra perdere ogni alone leggendario -ed estetico- evocata dalla “assoluta impietosa nudità” del dagherrotipo ingiallito che fissò il momento della fucilazione. Ma la memoria del poeta, in cerca di “note più gentili” si concede di tornare con nostalgia alla “bella favola” della partenza da Miramare “nella rada coi vessilli in festa” dove “due belle imperatrici” si abbracciarono “al sole di aprile”. La “favola” affascinò fin dall’infanzia il poeta che dalla sua Trieste poté costeggiare “il castello di zucchero filato”.

Lo scacco della memoria e della storia, che è insieme scacco della vita e di quello che chiamiamo “realtà”, si annuncia con semi-ironica solennità nello stesso titolo Il cenotafio: ecco l’incipit dove il ritmo frantumato, esitante riflette la condizione interiore di dolorosa perplessità:

È la memoria un cenotafio: reliquie sì,
ma non di cose o di persone, ombre,
specchiate immagini, riflessi, che durano
quanto durano, meno o più di quanto duri
l’oggetto; forse non vero in sé, creduto
da chi ricorda, finché ricorda, vero.

Spesso in questi testi il canto si spegne significativamente con lo spegnersi della luce, col calare della notte: “Quella notte cantò il coyote -dissero- | alla luna”. “Ma a notte a notte nella piazza | l’apoteosi dei danzanti”. “Come discese rapida | la notte”. “L’ultima corsa buona della notte”.

La notte precipita dopo il protrarsi di diversi epifanici tramonti nell’ultima sezione intitolata Adoratori del sole. Tre momenti, tre luoghi, tre diversi gruppi di spettatori.

A Santorini (l’isola vertiginosa dà anche il titolo alla poesia) “sgranate | pupille e ciglia ammutoliti immobili i sigfridi | e le valchirie erano appesi al duplice stupore”

che suscita la luna “comparsa in uno spicchio tenero viola” mentre “come restio al congedo | il gran Sovrano ancora esita resiste”. Per guadagnarsi straordinari momenti di contemplazione anche i nostri due “viaggiatori solitari” (o almeno indipendenti) affrontano rischi e dure fatiche, scalate, rischiose navigazioni. Dal mio cantuccio di pigra pantofolaia parlerei di imprese eroiche se non sapessi che nelle definizioni che li riguardano gli accenti alti li mettono a disagio, Eppure non è il criterio della classica misura che li muove nella loro quete perché prediligono le manifestazioni estreme della realtà naturale e umana e il nostro poeta, pur così consapevole della vanitas vanitatum presta solitamente alle umane e naturali parvenze la sua parola forte e incisiva, spesso ricca di espressionistico rilievo.

Ironicamente antifrastico sembra il titolo del secondo pezzo, La cosa più vecchia. (Naples, Florida). Allude infatti a “un ponte di legno” che è “la cosa | più vecchia in questo posto così moderno che funziona | tutto a gettone”. E noi sappiamo che questo genere di modernità non piace molto al nostro autore. Come non gli piace la folla di vacanzieri miliardari cui ho già accennato per dire che l’ironia non mi sembrava accigliata ma divertita. Così, dopo essermi compiaciuta del virtuosismo che anche qui trionfa, come in altre descrizioni ironiche della modernità, mi trasferisco volentieri con i nostri viaggiatori, assecondando anche una mia personale predilezione in fatto di paesaggi, in un incantevole fiordo. Questa tappa è, per così dire, in tono minore, anche se vi compaiono ancora immagini di re, di scrittori (Holberg e il corrucciato Ibsen) e di musicisti (“il bardo | della musica Grieg, piccolo troll felice in vista | della sua casa, così com’era, le tendine ai vetri”; o il violinista Bull). Siamo a Bergen, dove “piove e spiove” (così dice il titolo), ma ora il sole avaro si concede: “Un vento gagliardo tutto fiato vola a caccia di nuvole” e “libera | il sole del mattino”. Compare una prima folla, ma di folaghe. È un giorno di festa (“Ride la luce sì, quest’oggi | è la festa del sole e si consuma agli ultimi bagliori | -preventivata nostalgia- l’estate”). Lontano è il ricordo delle tripudianti folle del Sud: “non son folle | che accorrano al richiamo, ché la sagra, s’intende non è tale | che vi si mangi e beva, unico premio è l’aria | solare che respiri e qualche svago al centro | per nonni e nipotini a crocchi disciplinati”. Si insinua, a contatto con questo mondo austero e tranquillo, non sai bene se per analogia o per contrasto, attraverso l’accostamento Holberg-Goldoni, una nostalgia del Settecento luminoso e razionale pur nella sua frivolezza: “Nessuno fu mai più saggio e ironico, nessuno mai più libero | di quella gente immune da follia, | prima che la prendesse insano un amore del buio e del sublime”. Il sublime romantico è qui rifiutato da un’anima non certo immune dalla “malattia” romantica. Ma sappiamo che questo sogno settecentesco convive con altri sogni e modelli diversi che costituiscono impossibili miti e approdi in direzioni diverse sognati per il bisogno di placare un’indomabile inquietudine esistenziale ( parlerei di angoscia se non vedessi in questa personalità artistica e umana un raro e pugnace vigore).

Siamo ormai prossimi a un emozionante finale. Ci prepara all’ultima epifania ancora una volta l’apparizione di una folla. Ma fissata in una immobilità questa volta addirittura metafisica, se non altro della metafisicità dell’attimo fermato per sempre, della montaliana “eternità d’istante” .

E al sole stanno gli altri
i più memori, tutti appesi all’attimo, sul prato,
i più giovani i vivi i morituri le ragazze per bene
e gli studenti i sognatori i pallidi i rubizzi
chi legge o scrive o chiacchiera, vestiti
o seminudi, solitari o a gruppi, isole al sole
tutti senza nome forse senza domani. Oggi qui
la vita.

E, poco dopo le ultime battute:

Mentre parliamo il cielo si sublima. Vi si accordano
Gli occhi. Qui nessuno chiede la lampada. Il tempo
Si è fermato.

Se c’è ancora vita non è una vita trascesa?

In conclusione di questa lettura, particolarmente impegnativa e non esauriente anche per l’originalità dell’opera che felicemente si sottrae al canone o ai canoni (non certo arretrando nel passato ma, a mio parere, aprendosi piuttosto a un possibile futuro) non posso non rammaricarmi della involontaria violenza esercitata sul testo sia nell’inadeguata parafrasi più volte introdotta, sia, e ancor più, nell’estrazione dalla carne viva del testo di lacerti sanguinanti e devitalizzati in assenza del liquido amniotico del contesto e dell’onda musicale che lo caratterizza. Ciò perché valore essenziale di questo testo è proprio, come ho detto, l’unitarietà dell’insieme e la sapiente orchestrazione attuata attraverso l’avvicendarsi di diverse soluzioni ritmiche in rapporto con il mutare della dimensione semantica. Prevale, a rappresentare una dinamica molteplicità di elementi, resa spesso in forma di elencazione, il fitto e impaziente accavallarsi di onde sonore. A momenti più pacatamente contemplativi o addirittura estatici corrisponde un “largo” musicale di grande respiro.

Il poema, nella sua inesauribile carica potrebbe continuare. In questo senso e non come prospettiva di una ininterrotta revisione, interpreto il sottotitolo che parla di “poema in fieri”. E aggiunge tra parentesi: “e forse anche compiuto”.

Recensione
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