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Figure della mente

Silloge densa, inconsueta, nuova sia contenutisticamente che formalmente. Una stretta connessione fra dire e sentire. Un prodromico inizio che va controcorrente e fa da antiporta a un modo di far poesia diverso; soprattutto nella prima parte, dato che poi Rossi ricupera la voce di un poièin più vicino alla nostra tradizione letteraria. Il poeta, stravolgendo la consuetudine, dove per concretizzare pathos e abbrivi, di solito, si ricorre a colline verdeggianti, soli decadenti, o marine inesplorate, traduce figure geometriche in vere rappresentazioni della sua intima vicenda, di quella umana: la sfera, il cubo, la tangente, il triangolo…:

(…)
Non bastano squadre e goniometri
per alleviare l’angoscia del pensiero
che non può spaziare libero
e sentir venir meno
il proprio fine
(Triangolo),

Sta qui uno dei punti cardine della sua poetica: un pensiero che chiede di fuggire, di smarcarsi dalle ristrettezze del quotidiano; un pensiero che è nato per tornare all’origine misteriosa, a una lontananza a cui sentiamo il bisogno di avvicinarci il più possibile, seppur coscienti delle nostre precarietà. E la poesia è proprio quella parte di noi che tende a volare in alto, a decollare da una realtà che ci vincola; prende inizio da ragnatele impigliate negli steli, cerca suoni e fonemi, lemmi e sillabe, accorgimenti d’intensità epigrammatica, per farne una scala verso spazi smisurati, che tanto sanno di soprannaturale, di ultraumano. È così che Rossi si esprime, affidando tutto se stesso a simboli, a realtà fenomeniche, non solo geometriche, dacché sente forte il bisogno di vedersi rappresentato in corpi e volumi concreti: una ricerca verbale e significante di profonda verticalità analitica. Un procedere complesso e articolato, in cui il verso, con la sua ondivaga stesura, è vòlto a dare consistenza alla generosità emotiva del Poeta. Una versificazione che, alternando misure brevi a ipermetriche, cerca di dare colore al variare di urgenti input emotivi e che, con l’uso di endecasillabi ben strutturati, raggiunge punte di notevole espressività euritmica. E la vita c’è tutta in questi versi; c’è con la sua polimorfica natura: esistere, aspirare ad un porto, memorare, raffrontare, fuggire; c’è con un’inquieta saudade, con un odisseico nostos, con un odeporico slancio verso orizzonti indeterminati.

Sì, è qui la pluralità di questo testo. Una pluralità che convince per la tenuta di impatti che potrebbero facilmente esondare, ma che, al contrario, sono arginati da un prosodico e fermo connubio fra metaforicità e figure semantico-allusive; segno di assidua frequentazione letteraria. Il titolo Figure della mente, diviso in tre sezioni, si distende su un climax di intenzioni e freschezze crescenti. Dopo la perlustrazione di una ricerca analitica, si dà campo ad un procedere più vicino a cospirazioni di stampo lirico. D’altronde la poesia è sentimento, è emozione più che ragione e calcolo. E si fa tale quando le architetture emozionali scuotono il nostro esser-ci. Semmai la ragione tende a controllare e a frenare la corsa impazzita di un cavallo che, sciolto e libero, corre nell’azzurro senza alcun freno. E si fanno avanti il memoriale che ripesca ambienti, figure e immagini di grande valenza evocativa, tornate con forza a dirci della loro esistenza e di quanto si facciano alcova rigenerante per le nostre deficienze esistenziali:

Portavano rose nei canestri
incantate fanciulle dell’aria -
erano rose di rosso vermiglio
su flessibili giunchi addormentate
(…)
Occhi vivi di innocenti malizie

tra profumi di rosso vermiglio
brillavano di luci iridescenti

Azzurri barbagli di illusioni

È da lì che nasce lo sprone al viaggio; a ammainare le vele verso porti di difficile approdo; di improbabile ancoraggio per un essere abbarbicato alla terra; per un uomo che sente profondamente questo suo malessere di impossibile soluzione. Una dualità che è a capo del nostro essere umani: piedi a terra e anima al cielo. E forse è proprio la natura, quella maiuscola, quella plurale; la natura attenta e partecipe delle nostre evoluzioni interiori, a farsi avanti con tutto il suo magnetismo. È essa che, con guizzi di ampia visività, riesce a farci leggere l’altra parte di un noi che faticosamente cerchiamo e che spesso scopriamo leggendo i nostri versi. D’altronde la vita è anche sogno ed il sogno ne fa parte con tutto il suo potere immaginifico. Sembra che completi con i suoi slarghi quella parte della quotidianità folta di inattuazioni e sottrazioni. Dato che essere coscienti del nostro esistere significa esserlo anche del tempo che fugge inderogabile e improrogabile:

Il lento scorrere vitale
tempo di illusioni decadute
affonda nell’umido dell’erba
del bianco cimitero di campagna
(Sorgente).

Uno scorrere che denuncia la nostra pochezza di fronte a un tutto che giganteggia sopra e sotto i nostri occhi; che addita un bianco cimitero, un leopardiano limen, un redde rationem di difficile comprensione; un pascaliano “… milieu entre rien et tout” simboleggiato in un fiore reciso dalla falce del tempo:

(…)
La falce del tempo
recide ad ogni ora –
effimera presenza
quel fiore
(Sfiorire).

Ed è questa inquietudine, questo substrato di dolce malinconia di fronte alla realtà che ci circonda, di fronte all’immenso che ci sovrasta, a fare di questi versi una parènetica voce oraziana; un’esortazione a viverla questa irripetibile esperienza; a viverla intensamente: Ed il Poeta sembra dia tutto se stesso al canto affidandogli il compito di tramandare il sacrosanto bagaglio delle sue memorie. Questo unico, breve, immenso momento:

(…)
Miracoloso evento si rinnova
nel brillar d’occhi e nel sorriso
di ragazze luminose nell’attesa
del fremito che genera la vita,

dove l’incipit e l’explicit di fluidità endecasillaba si compenetrano con uno stato di grazia emotivo per dare voce alla Poesia.

!6 aprile 2015

Recensione
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