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La cupa dell’acqua chiara

La cupa dell’acqua chiara e le care ombre di Sabino Caronia

La lettura di questo e di altri libri di Sabino Caronia mi ha indotta a riflettere sulle varie impostazioni che assume solitamente la scrittura autobiografica – per la quale ho una personale predilezione – forse proprio perché mi pareva di cogliere in quei testi una modalità originale. Tra i vari modi di impostare un racconto nel quale l’io dell’autore tenda ad avere una posizione di rilievo prevale certamente la forma diretta del diario. Molte altre volte, come nel caso di Svevo, l’autore si presenta attraverso un protagonista che ne ripropone i caratteri essenziali, anzitutto quelli interiori. Raro è il caso di un autore che, in cerca di alter ego da individuare nella vita reale e non nella fantasia, ne faccia i protagonisti del racconto ma al tempo stesso li accompagni con la sua esplicita presenza non solo di narratore ma di persona che vive e racconta la propria vicenda umana. Questa scelta, interessante anche perché insolita, caratterizza le storie raccontate da Sabino Caronia. In quasi tutti i suoi racconti la proiezione dell’io in personaggi altri convive serenamente con la diretta testimonianza autobiografica.

L’occasione per rispecchiarsi o almeno per trovarsi in sintonia gli è offerta dai più vari campi della realtà e dai più diversi tipi umani: scrittori come Kafka, uomini politici come Moro, parenti sfortunati come lo zio Micuccio, un umile ma autentico poeta di Terracina, e perfino papi come Pio VI gli si fanno incontro disposti ad assumere un ruolo figurale pur conservando la loro identità. La condizione che li rende fratelli è quasi sempre la capacità di guardarsi vivere e di osservare il mondo dal di fuori, cioè quella sorta di alienazione propria dei cosiddetti “contemplanti”, che amano la vita e sanno rappresentarne la seduzione e sfiorarne il mistero quanto più ne avvertono la precarietà e addirittura la vanità. Può trattarsi, come nel caso di Aldo Moro e di Kafka, di spiritualità naturalmente portate, secondo Sabino, a porsi l’inquietante domanda sul “senso”, anche se il primo ha il conforto della fede (ma la fede profondamente vissuta conosce anche il tormento del dubbio specialmente in momenti estremi). Per Pio VI è la dolorosa e disorientante esperienza dell’esilio che, nella evocazione di Sabino, lo porta a riflettere sulla ingiustizia umana e sulla vanitas vanitatum. Pensieri che si erano già affacciati in momenti del pieno trionfo pontificale (“Anche allora aveva avuto la stessa sensazione di essere su un estremo confine, su un’ultima frontiera prima della terra di nessuno”).

E per il patetico giovane Micuccio, di ritorno a casa in una licenza di guerra, è il presentimento di morte che muta lo sguardo sulla vita e sulle cose, osservate passo passo in una ricognizione attenta e struggente, con la nostalgia di chi sente le cose già perdute per sempre. Non siamo molto lontani dalla “metanoia” che cambia la prospettiva sul mondo dei protagonisti pirandelliani.

Ma riprendiamo il filo del discorso senza impazienti anticipazioni.

Proprio il primo lungo racconto eponimo sembra smentire le premesse iniziali. L’autore si affaccia solo per breve tempo. Lo vediamo al capezzale di suo padre morente e, come sempre, pur nella drammatica congestione del momento, la sua memoria si rifà al passato quasi per ritrovare nella sua pienezza vitale la persona cara ormai muta e sfuggente. Il padre è evocato in momenti in cui anche lui, sul filo della memoria, evocava e raccontava il passato: eventi direttamente vissuti e altri appresi dalla madre che anche lei ricordava. Scopriamo che il ricordare, solita chiave, e addirittura topos in quanto non solo forma ma tema dei racconti di Sabino, qui si presenta in un procedimento a catena. Sabino ricorda qualcuno che ricorda qualcosa che ha appreso da qualcun altro che a sua volta ricordava: la catena della memoria. Invadenza memoriale che autorizza il sospetto che per il nostro autore non esista altra realtà o, meglio, altra verità che quella inattuale.

Questa volta dura poco la diretta presenza dell’autore sulla scena, ma l’ultima immagine in cui si inquadra la figura di lui bambino accanto al padre giovane ha un particolare rilievo perché ci riporta a un luogo archetipico: Terracina con il monte Sant’Angelo e “il tempio del Fanciullo, affacciato in vista del mare di Ulisse ...”; e, come Foscolo si presentava immancabilmente con il contrassegno dell’esule, Sabino si connota subito con quella “volontà di scomparire, quella sensazione di un beato smarrirsi e perdersi in un oceano che ha provato allora per la prima volta e che non lo lascerà mai” . Noi che lo conosciamo e che lo leggiamo sappiamo che quel sentimento, che implica una sorta di estraneità alla vita da vivere, denuncia una centripeta nostalgia dell’alveo materno ma è, al tempo stesso, mistica immersione nell’infinito. Sappiamo anche che quell’io che ama corteggiare il nulla è un io che di fatto impone la sua presenza e vuol rivendicare il valore dell’identità. Di ciò è segno lo stesso proiettare caratteri ed esperienze personali in figure diverse ma tutte in qualche modo alte ed esemplari. Anche se di fronte a quei suoi nobili alter ego l’io si pone in atteggiamento di devoto ossequio e, se dovesse rappresentarsi in un quadro, ridurrebbe la sua figura, come i committenti in ginocchio di fronte alla grande immagine del santo nei quadri sacri. Alla “grande madre” di Sabino si affiancano, pare, “grandi padri”, ai quali l’io chiede, in fondo, anche di aiutarlo a credere in un senso alto dell’esistenza e dell’umana sofferenza. Nell’evocazione delle diverse vicende esistenziali il senso del sacro si coglie nell’atmosfera ma anche in luminose epifanie come quella, ricorrente, del tempio del Fanciullo (il Giove Anxur di Terracina che, associato a grandi monumenti della cristianità, come la bella Cattedrale, vuol testimoniare una continuità tra la religiosità classica e quella cristiana), o anche del santuario irpino di Montevergine o della grande croce di Ortigara.

Presto, dunque, la scena passa al padre: “Ricordo e ripenso al racconto del suo ultimo viaggio contenuto in quella lettera ...”. Ancora per qualche pagina si racconta in terza persona – con quei dettagli umili e familiari che per Sabino, e certamente per suo padre, hanno dignità e importanza – un viaggio del padre a Napoli per visitare la tomba di una sorella. La pietas connota già questo primo racconto dove anche la descrizione dei luoghi, dello studio paterno e del salotto “decorato da fotografie di defunti” in cui “faceva capolino l’altra dimensione”, riscatta con la commossa nostalgia l’impressione di kitsch mortuario. Ma a un certo punto – qui volevo arrivare – l’autore cede la parola direttamente al padre che ricorda, a sua volta, suo padre.

“Così rifletto mentre ripenso a quella lettera di mio padre” (che riecheggia, in chiasmo, come un leitmotiv un precedente avvio “Ripenso dunque a quella lettera di mio padre e intanto rifletto”) “e ricordo i suoi racconti , tanto che mi sembra di sentirli ancora dalla sua voce e non sono io che parlo riportando i suoi racconti ma lui stesso in prima persona che parla ancora una volta di sé”.

Laborioso questo passaggio, questa concessione insolita. Ma all’autorità paterna l’io non può opporsi. Quel padre forte e guerriero, in certo senso antitetico rispetto al figlio, come tutti i padri letterari, questa volta è in consonanza con lui in questa tenera e pietosa e religiosa quête. Così bisogna che subentri in prima persona.

I percorsi di Sabino fanno pensare a una lenta e progressiva messa a fuoco dell’immagine cercata. O anche a una matriosca che si apre. O anche a un complesso gioco di specchi in cui anche i sogni hanno la loro parte.

Questa volta scopriamo a poco a poco che tutto il racconto tendeva al momento in cui Micuccio avrebbe dominato la scena. Vi si affaccia per la prima volta quasi annunciato dall’apparizione della “Cupa”, il laghetto, ’o camasso, dove “non esitando a sfidare le ire dei contadini, i giovanotti amavano fare il bagno”. Anche Micuccio in tempi sereni era uno dei giovani che “sotto il sole splendente e il cielo carico di azzurro si avviavano pieni di entusiasmo” per bagnarsi in quelle acque “liberando una gioia fragorosa”. Nella scrittura, insieme analitica e trasfigurante, di Caronia “tutte le cose portano scritto più in là”. La scena idillica è immagine emblematica della pace contrapposta alla cupa insidia della guerra incombente. La parola “cupa” che applico qui istintivamente alla guerra mi fa pensare che anche nella “cupa dell’acqua chiara” si poteva avvertire un ossimoro (l’ossimoro del resto domina in particolare nella scrittura ma prima ancora nella visione del mondo e, direi, nella personalità di Sabino che anche in un capitolo di questo libro denuncia l’impossibilità di credere nella univoca ragione illuministica). Il racconto, come la vita, procede per assurdi contrasti.

Ritroviamo Micuccio soldato nel suo malinconico ritorno a casa per un triste Natale di guerra e lo seguiamo a lungo nel suo accomiatarsi dalle cose amate accarezzate con lo sguardo una per una.

“Con infinito amore i suoi occhi indugiavano a contemplare le cose salde e immobili che avevano popolato la sua infanzia, quei paesaggi spirituali così fermi nella memoria da non far sentire il bisogno di trovarvi rispondenza nella realtà”.

Dopo la sua partenza ci aggiriamo ancora nel paese natale dove “la madre”, coraggiosa e attiva, fa sentire lontana la guerra (“Mia madre amava le fiere e i mercati. ... Ecco la rivedo ferma nel ricordo di quella gioia fuggevole alla fera di San Marco”). Ma l’insidia è in agguato: l’assente ricompare in un ritratto. Per evocarlo riprende la parola direttamente Sabino quasi a eliminare ogni mediazione e ristabilire la sua fratellanza : “Occhi chiari di smeraldo in un volto fresco di adolescente...”. Poi due cartoline dal fronte, che celano gli affetti e le pene personali dietro le formule convenzionali “Ricevi saluti con tutta la famiglia, tuo fratello Domenico Caronia”.

“Come sfogliando un album di famiglia ritornano i ricordi lontani. Ci si sta bene dentro ma bisogna fare attenzione. È una sotterranea malia, lo stesso sentimento che si prova di fronte a certe vecchie foto dove i luoghi non appaiono più che irriconoscibili, defraudati di ogni luce, appiattiti dal corso del tempo, e la loro condanna è la fissità, quella stessa che si legge nei ritratti delle persone amate scomparse, quando richiamiamo altri anni trascorsi nell’attesa di un tempo, che è già ieri, e che sembrava, allora, lontano, sicuro, pieno di una felicità indicibile”.

(Dunque la desiderata stasi può essere solo segno di morte).

Se le ingenue e pudiche formule di saluto possono intenerire, intollerabile nella sua fredda impersonalità è lo sbrigativo annunzio ufficiale della morte del soldato Caronia Domenico di Sabino e della mancata identificazione della salma.

“Ignoto, c’era scritto, ignoto come altri ventunmilatrecentonovanta caduti ignoti!”. Così Sabino dice la sua rivolta di fronte alla tentata cancellazione di quell’identità cara, fraterna e insostituibile e faticosamente cercata, come di ogni umana identità. Sembra che lo sforzo compiuto fin lì per mettere a fuoco e richiamare in vita il fantasma amato sia vanificato dalle istituzioni e dalla storia stessa. Bisognerà non cedere e per ritrovare la sua verità accettare di seguire nella estrema impresa quel mite soldato che non amava la guerra, cercando una sintonia quasi medianica. Ma un primo riscatto, quasi una trasfigurazione sublimante, lo offre l’evocazione di un’altra ombra cara a Sabino, l’insepolto Manfredi. É ormai Sabino a raccontare direttamente il devoto pellegrinaggio compiuto con suo padre tanti anni dopo per ripercorrere i luoghi della via Crucis di Micuccio. (ma forse era già nata dalla pietas umana più che da un puro interesse culturale e storico la singolare conoscenza della guerra mondiale che risulta dal racconto di Sabino).

“Avanti marsch! Unò-ddué, unò-ddué!” Come in un servizio dal fronte con bollettino meteorologico seguiamo giorno dopo giorno l’ultima marcia: le soste, gli spostamenti ma l’effetto di straniamento, come nello splendido finale della Montagna incantata, permane. Anche se il passato diviene presente e le tappe della marcia si sovrappongono e si sostituiscono alle tappe del pio pellegrinaggio (a riportarci all’attualità sono quasi solo, ogni tanto, i cartelli della Lega), come restano lontani e anonimi quei “reparti inquadrati che, salendo da Primolano, marciano in fila indiana”!“Eccoli che si inerpicano per i ripidi sentieri”. Eccoli: riusciamo infatti a vederli, ma Micuccio si confonde tra loro. Per ritrovarlo dobbiamo tornare a qualche apparizione fugace, messa a fuoco dalla fantasia di Sabino nell’osservare la foto: “Osservo quel suo vestito di povero panno grigio e sento che non si manterrà a lungo in quello stato ma è destinato a prendere pieghe che non si potranno più spianare stirando ...”. “Lo vedo in mezzo al fango, all’acqua, sotto la pioggia battente da giorni, confuso [già confuso anche qui, dunque] tra i soldati accosciati che si fasciano i piedi e le gambe con strisce tagliate dalle coperte legandole poi con pezzi di fil di ferro o con spago. Lo vedo accoccolato, avvolto nella sua mantella, con l’elmetto sugli occhi, gli abiti zuppi e incrostati di fango, la lana delle fasce consunta, la mota e la polvere tra i chiodi delle scarpe. Lo vedo e mi passa davanti tutta la mia vita come se stessi per morire”.

Sorprendente e affascinante questa brusca sovrapposizione dell’io. Il recupero sembra qui avvenuto almeno attraverso l’identificazione emotiva.

L’impresa per sottrarre la morte di Micuccio alla tenebra non si compirà neppure in vista dell’Ortigara dove “la grande croce sul prato” farebbe pensare che la meta fosse raggiunta dal pellegrino. Ci resta invece solo l’immagine estrema di “un sacco di stracci in cammino verso il nulla”.

Solo tornando presso il letto del padre morente Sabino può immaginare il momento preciso di quella morte. “Un suono leggero arriva all’orecchio simile a un mormorio di foglie, e sembra il suono di una voce che dice: “Domenico Caronia” era stato “colpito allo stomaco mentre mangiava dalla gavetta col cucchiaio”.

Così aveva riferito il compaesano Corrado Farese. Vero questo riferimento a un testimone?. O solo un compenso della fantasia?

Il suggestivo racconto, dopo tante peripezie narrative, si conclude ciclicamente e pacificamente con un ritorno (le corde di Sabino non sono drammatiche ma elegiache). Col suono di foglie arriva “un odore, un odore di tigli come quello tipico dei paesi del Veneto col campanile e il viale alberato.: Questo profumo compirà il miracolo della pacificazione collegando i paesi della guerra e della morte con la piazza del paese irpino dell’origine, piazza Umberto I già piazza dei Tigli. Non so se è del tutto arbitrario il mio immediato richiamo foscoliano: “E di fiori odorata arbore amica | le ceneri di molli ombre consoli”. Il profumo fa sempre immaginare uno spirituale trascendimento della materia.

Per ricostruire l’universo del nostro autore dobbiamo recuperare il significativo elemento acqua. Finora, a parte il “pianto della fontana” che apre e chiude il primo racconto, a parte l’iniziale, breve epifania del “mare di Ulisse” contemplato da Terracina, l’acqua chiara ci si è offerta solo nella breve apparizione estiva e dionisiaca della Cupa (il segno primario dell’estate, tempo prediletto, opposto al mortuario gelo invernale, esprime il trionfo della vitalità e della gioia solare).

Ma Sabino ha bisogno del mare che nei “fiumi dell’infanzia così carichi di acqua” trova una sorta di prefigurazione: il mare, altro segno forte ed essenziale.

Ritrova mare ed estate nel secondo racconto devotamente raccolto intorno alla cara ombra di Moro e alla sua ultima estate a Terracina.

Amava il mare immenso, il mare senza sponde e senza confini, l’oceano su cui lo sguardo si tende dalle falaises tra il rumore del vento e i gridi assordanti dei gabbiani, ma ancor di più amava l’acqua materna, quel mare antico presso cui un giorno era nato e che si confondeva nel ricordo con il mondo marino prenatale.

In pochi casi l’identificazione è così piena. Ma voglio ricordare un altro affascinante momento in cui la marcata soggettività, con il personale topos del grembo materno, si apre a un respiro cosmico e alla scoperta dell’illusorietà del tempo e dello stesso esistere.

Quand’era ragazzo immaginava che gli astri del firmamento fossero soltanto le faville già sparite di un incendio divampato a lontanissime distanze miriadi di secoli addietro. Che attualmente l’universo fosse un gran buio e noi tutti immersi nel suo grembo. Che noi stessi fossimo le larve delle nostre vere esistenze, già trascorse. Allora pensava alla madre, alla sua lampada accesa, e si sentiva subito rassicurato.

Segno rassicurante, grembo accogliente è il topos dell’isola. Nel mare l’isola. Anche Terracina, “paese della luce”, è posta “in faccia all’isola che la leggenda lega alla memoria di Ponzio Pilato”.

Ma nel terzo capitolo Sabino stesso approderà con la sua compagna alla Maddalena, “isola nell’isola” “isola del vento”: protettiva come una casa, o piuttosto come un alveo materno, nel rapporto con la Sardegna percepita come suggestiva ma inquietante vastità, come lunare desolazione Ma l’io avverte come inquietante e pericoloso anche il graduale farsi strada di “un sentimento di estraneità a quel mondo da cui pure” proviene. Un rifugiarsi nel cuore dell’io che finisce per alienare e smarrire l’identità stessa.

Nell’ultimo straordinario racconto Kafka, che già si era affacciato nella conclusione del primo, vive una gelida notte di guerra. Per poter “fantasticare” con verità sul suo amato Franz e vivere con lui, Sabino ha dovuto compiere una devota lunga ricerca che definiremmo culturale se non sapessimo che in realtà si tratta, anche questa volta, di un pio pellegrinaggio per amore. Qui l’alter ego entra subito in scena. Ma anche lui è fissato nel momento in cui, seduto alla scrivania, “leggeva” una pagina del suo diario e “ricordava”: “Notte della cometa, 17-18 maggio. Sono stato con Blei, sua moglie e suo figlio. A tratti ho udito me stesso come il miagolio di un gattino. Ma meglio di niente”. Ecco il tormentoso senso di inconsistenza dell’io già in una notte del 1910, quando la catastrofe imminente si annunciava solo con un funesto simbolo celeste, la cometa.

Franz ha trovato il suo rifugio, la sua “isola”, nella “minuscola casetta al numero 22 della Alchimistengasse”: “Era bello avere una propria casa e chiudere sul mondo la porta non della camera, non dell’appartamento, ma addirittura della casa, uscire direttamente sulla neve dalla via silenziosa”.

Ma anche lì non può sfuggire al pensiero delle “migliaia di uomini” che “forse in quel preciso momento, in un punto lontanissimo della notte” stavano morendo. L’insolita presa diretta col presente è nel segno della morte; associata, come sempre, al segno del gelo: “una campana di ghiaccio”, un “deserto artico”. Ma, in violento contrasto, si affaccia il ricordo di una “festa d’estate”: è il momento di gioia tripudiante per l’inizio della guerra (“Era il momento della vanterie, delle bande, delle poesie, delle canzoni. L’agosto palpitava e ansimava per le notti d’amore dei giovani ufficiali e delle ragazze che avrebbero lasciato per sempre dietro di sé”). Si tratta però di una vitalità e di una gioia illusorie. Tutto nell’universo di Kafka tende a vanificarsi.

Ma Sabino non vorrebbe chiudere nella desolazione e – come già si è adoperato per il suo Moro – cerca di offrire le consolazioni che la sua complessa natura ben conosce all’amico praghese che viaggiava “in una barca senza timone” “col vento che soffia nelle più basse regioni della morte”. Così ritroviamo Franz capace di godere prima l’incontro con il dottor Knoll, il suo vicino apparso in mezzo al vicolo “con un cartoccio di dolciumi di San Nicolò in attesa dei bambini che lo abitavano”; capace anche di scoprire che “quell’uomo gli era indispensabile” (indispensabile anche per l’autore il rapporto con l’alterità). E, poi, lo vediamo disposto a ritrovare, nell’attesa della prossima festa religiosa, l’abbandono a tenere e luminose memorie infantili. Già risuonano al suo orecchio le parole del salmo: “Tu hai mutato il mio funerale in danza”.

Poi in una notte di luna Franz è sul ponte Carlo. “Osservava e pensava”. “Sentiva che in quella bella notte, solo che lo avesse desiderato, avrebbe potuto alzarsi in volo sopra la ringhiera e girando uscire a nuoto dalla vita, la qual cosa gli appariva facile a causa dell’apparente brevità del percorso”: un volo Chagalliano che si risolve in un naufragio.

Ma, poco prima, si era sentito “come quel tale che sta andando a fondo e, pur sicurissimo di affogare, si aggrappa a tutto, anche a un fuscello di paglia”: “così lui si aggrappava a un pezzo di matita”. Ecco per la prima volta chiamato in causa, solo in un fuggevole accenno il primo grande appiglio, l’estrema consolazione di ogni poeta: la scrittura.
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