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Nella prigione azzurra del sonetto

Di solito, affrontando la lettura di un libro di poesia, sono portata anzitutto a concentrare l’interesse e la percezione sui valori fonici e sul rapporto tra suono e senso, ben sapendo che la stessa percezione auditiva delle parole è influenzata dal senso (cito talvolta il buffo esempio della u di lungo che, a mio parere, l’orecchio percepisce come più lunga della u di fungo). Nel caso della lettura del nostro libro un invito a occuparci subito della scelta metrica proviene dallo stesso titolo: ritroveremo non solo l’endecasillabo, verso connaturato con la tradizione poetica italiana, ma addirittura l’ormai desueto sonetto. L’ossimoro che lo qualifica (“azzurra prigione”) ci avverte che dovremo cercare in profondità le ragioni di questa adozione formale (che potrebbero anche trascendere le iniziali intenzioni dell’autore) e di evitare un immediato sommario giudizio di ritorno al passato. Ad apertura di libro possiamo pensare che il lettore affidi al rigore geometrico, al nitore apollineo del sonetto, adottato per altro secondo un rimario quanto mai rigoroso e chiuso (ABBA ABBA CDE EDC), la funzione di imporre una disciplina pacificante, con l’aiuto di grandi modelli a cominciare da Petrarca, a una materia intemperante e traboccante. E forse tali erano le finalità del poeta. Ma, per quanto mi riguarda, specialmente proseguendo nella lettura, l’impressione si è rivelata molto diversa. In questi testi, a parte l’effetto di chiusura e di incastro, il martellare delle rime, specialmente baciate, mi arriva come un funebre e ossessivo rintocco (come “il battito ossessivo” della sveglia). Del resto l’autore sempre più svelerà le sue insofferenze e le sue fobie. Sempre più dei termini dell’ossimoro si vedrà prevalere “la prigione” sulla promessa di “azzurro”. Si parlerà “di quella geometria che ci divora” nella “scacchiera” del mondo. All’ingannevole Apollo vanamente amato (“l’oscuro Apollo di luce e terrori”) il poeta scoprirà di preferire l’esondante Dioniso più compatibile con una “piena che non sai come arrestare”, con una “diga tracimata | attorcigliata al vuoto fino al mare”.

“Saranno certamente vittoriose | le falangi nel segno dell’ebbrezza | ingannarmi sapranno sulla morte”. Qui l’inganno sembra più benigno della punitiva razionalità “che cerca di sommergere l’istinto”.

Mi accorgo di anticipare molte osservazioni che Apollo vorrebbe collocate in altra sede, in un discorso come questo. Così come il giudizio, generico più che generale, che anticipo per evitare interpretazioni inappropriate delle mie stesse parole. Non ho bisogno di cercare argomenti inediti per sostenere un criterio di valutazione della poesia che è ormai entrato nella coscienza critica moderna: e cioè che la parola poetica, come del resto ogni espressione artistica, non ha sempre bisogno di Apollo perché sa conferire una sorta di armonia anche alla materia più magmatica e conflittuale non rinnegandola ma mimandola sul piano formale. La luce di rivelazione e insieme (per me ma anche per Leopardi) di consolazione che il soffio poetico quando c’è, indimostrabilmente, accende, può, secondo la mia percezione, illuminare anche il lettore di questo importante e magmatico testo poetico dove la stessa ambiguità della scelta formale tradizionalmente apollinea arricchisce l’ossimorico senso.

Un testo che mette in scena una lotta senza tregua, o con rarissimi respiri. Una lotta del protagonista autore (che non ha paura dell’autobiografismo) con avversari diversi e su piani diversi: gli oggetti di una passione amorosa ogni volta estrema e frustrata, ormai nella poesia divenuta memoria ma memoria bruciante se pure talvolta addolcita da momentanee tenerezze; altro idolo polemico il tempo, bellianamente e baroccamente scandito dall’orologio; ma soprattutto “l’Altro”, il presunto artefice metafisico, causa del Grande Inganno. Lo sguardo infatti si spinge oltre gli umala ni orizzonti cercando il difficile o, meglio, impossibile “varco” e l’escursione metafisica non è solo motivata dalla contestazione dell’ atroce legge naturale, ma porta con sé la lancinante e continua domanda su un possibile misterioso Oltre.

Non per niente il libro si apre nel segno della morte che dà il titolo, Meditatio mortis, alla prima sezione ma accompagna tutta l’inquieta ricerca.

È il momento, penso, di seguire nella composizione del libro, sezione per sezione, lo svolgersi dei temi annunciati. Nella prima ci assalgono subito le dure parole della denuncia: tortura, impostura, congiura, paura, paura anche di un giudizio divino associata a un incombente e ineludibile senso di colpa (“Sarai inchiodato dentro il pentimento | nella condanna che conquisterai”). Paura anche del Nulla (talvolta invece desiderato) e dell’oblio che cancella “ogni solco e l’intreccio della vita”, che vanificherà anche “la parola di salvezza” della poesia. “Il libro tuo sarà dimenticato” e questo è l’estremo oltraggio che colpisce l’identità stessa del poeta

“Ho coltivato un’àncora di seta
adulterato il senso del convito
la cronaca che scivola nel mito
il verso e la parola inconsueta”

Per inciso colgo l’occasione per far notare l’abolizione da parte del poeta della punteggiatura, escluso il punto interrogativo, scelta che mi sembra segno di una appena affiorante rivolta all’intransigente modello del sonetto.

Compaiono qui i colori, il bianco e l’azzurro con la loro fredda carica simbolica. Troveremo in seguito il nero, il giallo, il rosso sangue e, solo una volta, il refrigerio del verde. La lamentazione si condensa in forti e tragiche figurazioni simboliche che ci avviano subito a un’interpretazione non realistica dell’opera, anche se talvolta le metafore sembrano nate da un vissuto e contingente stato allucinatorio.

Nella sezione che segue, L’officina della guarigione. Il viaggio, il titolo ottimistico si rivela presto ironico: “A mezzanotte l’ospedale chiude”. Questo l’esordio. La metafora dell’officina, che torna nel secondo sonetto, allude alla disumanità dell’ospedale. Ma il senso di invalicabile chiusura si estende oltre l’occasione. Domina il senso di impotenza di fronte a minacce rappresentate da simboli spesso corrispondenti a sensazioni negative (l’immaginazione è a stretto contatto con la sensorialità come anche, in direzione opposta ma quasi sempre attraverso corpose metafore, con l’astrazione metafisica). Segni ricorrenti di chiusura su un piano quasi tattile sono l’attorcigliarsi, il raggrumarsi, il rapprendersi (del pensiero stesso) in un grumo restio a disciogliersi, lo scivolare in un imbuto che risucchia nel vuoto. Prevalentemente negativa è la connotazione del circolo.

La percezione della corsa appare
un piatto scivolare nell’imbuto
chissà se l’individuo è già caduto
in una grigia massa circolare.

Anche il cielo è qui chiuso:
Nel cielo angusto della mia fortuna
un cielo fosco e chiuso senza stelle.

Il viaggio è in realtà, come per l’Arsenio montaliano, un “immobile delirio” Se Arsenio nel suo “immoto andare” è impedito dal “viluppo delle alghe”, il nostro viandante cerca invano di muoversi nel fango, soffocato dal “bitume”, dalla “pece”, dal catrame (anche “la preghiera | si spegne nella bocca incatramata”). L’irraggiungibile meta è per i due personaggi la stessa.

La terza sezione, Politeismo del dio unico, apre dichiaratamente le porte al problema metafisico:

La mente si accanisce ad indagare
dentro la dissolvenza delle cose
astratte in apparenza o nebulose
che guidano dovunque il nostro andare

La dimensione religiosa appare necessariamente connessa all’ ascetismo (“Un’infula circonda la mia testa | il mio corpo Signore è annichilato”); un ascetismo amaro ma talvolta quasi accettato per meglio disporsi alla grande domanda. Domanda che non avrà risposta:

Lo chiamo all’occidente e non mi ode
la ricerca all’oriente è già finita
al nord e al sud lo chiamo con terrore.

Terrore dunque di quella “mano atroce” da cui è fuggito “quest’osceno ventricolo del male”, di quel potere a cui “ci abbandoniamo” per nostra rovina.

Metafisica negativa e tuttavia metafisica. E nella ossimorica poesia, a differenza della univoca filosofia, anche quando il superamento del “varco” è ritenuto impossibile, se questa carenza (come del resto anche per Montale) è sofferta, connota profondamente il messaggio e addirittura lo impronta.

Un respiro contemplativo sembra promettere il Locus amoenus che è poi il rifugio campestre scelto come dimora dal poeta per trovare un contatto rigenerante con la natura. Anche qui arriva però “il male di vivere”.

C’è un baudelairiano albatro con l’ala spezzata che fugge dalla crudeltà umana consacrandosi “alla morte dolcemente”. C’è un gabbiano ferito e sofferente, c’è la visita mattutina di un pettirosso anche lui segnato dallo sgomento (il rosso presto svela la sua connotazione sanguigna) ma capace, come il poeta, di cercare la consolazione del canto: “e gli occhi gli sorridono felici”. “Le balene d’agosto passeranno” attese dalle fiocine di “spietati esecutori di una festa” di sangue. Anche le piante soffrono. Come l’ulivo morto per l’incuria del poeta. Ma l’agave che sembrava morta per il gelo invernale “d’estate all’improvviso è rispuntata”.

Il tono di questa sezione sfuma nell’elegia, in un pathos sempre ben controllato. Il luogo ameno sembra concedere una consolazione simile alla dolcezza della pietas.

È un giardino incantato di collina
incalzato dal vento di ponente
aperto sulla valle contro il cielo

Qui – dice il poeta mettendo momentaneamente da parte l’ansia di trascendenza – si potrebbe anche riposare nell’abbraccio della natura.

Non durano queste pause elegiache. Nelle sezioni seguenti (di cui, nonostante la loro importanza, mi limiterò a indicare le singole peculiarità sorvolando sui caratteri e sui temi ormai noti) torna l’incessante tormento.

Nel tuo aggrovigliato labirinto denuncia fin dal titolo il dramma della ricerca. Qui prevale l’ossessivo labirintico indagare per una conoscenza totale e si risale alle origini siciliane del poeta quasi a riconoscere una vocazione, per seguire poi altre tappe della sua esperienza culturale che comprende anche viaggi in luoghi lontani. Questo assillo non occupa solo la mente ma investe la stessa corporeità Sappiamo già che è una battaglia perduta ma per me, e forse per chi conosce non superficialmente l’opera di questo poeta e l’intensità operosa di un’ esistenza sempre animata da passioni estreme e capace di filtrarle nella parola rivelatrice, rifiutando la banalità minimale, non è certo perduta la battaglia per la realizzazione del Sé.

Il filtro poetico è quasi sempre operante anche nell’ultima raccolta, Meditatio erotikè, dove emerge in primo piano l’eros furente e sempre bruciante anche se ormai trasferito nella memoria, una memoria capace di avvicinare tanto l’oggetto che. la “meditazione”si cala, come mai prima, nella cronaca, accompagnando il lettore quasi a diretto contatto con una intima esperienza carnale narrata in fine anche nel suo decadere con l’inaridirsi degli stessi umori vitali.

Quasi a sorpresa, in una litania metamorfica incontriamo nell’ultimo testo una sorta di inno alla luce in cui l’ossimoro si fa qui quasi vertiginoso.

Questo finale ci lascia in un suggestivo stato di sospensione.

Recensione
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