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Foglie

Alla volta di Leucade

Maria Grazia Carraroli si presenta sulla scena letteraria con una nuova silloge editata per i caratteri di Balda Editore, dal titolo Foglie; un titolo che con tutta la sua portata iconica ci mette già in viaggio attraverso boschi e frescure, verso un’isola felice, dove la natura con tutta la sua potenza visiva e contemplativa fa da concretizzazione degli stimoli panici della versificazione. A questo punto credo che sia importante, per entrare da subito nel mare magnum della poetica dell’autrice, riportare una pericope che si legge sull’aletta di copertina: “Sono affascinata dal bosco, dal suo verde coniugato in mille sfumature, percorso e sorvolato da respiri selvatici e voli. Quelli, per esempio, di Carpineta, un angolo nascosto dentro le selve dell’Appennino tosco-emiliano. Un rifugio d’anima, dove respirare la natura: una piccola casa circondata per tre lati dal bosco e accarezzata da un prato dove due annosi meli danno ancora frutti ai caprioli... Così, a te che leggi, vorrei consigliare di sfogliare queste pagine, come fossero foglie di un albero che si incontra, si guarda, magari si ammira, con la consapevolezza, però, che la forza, la bellezza, il ristoro e il dono vengono dalle radici che non si vedono, dal loro lavoro profondo, sotterraneo, capace di far circolare il nutrimento in superficie.”.Iniziare da qui significa inoltrarci nell’empatica fusione fra la Carraroli e la natura che la circonda. Una fusione intima, d’amore, di pace, di respiro e nutrimento.

L’autrice si fa tutt’uno con l’ambiente panico, con gli alberi, il verde, le radici, le foglie; e trae da tutto ciò la linfa necessaria a concretizzare il suo pathos. Sì, perché è da l’ambiente floreale e arboreo che trae lo spirito giusto per un mondo di edenico riposo, di amore oblativo. Recondite armonie, per tirare in ballo il mio maestro Puccini, che attirano e abbracciano, che turbano e inquietano, che avvolgono e ispirano, facendosi sostanza netta per una ispirazione pulita e liricamente fluente. E’ proprio la poetessa a invitarci a prendere in mano le sue Foglie, a accarezzarle, a respirarle con lo stesso afflato, che Ella infonde nel suo Invito: “... Lasciami spighe da raccogliere / per un pane spezzato in parole / al banchetto festante / di nozze condivise”. Una vertigine ontologica che richiama gli empiti ispirativi di Daniel Varujan, nel pieno del suo Cantico al pane.

La lingua non può dire tutto, non è capace di reificare coi suoi sintagmi il magma di un animo in piena ispirazione; la poesia ha bisogno di qualcosa di più ed è per questo che la poetessa allunga il tiro rifacendosi a figure retoriche di ampio respiro, a sinestesie, a iperboli, a metafore così che il linguismo assuma significanti che vadano oltre i significati, per toccare le corde dell’eccelso. Contribuisce non poco l’intervento di Luciano Ricci, che, con le sue immagini disseminate nel testo, dà forza e visività agli abbrivi emotivi di Maria Grazia. E tutto scorre con eleganza formale, con euritmica sonorità, come se l’autrice volesse eguagliare con la versificazione l’armonia del creato: da Carpineta: “... rattengo lacrime / davanti alla porta di casa / quella piccola nostra con prato / e tutto l’ingorgo di verde / che m’inghiotte e stupisce...” a Pianta: “Le radici hanno il colore / della luna / affondano nei suoi crateri / crescono con sogni / e pianto...”. Il verso scorre limpido e segmentato, per tenere dietro agli input emotivi: si fa apodittico, breve tanto che non è raro che una sola parola si faccia essa stessa verso. Un vero diagramma di alti e bassi, di salite e discese, come l’animo richiede, da Diospiro “... Ho chiesto un albero in dono...” a Il fico: “... L’altalena saliva scendeva saliva / più ardita / a vincere l’alto delfico...” da L’albicocco a l’Olleandro, da Il rovo a il Tronco, a Lezione: “Da quali dita magate / l’olmo apprende / la pazienza della trina...”

Così lo spartito, diviso in tre sezioni (Invito, Poranceto, fogli e fogli), procede con abundantia cordis per tradursi a volte in narrativa poetica in certi commenti di particolare intensità lirica. Per farsi prosimetro in questo testo articolato. Tutto è plurale, polisemico, proteiforme, tutto è vòlto a tradurre un animo intento a rendere umano un bosco di orchestrali e poeti:“... noi bosco / al sensibile / rispetto dettiamo / contemplazione sosta / e d’equilibrio / esatta radicata metafora / noi / orchestrali e poeti / ritmi diversi / componiamo alle stagioni / d’identica inattesa / malia” (Poranceto).Uno si perde facilmente in un bosco di tanta esplosione panica; fra un verde che ti cattura e ti invita a godere dei suoi profumi; in un bosco che ti invita al dialogo, con le sue radici che recitano poesie. Ed è in questo anfratto di pace e silenzi che mi piace stendere le mie membra per ripulire il respiro dagli inquinamenti giornalieri, ricorrendo ad un lacerto di Sandro Angelucci che nella sua postfazione ci invita a chiudere in bellezza questa recensione: “... Testi come Violino, ad esempio – lo strumento che prende la parola per raccontarsi – non sarebbero mai nati se la Natura, precedentemente, non avesse trasfuso il fruscio della selva, i respiri dei nidi, il sapore del miele, il colore della resina in quel corpo di legno, e mai e poi mai il violino avrebbe potuto “suonare la foresta che (è) sublimata”.

Recensione
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