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Il contagio dell’acqua

“Quasi sempre è meglio non conoscerlo | il poeta”. Con queste parole si chiude il libro di Laura Canciani. Vuol dire, immagino conoscendola, che non conta l’io del poeta (l’io per altro rischia sempre “il peccato di orgoglio”), conta la poesia che deve vivere in una sua autonomia per parlare al di là delle stesse intenzioni del poeta. Ma andare al di là per Laura, e non solo per lei, significa tendere all’infinito cercando di dire l’indicibile, e l’indicibile è per lei la Verità di Dio.

Si capisce dunque da questa mia premessa che io non accolgo l’invito conclusivo. Non posso cercare di parlare della poesia di Laura senza parlare di lei. E anche parlare di lei, se pure mi pare di percepire l’essenza di questa straordinaria persona, è già in sé impegno per dire l’indicibile. Ogni individuo è ineffabile ma Laura lo è più che mai.

Si può riconoscere senza ombra di dubbio che la sua natura è gentilezza tenera e appassionata e umile dedizione. Questo anche quando hai l’impressione che spasimi e combatta per farti accedere alla sua verità, una verità che promette luce e guarigione. Ma la sua certezza è quella di chi vuol comunicare non un semplice messaggio ma una visione che si impone a lei con tanta smagliante e perentoria evidenza che l’amico che non sa aprire gli occhi a tanta luce le porta turbamento, sofferenza, preghiera. Sente di avere un dono straordinario, una medicina che tutto sana e la vorrebbe partecipare. C’è nel suo slancio e nella sua amorosa effusione tanta forza che anche l’incredulo talvolta è portato a pensare a lei come a una “veggente” (ci sono più cose in cielo e in terra...). Anch’io nel mio sostanziale agnosticismo desideroso di luce sono disposta a pensare che qualcuno possa vedere ciò che ad occhi comuni sfugge. Do fiducia, in fondo, alla “Grazia”.Questa fiducia è incoraggiata quando l’incontro fa avvertire la presenza di una persona dotata di particolare ricchezza e finezza interiore. Allora puoi anche supporre che all’”Affezione” possa corrispondere la “Visione” (Affezione e visione è il titolo della prima sezione del libro) Non penso però alla visione assoluta perché non posso non pensare che le vie per aprirsi al Vero siano molte, forse infinite.

Inoltriamoci nel libro, cioè nell’anima profonda dell’autrice che mette qui in luce la complessa, quanto mai dinamica e sfuggente vicenda della sua vita interiore che sperimenta le diverse dimensioni dell’immanenza senza perdere mai di vista il suo sublime Referente. Seguiamo i suoi passi. Il cammino è arduo per me che, per quanto maniaca elogiatrice dell’ossimoro poetico ed entusiasta del potere della poesia di trascendere la verità logica, finisco poi ogni volta col volere smascherare l’ossimoro, leggerci dentro, riducendolo per lo più a una spiegabile compresenza di opposti o a una altrettanto spiegabile domanda senza risposta. Ma in fondo, a parte la mia mentalità – indotta, non nativa – di “loica”, non è sempre questa l’operazione che compie l’interprete di poesia la cui sorte è di chiarire e al tempo stesso di snaturare il senso del testo?

L’ermetismo degli “ermetici” mi era più familiare, mi ci sentivo a mio agio: si adattava al mio agnosticismo potermi fermare a una domanda, o a più domande senza risposta (fermarmi non è la parola giusta perché la situazione di cui parlo è assai mobile, come un viaggio senza approdo).

L’indecifrabilità, secondo Sanguineti punto d’onore di molta poesia sperimentale, era ancora più comoda perché, ammesso che avessi voglia di occuparmene (ma tendo a distinguere caso da caso), mi bastava spesso assecondare, più o meno, il gioco verbale nella sua superficiale suggestione. Senza cercare sensi riposti.

Ma questa volta il caso è diverso. Qui è come se dovessi interpretare un moderno Giovanni della Croce. Si è invitati a un’esperienza che trascende la letteratura (“Voglio parlare il linguaggio degli uomini | non quello della letteratura”). La tensione dinamica interiore e verbale è estrema: l’approdo è addirittura un a priori ma va conquistato attraverso un arduo percorso-prova in cui la vita chiede alla scrittura di esprimere e insieme realizzare la sua quintessenza: “Un verso ogni giorno per scoprire | più vera la vita”.

La difficoltà per l’interprete non sta in una sintassi sovvertita (tranne rari casi il discorso è regolare) ma in improvvise deviazioni, in associazioni di termini o analogie sbalorditive (ma certamente frutto di una spontanea accensione della fantasia). Siamo ancora nella linea del simbolismo che è di solito la dimensione che più si presta a dire l’invisibile attraverso il visibile, l’extrasensoriale attraverso il sensoriale. Si ha addirittura l’impressione che, come avviene spesso a chi testimonia una fede costituita in sistema sulla base di una Scrittura-Parola di Dio, i simboli tendano a sistemarsi in allegoria. Ma forse è un’impressione sbagliata se si tiene conto della scarsa sistematicità e della felice libertà della costruzione del libro.

In questo libro la sensorialità è sempre protesa ad avvertire sulla pelle i segnali di un dramma cosmico e individuale. Questa prospettiva affascina: l’ “occhio” (questa parola ricorrente quasi sempre al singolare è carica di senso simbolico, fa pensare talvolta al “terzo occhio”dell’esoterismo) si inoltra nelle dimensioni infinitesimali e scopre “protoni peccatori” e “colla subnucleare” e “geni-architetti”, ma sa sollevarsi a guardare come dalla stratosfera “la terratrottola [che] continua il giro | intorno al sole laudativo” e sa perdersi “all’impraticabilità cosmica” ma per ritentare “al cielo inciso del Nome”. Sa al tempo stesso guardare con forte vibrazione e tenerezza alla prossimità domestica parlando con confidenza a persone care anche scomparse dalla terra (in comunione con lei non uso la parola “morti”): il fratello Franco, la madre, l’amica poetessa Giovanna Sicari. Tra gli amici poeti anche lontani, come Leopardi, a cui rivolge una trepida domanda sull’ esistenza ultraterrena, unico caso in cui sembra affiorare un’incertezza: “C’è uno spiraglio oltre | il giallo glorioso ?” (pensiamo naturalmente alla ginestra assurta a segno di confine). Anche al fratello Franco domanda: “Come esisti?” (non se esiste). Pasolini è lui stesso a parlare (Io, Pasolini): “Come un poeta senza memoria semantica | ora vivo il presente eterno | senza reumi né rughe | né fame né paura. | Una pietà sconosciuta | mi accoglie raccoglie: | tutto entro nella pace quando | riconosco donde viene”.

Nessun vero dubbio sulla meta eterna. Dubbio e tormento solo nel viaggio soggetto ai limiti e alle insidie della dimensione materiale: il negativo, il male si manifesta nel testo attraverso segni di estrema violenza: il coltello, una volta associato in un incisivo ossimoro alla carità: “una coltellata di carità” (Laura, come tutti i mistici si muove tra termini estremi: fuoco e gelo, luce e tenebra). Ci raccapriccia verso la fine l’immagine enigmatica di “strappate” “unghie degli alluci”. Nella sua fine sensibilità acustica, con frequenti sinestesie, individua l’icona della negatività nei suoni alterati (il clamore, lo strepitare.“Un suono nervoso” è sinestesia riferita alla luce); c’è “un gesto assordante”; c’è addirittura un “suono atterrito”. Mentre il “brusio”, il “riverbero delle voci” connotano tenera intimità di memoria.

Paura, sofferenza sono le prove della Croce. C’è un “dolore profeta”; e “la malattia” è vista come “un mistero di bene”. Dirò, per inciso, che, poco portata a condividere questa visione che ha fatto parlare di “dolorismo cristiano”, la lettrice che io sono si compiace almeno di vedere escluso da questo alto dramma sacro il repertorio catechistico e dogmatico con il paradosso della pena eterna infernale.

Ma c’è in primo piano e addirittura nel titolo il dono, il conforto dell’acqua, “l’acqua smisurata”, simbolo primario che pervade beneficamente il libro; simbolo vivo cioè visibile e tangibile e insieme trascendente. Pervade , ho detto, e contagia cioè tocca e, per antifrasi, guarisce. È un’acqua vitale che nutre le creature terrestri, animali e piante, gli amati alberi, gli amati fiori (sempre animati quasi come creature umane). È un’acqua lustrale (anche la pioggia è lustrale qui dove tutto è “liturgia”). È l’Acqua di Dio.

A questo punto devo confessare che il mio modo di fruire di questa poesia può in molti casi ricordare quello di Ungaretti ragazzo quando leggeva Mallarmé (la scuola che frequentava in Egitto offriva queste occasioni). Diceva di sentirsi immesso in un’atmosfera poetica anche se all’incantamento non corrispondeva una comprensione letterale del testo. Lo stesso Ungaretti, del resto, in qualche caso, non consente al lettore, anche scaltrito, di andare oltre un approccio del genere. Un lettore privo di responsabilità esegetiche può accontentarsi di questo stadio. Ma l’addetto all’interpretazione resta insoddisfatto e si sente in colpa intuendo che, anche se la parola poetica è intraducibile, di fatto quasi sempre i versi nascono da occasioni precise e le parole, sotto la dilatazione connotativa, celano spesso un significato oggettivo che non va frainteso. Così l’interprete in imbarazzo avrebbe voglia di consultare l’autore per chiedergli qualche spiegazione, ma non è sicuro che questo sia consentito nell’operazione ermeneutica. Per questo ho rinunciato a telefonare a Laura per chiederle, per esempio, perché “Di costellazione in costellazione | la cattura è femmina (ma non sempre”. Mi domando, però, se è lecito, leggendo un libro di poesia, lasciarsi bloccare da queste banali domande. Il problema, senza soluzione, naturalmente, non è sorto solo di fronte al Contagio dell’acqua.
Recensione
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