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Pulizia (o del percezionismo)

Prima di parlare del testo desidero far parlare il testo. L’incipit del primo capitolo di questo libro mi offre importanti spunti per arrivare al cuore del libro e al cuore dell’autore – dovrei aggiungere al cervello o meglio al suo lobo sinistro perché la mente raziocinante è fervidamente operante nella scrittura di Alberto Caramella. Ci aiuterà anche, questa lettura, a capire il titolo misterioso del libro e il suo sottotitolo.

Segnalo subito che ogni singolo libro di questo autore, pur nel suo taglio particolare ha in sé una chiave per prendere contatto con l’intero universo che si esprime nell’opera omnia, il cosiddetto macrotesto, e a sua volta prende luce dal macrotesto. Questo vale per tutti gli scrittori che hanno un loro universo poetico coerente e personale ma in Caramella la coerenza, la coesione del suo universo si impone quasi con prepotenza coesistendo con il suo interno straordinario dinamismo tanto che ogni nuova opera che definiamo provvisoriamente “in prosa” si avvale di richiami espliciti ad opere precedenti e accoglie in sé parti, specialmente in versi, di queste opere (in questa soprattutto delle prime tre raccolte (Mille scuse per esistere, I viaggi del Nautilus, e Lunares Murales). Forse bisogna avvertire subito il lettore che nelle opere di Caramella tra la prosa e il verso non esiste, a detta dello stesso autore, una sostanziale distinzione tanto che talvolta lo scrittore riporta i versi (righe li chiama lui) allineandoli uno dopo l’altro in quella che sembra oratio soluta: potrebbe sembrare un “rompete le righe”! Ma l’orecchio coglie la maggiore regolarità ritmica di queste parti nonostante l’allineamento e, cosa importante per uno scrittore, sempre il ritmo è per Caramella valore sostanziale (ammesso che lui accetti questa impegnativa definizione) e non semplicemente formale della scrittura. Lo noteremo subito dalla prima lettura: La posta del mattino arriva col caffè.

Penso che, come prevedevo, ci siamo tutti abbandonati fin dalle prime parole (fin dal doppio settenario del titolo e dal suo significato) a quell’avanzare ritmico, e tranquillo, e allegro delle parole che annunciano l’inizio di una giornata ( metafora forse dell’inizio della vita?), inizio particolarmente confortevole. La domesticità rassicurante delle abitudini si concilia col refrigerio del senso di novità e perciò di purezza (di “pulizia” potremmo dire richiamando il titolo). Avevamo già percepito forse un tono vagamente ironico – autoironico – specialmente nell’allusione ai “gruppi bene orchestrati da fitte schiere di famigli servizievoli, amichevoli silenziosi”, ma quella atmosfera da operetta si dimentica quando l’occhio si rivolge alla luce: “e più e più la luce del giorno che cresce via via e si distende come un tappeto...Lo sguardo circola fiduciosamente”: un momento lirico.

Ma l’insidia è in agguato: “Le zone del cervello [ecco il cervello di cui vi parlavo] deputate a inventare la luce, tradotta in luce, per noi, dalla sua incerta verità (che in sé riposa e si nasconde) sono della stessa estensione...”: il discorso si è fatto all’improvviso affannoso, incalzante. dice che la luce è solo creazione del cervello. La conoscenza è frutto della percezione che crea le immagini, immagini illusorie dunque, una realtà solo virtuale.

“Esse est percipi” diceva qualcuno: ma se l’essere sta tutto nell’esser percepito non è neppure “essere”, neppure con la minuscola. Questo si accanirà a ripetere in vertiginose esplorazioni del pensiero il nostro autore. Impegnato a smascherare ogni convinzione umana. Non ci lascia in pace. Non lo fa per malignità – anche se qualche punta maligna si avverte nel discorso e gli dà sapore. È assetato di verità e il primo a soffrire di questa umana impossibilità è lui stesso. Il primo a soffrire dell’impossibilità anche, e soprattutto, di credersi eterno. Anche se in questo primo capitolo sembra volersi liberare almeno per un momento dalle “forme spigolose” della logica corrosiva che porta a “conclusioni che amareggiano”, che “inquinano” (dunque la stessa desiderata “pulizia” le esclude). “Basti ora l’onda della luce” .

Ma nei versi che seguono riemerge la realtà che turba e, inquinata, inquina. Fin dalla prima amara evidenza: “Noi siamo i fratelli feroci” (il pensiero va ai Serpenti della lettura precedente). Ci immergiamo “nell’acqua sporca storica” e ci aggredisce, anche attraverso l’asprezza dei suoni, la prevaricazione della tecnica vista come animale mostruoso (“lunghe orecchie”, “naso”, “zanne”), la sacrilega crudeltà omicida di “un lumino di cera e di esplosivo” esposto da un mostro umano (ricorderete “Una bomber”). La stessa scrittura non è qui una tentata via di salvezza ma un “imbrattare la carta” che “dà senso di potere | di sconciare” (leggeremo più in là: “Leggi, strappa getta... fai ordine, pulizia sul tavolino” ma leggeremo anche affermazioni di senso opposto). Da un mondo così fatto non si esce se non con l’annullamento della morte. Bella consolazione! Dove sono finite le nostre attese? Quella che doveva essere una pausa contemplativa non si è liberata dal rovello della riflessione alimentata dalla percezione. La percezione, abbiamo visto, non ha convalide oggettive e la riflessione che sulla percezione si fonda è un percorso a vuoto, un serpente che si morde la coda (ecco di nuovo il serpente che sta di casa nel mondo di Caramella anche in senso letterale: Ha nell’atrio una pelle di serpente), un percorso a vuoto, dicevo, che può dimostrare solo la propria vacuità. Tanto più quanto più si protrae vertiginosamente e ossessivamente all’infinito attraverso continui rovesciamenti, continue smentite che propongono una verità ambivalente, anzi polivalente. Eppure, dice l’autore , “nonostante l’impossibilità di rendere coesa o almeno coerente la personalità la soggettività la razionalità” “certo bisognerà dar credito alla facoltà nostra razionale che nessuno può dimostrare ‘vera’ ”. E rivendica orgogliosamente la sua libertà, la sua eroica autonomia rispetto alle verità da accettare per fede, anzitutto la fede in una sopravvivenza oltre la morte del corpo..

Adelia Noferi, nella su magistrale prefazione concentrata sull’ intricato nodo concettuale del testo, riconduce l’argomentare di Caramella all’entimema aristotelico, un sillogismo che parte da “premesse non del tutto certe” come un luogo comune indimostrato o una parola, un nome dal significato ambiguo. Questo ultimo è il caso più frequente per il nostro autore che ama giocare sulle parole sconcertato e divertito dalla mobilità del loro significato. Spesso avvia il suo discorso proprio partendo da un nome comune talvolta misteriosamente assunto a titolo del capitolo ( giudizio, per esempio che, al di là dell’accezione giuridica che si addice a un giurista come lui, si presenta sventagliando accezioni diverse), o da un nome proprio (Edgard, per esempio, il nome di Poe che in sé non diceva proprio nulla della persona che lo portava o i tre nomi e cognomi che si attribuisce cercando di renderli rappresentativi della sua multipla personalità). Come potrebbe un poeta, specialmente un poeta moderno, non avere un interesse fondamentale anche riflesso e critico per i nomi, per le parole, per il linguaggio?

Sul carattere ludico della ricerca di Caramella si è soffermata anche in altri interventi la prefatrice che riporta come particolarmente significativo questo passo di Pulizia: “Come può proseguire la vita? Non c’è fatica che tenga. Non potrà in nessun caso proseguire.[...] E allora che si va cercando? Giochiamo dunque in santa pace [...] senza pretendere troppo[...]Arrivati in fondo contentiamoci di aver giocato […] Amici cari contentiamoci! Va tutto bene. Va bene così [Pirandello non è lontano]. Bisogna ingannarci, ucciderci e tormentarci tra noi finché siamo vivi”. Ecco il veleno nella coda: in questo invito alla pazienza di un personaggio che, come molti sapranno, con la sua energia riflessiva e operativa lotta per spingersi oltre ogni limite forzando la stessa natura. Adelia Noferi segnala, subito dopo, il procedere per successive smentite di questo discorso. L’inchiesta che si svolge in questo libro come in tutta l’opera di Caramella è, ormai lo sappiamo, un’inchiesta totalizzante condotta attraverso una continua oscillazione delle ipotesi tanto che l’ossimoro si direbbe l’unica chiave di interpretazione di questo universo. Ma mentre constatiamo questa evidenza addirittura estrema ci troviamo a dover riconoscere, coinvolti anche noi nell’ossimoro permanente, che l’accento del discorso di Caramella, pur tra i continui rovesciamenti, batte con particolare insistenza sulla prospettiva che non concede spazio conoscitivo al di fuori della, pure incerta, percezione e della malferma ragione. Tanto che la sua ricerca può definirsi entro i limiti dell’epistemologia più che della gnoseologia filosofica. Questa poco amena prospettiva è affrontata però con una sfida eroica che conferisce all’Io una statura che contraddice l’irrilevante finitezza umana. Così nel momento stesso in cui assume una visione del mondo che lo porta a negare ogni valore umano nell’appiattimento dell’uomo al grado zero della implacabile legge di natura e a proporre se mai per certi aspetti una superiorità degli animali rispetto alla razza umana, pretende, come il poeta della Ginestra, un riconoscimento di valore per la sua strenua libertà, per quel coraggio che altrove, in un altro capitolo, lo porterà, attraverso un suo alter ego ambientato nella Roma antica, ad accusare la Legge che contrasta con l’equità (parla dunque in questi casi un’irrinunciabile esigenza etica). E muovendosi nell’ambito dell’arte, della poesia può nutrire la scrittura oltre che del vitale ossimoro anche della vibrante partecipazione del sentimento, della fantasia, della libertà di attingere alle esperienze dirette e indirette più varie e ai più vari livelli. Valgono dunque anche per questo libro le osservazioni che Maurizio Cucchi ha riferito, nella sua bella prefazione, a Festa di vivere. I mostri del moto: un libro concepito “nel segno di un’assoluta libertà che oltrepassa i generi”, un libro in cui alla “consapevolezza dell’orrore e del senso del finito” si contrappone “la tenace adesione all’esistere che è tra i meriti morali prima ancora che estetici”. Questo ci conforta e ci autorizza a non seguire ulteriormente almeno in questa chiacchierata l’inesauribile argomentazione razionale e a cercare consolazioni in questa dimensione di libertà. Forse potremo a questo punto passare dal sottotitolo (Del percezionismo), che sembra ormai sia pure approssimativamente spiegato, al titolo positivamente promettente Pulizia. Ci troveremo di fronte anche qui a un ventaglio di accezioni.

Accantoniamo la più funebre, emersa nel discorso precedente: pulizia come annullamento. E forse solo passando sul versante positivo potremo chiamare in causa, nel discorso, la nozione di “mito” su cui il programma della serata ci invita a intervenire. A parte la presenza di riferimenti a figure della mitologia classica qua e là nell’opera di Caramella, la parola “mito” può risultare pertinente specialmente se intesa nella sua valenza etimologica di parabola, di racconto esemplare. Questo è apparso chiaro. Ma mitico può definirsi soprattutto ogni momento in cui l’autore si concede di contemplare quei valori che –all’insegna della “pulizia”, costituiscono i suoi miti personali in quanto sentiti sempre come sospesi tra sogno e realtà. Troviamo anzitutto, in opposizione alla “sporca storia”, un vagheggiamento, sempre al limite dello smacco, di un vago stato di natura – anche se la natura non si adegua affatto ai nostri ideali etici ma persegue un percorso creativo ispirato da una intrinseca razionalità che prevede la lotta per la vita nella forma dello scontro di individuali tendenze espansive. Ma allora, dico io, sarà prevista da questa legge di natura anche quell’espansione della tecnica che al poeta sembra mostruosa. Perché scandalizzarsi tanto? Ma il poeta ha diritto di esprimere odio e amore come gli pare e anche di esprimere nello stesso mo mento amore odio e indifferenza per lo stesso oggetto. Al filosofo, diceva Croce, si addice solo una superiore indifferenza. Un dubbio sulla fondatezza di questo mito naturalistico si affaccia curiosamente nello stesso scrittore a proposito della distinzione tra un caminetto moderno “falso” e un caminetto “vero”. “Perché ‘vero’? – si domanda – Solo perché una volta il fuoco si faceva così?”.

Troveremo tante bellissime pagine di contemplazione di animali, contemplazione sempre accompagnata dalla riflessione ma in chiave di affettuosa e ammirata simpatia. Quante interessanti individualità canine o gattesche. C’è anche una “gallina sapiente” mal ricompensata dagli ingrati padroni umani. Anche il mondo contadino si affaccia qui e altrove per lo più evocato dalla memoria con connotati di purezza e autenticità (in fondo la parola pulizia sostituisce in chiave di antilirica modernità e originalità la letteraria “purezza” e la filosofica “autenticità). Ma in questo versante più luminoso anche la scrittura creativa e poetica si riscatta e ha diritto di desiderarsi e di sentirsi immortale, capace di tendere a un cielo luminoso ed eterno. Anzi tra i vari miti si rivela il più tenace e resistente. Senza questa tensione Alberto Caramella non scriverebbe un rigo né costruirebbe mattone su mattone opere che tendono a durata. La sua pazienza non nasce da rassegnazione ma dall’impegno per realizzare alti progetti.
Recensione
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