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Liceali. L’insegnante va a scuola

Lo scrittore Sandro Gros-Pietro, nella prefazione al libro «Liceali – L’insegnante va a scuola», fa osservare che, se oggi si parla di giovani, non si può fare a meno di parlare del Sessantotto e, cioè, di quel periodo storico che inizia dall’anno 1968. Chi, come me, in quell’anno frequentava l’università, ricorderà le Facoltà chiuse, i professori per strada, gli studenti asserragliati nelle aule. Scene simili a quelle che la Luzzio descrive nel racconto «Occupazione». Ricorderà pure un movimento studentesco che contestava l’autoritarismo dei professori e dei genitori con l’obiettivo di sostituire il principio di autorità con la libertà, la partecipazione, l’uguaglianza. Il Sessantotto ebbe meriti e demeriti. Un merito fu quello di avere posto sotto i riflettori questioni come il pacifismo, l’antirazzismo, i diritti delle donne, il rispetto dell’ambiente. Il Sessantotto diede tuttavia origine ad anomalie come gli esami di gruppo o le lauree facili, poi risultate inutili ai fini dell’ingresso nel mondo del lavoro. Sul piano familiare furono scardinati alcuni criteri educativi che avevano guidato le generazioni precedenti. Sul piano dei costumi si aprì la porta all’amore libero e all’uso delle droghe. Negli anni ’70, con l’avvento delle Brigate Rosse, la contestazione degenerò in terrorismo e si tentò di capovolgere con la violenza l’assetto politico del nostro Paese. Del terrorismo rimasero vittima politici, uomini dello Stato, docenti universitari, giornalisti. Poi lo Stato intervenne con la dovuta severità, grazie anche al lavoro del generale Dalla Chiesa, e il terrorismo ebbe fine. Nel frattempo giungevano gli anni Ottanta. Ho voluto richiamare quel tragico periodo, i cosiddetti anni di piombo, perché da esso discende una miscela di «violenza, sesso e droga» sconosciuta prima del Sessantotto ma che, negli ultimi trent’anni, ha segnato il comportamento di tanti giovani. Ho detto di tanti e non di tutti i giovani. Infatti questi problemi riguardano una certa percentuale di giovani e non la loro totalità. Ai temi componenti quella terna infernale fanno riferimento alcuni racconti del libro «Liceali».

Al tema della violenza è ispirato il racconto «Consiglio di classe». Un Preside è chiamato a giudicare tre giovani studenti per un episodio di bullismo. I tre giovani hanno pestato a sangue Mario, un loro compagno di classe, perché «guardava tutti dall’alto in basso - scrive la Luzzio - e quando c’è un compito in classe, non passa niente, niente!». Il ragazzo è ricoverato in ospedale. Il padre chiede al Preside di intervenire. Il Preside riunisce il Consiglio di classe. Nel corso della discussione una professoressa cerca di giustificare gli aggressori: «molti ragazzi dietro il bullismo nascondono un senso di disagio che si manifesta in modo violento». Il Preside respinge il tentativo di difesa. Ecco: il punto centrale del racconto sta proprio qui. Quel Preside pone in essere una regola: la violenza non ha giustificazioni di sorta. Ora, io penso che gli adulti, in specie quando rivestono ruoli educativi come genitori o insegnanti, hanno il dovere di indicare ai giovani quali sono le regole, anche se poi saranno gli stessi giovani a decidere se rispettarle o meno. La saggezza dell’educatore consiste nel saper distinguere fra regole effimere e regole destinate a durare. Su queste ultime bisogna insistere affinché i giovani le rispettino. Nel nostro caso, il divieto di fare male agli altri (il neminem ledere del diritto romano) è una regola che esiste da sempre. Fa bene dunque quel Preside a punire i tre bulli con una lunga sospensione dalle lezioni. Che poi la punizione si concretizzi in un’imprevista vacanza, come ironicamente fa notare l’autrice, può lasciare perplesso qualche lettore, ma è la logica conseguenza dell’umanità di un padre che preferisce affidarsi al giudizio della Scuola piuttosto che sporgere denuncia ai Carabinieri.

Al tema di una fraintesa libertà sessuale sono ispirati i racconti «Amore impossibile», «Buttiamocela», «Mi vendo». In quest’ultimo Giulia, una bella e narcisista ragazza di 17 anni, decide di sfruttare il proprio corpo per guadagnare un po’ di soldi. Così facendo Giulia, in nome di una libertà deprivata di quelli che una volta si chiamavano scrupoli di coscienza, imbocca una strada senza ritorno. Infatti Giulia inizia a scattare foto di sé stessa svestita, servendosi del suo cellulare.

Poi mette quelle foto su Internet e le manda agli amici come fossero una reclame. Infine vende il proprio corpo, scendendo a livelli sempre più bassi. In questo racconto il miraggio del facile guadagno si coniuga con la relativizzazione dei valori morali.

Nel racconto si legge di un’assenza di dialogo di Giulia col padre, «un muratore che non tollera contraddittorio». Si legge anche di una madre che svolge lavori umili affinché Giulia possa continuare a studiare. C’è da pensare che nessuno dei due genitori abbia avuto il tempo e il modo di spiegare alla figlia che la vita non è una corsa ad anticipare tutto. Oggi sono molti i giovani che tendono a raggiungere presto la piena libertà sessuale, a guadagnare presto e con poco sforzo, a realizzare presto i loro sogni. E sono quei «presto» a portare tanti ragazzi fuori strada... Da parte mia, non posso sottacere della fortuna di essere stato giovane in un tempo in cui certi valori non erano demodè. Mi riferisco al pudore e al rispetto dell’intimità; valori che, negli ultimi decenni, sono andati in soffitta a causa di un relativismo pseudo-razionalista che può indurre ragazze minorenni come Giulia a cadere nel baratro della prostituzione. Attenzione: non sto dicendo che, prima, casi del genere non accadevano. Sto cercando di dire, invece, che casi come questi possono diventare la «normalità» quando la società si convince che, ad esempio, l’abuso di superalcoolici o l’abitudine a fumare spinelli o il sesso fatto senza pensarci troppo sono comportamenti che rientrano nella libertà dell’individuo. Ma, io penso, libertà non significa fare ciò che si vuole. Essere liberi - sosteneva Erich Fromm, psicanalista e sociologo tedesco - significa essere responsabili. Essere responsabili significa saper rispondere delle proprie azioni. Da ciò nasce la necessità di disporre di un sistema di valori mediante il quale discernere ciò che è «bene» da ciò che è «male». I problemi nascono quando gli individui cominciano a considerare i valori come se fossero scatole vuote da riempire di contenuti diversi a seconda delle mode, dei tempi o delle occasioni; i problemi nascono cioè quando i valori diventano «relativi». È, questa, un’altra riflessione innescata dai racconti della Luzzio che potrei approfondire, se non dovessi parlare dell’ultimo tema di quella terna «violenza, sesso, droga».

Il tema della droga è richiamato in tutta la sua drammaticità nei racconti «Il branco» e «Dipendenza». Quest’ultimo racconto parla di Marco, un ragazzo al quale la madre continua a dare soldi senza capire che il denaro serve al figlio per comprarsi la droga. Non rivelo la tragica fine del racconto per non togliervi il piacere della lettura. Mi limiterò, anche qui, ad alcune considerazioni. Le droghe, non lo si può negare, sono sempre esistite e il loro uso affonda nella notte dei tempi. L’oppio, la morfina, la cocaina, l’hascisc, la marijuana, l’eroina … Il fatto è che, da oltre 50 anni, la criminalità organizzata di tutto il mondo continua a lucrare immense fortune dallo smercio di questi prodotti. Da troppi anni, a causa della droga, si combattono guerre, si ammazzano magistrati, migliaia di giovani ci lasciano la pelle. La politica oscilla fra posizioni di intransigenza e posizioni di tolleranza. La giustizia si arrovella su questioni come traffico di lieve entità, dose massima consentita, attenuanti speciali. Le Forze dell’ordine si demotivano se pensano che, al primo decreto svuota-carceri, gli spacciatori usciranno di galera e si dovrà ricominciare.

Insomma: lo Stato arranca nella lotta contro una criminalità sempre più ricca, potente e organizzata. In parallelo, i media parlano ogni giorno di giovani morti per la droga o che delinquono per procurarsela. E la società se ne sta facendo una ragione, come se quelle migliaia di giovani morti per droga fossero il prezzo da pagare al business di certi potentati o all’indifferenza dei più. L’eroina degli anni Settanta faceva paura perché si rischiava di morire per overdose.

Oggi ci sono droghe meno letali ma non per questo meno pericolose, anche perché queste droghe si possono comprare su Internet o nel pub sotto casa. Mi chiedo: perché molti giovani continuano a cadere in questa trappola devastante? Non hanno interessi in altre direzioni? Hanno difficoltà ad accettare la fatica a cui li mette davanti l’esistenza? Si tratta di una mera ricerca del piacere?

Non lo so! Ciò che so è che la nefasta miscela di «violenza, sesso e droga» continua a trovare terreno fertile in una società che affonda, ogni giorno di più, nella palude dell’egoismo e dell’indifferenza verso il prossimo. Per questo i racconti della Luzzio rivestono un’alta valenza educativa: perché interpellano il lettore sulle conseguenze che un vuoto di regole e di valori può avere sui giovani; i quali sono i soggetti più esposti agli errori e sono coloro che ne pagano il prezzo più alto.

A questo punto vorrei chiudere con i ragionamenti amari per dire che, nei racconti della Luzzio, non tutti i personaggi sono «eroi negativi». Ci sono altri racconti in cui si parla di liceali responsabili; liceali motivati a impegnarsi per conquistare un ruolo nella società; liceali che studiano per compensare i genitori dei sacrifici sostenuti per mantenerli agli studi; liceali che, ascoltando un episodio di guerra narrato dalla loro insegnante, ne traggono la speranza di poter costruire un mondo migliore. Insomma: nel caleidoscopio di personaggi che popolano i racconti della Luzzio, gli «eroi negativi» sono in minoranza! E, per fortuna, è questo ciò che accade nella vita reale.

Nelle 31 poesie che seguono ai racconti, il ragionamento e la riflessione tipici della prosa lasciano il campo al sentimento e alla fantasia propri del genere poetico. Unico è, però, il filo conduttore che lega la poesia alla prosa della Luzzio: la sofferenza di una docente che sta lasciando il lavoro per mettersi in pensione. Nel libro c’è infatti il cuore della Luzzio che batte di nostalgia nel ripensare a quegli studenti che l’hanno seguita, ai quali ella ha donato il suo sapere, con i quali ha instaurato un legame protettivo, quasi materno; c’è il ricordo dei successi, delle difficoltà, delle emozioni, delle ansie di una vita dedicata all’insegnamento che si trasfigurano in racconti vivi e coinvolgenti o in belle poesie liriche. Per questo il libro mi ha fatto pensare a un album fotografico da sfogliare quando si vogliano ricordare quegli allievi attraverso le loro storie, i loro problemi, le loro vittorie, le loro sconfitte. «Liceali» è un libro, frutto di intelligenza e di esperienza, che pone domande e che fornisce risposte. È un libro che mette in risalto la capacità di sintesi e la sapienza narrativa dell’autrice. È un libro da cui traspare in filigrana un attento studio psico-sociologico di un «piccolo mondo moderno» - per parafrasare Fogazzaro - in cui i protagonisti sono i giovani con le loro famiglie, i loro amici, i loro stessi insegnanti. È un libro che può aiutare i giovani a crescere, mettendoli in guardia contro i rischi della vita; ma è anche un libro che può aiutare i genitori a comprendere meglio i problemi dei loro figli. È un libro, insomma, che, parlando di giovani, parla sia ai giovani sia agli adulti.

Recensione
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