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Il reale e l’immaginario

Camminare con l’animo ansioso di realtà improbabili verso giardini profumati di memorie.

Il reale e l’immaginario, la nuova plaquette di Daniela Quieti, che, editata per i caratteri di Pegasus Edition, reifica la sua ricamata ricerca verbale; il proteiforme messaggio per agguantare le mosse dell’anima. E tutto si fa gentile, eufonico, duttile e armonioso in questo spartito di note che si succedono con climax ascendente per concretizzare gli input emotivi. Ci fa da prodromico ingresso una copertina con una barca che si azzarda in un mare mosso e irrequieto; sì, dei naviganti verso onde spumeggianti di scogli, pronti a scivolare in acque che tanto sanno di vita. E quale immagine più appropriata a significare l’evolversi della nostra storia? È quel mare coi suoi lontani orizzonti a delineare il focus del fatto di esistere; il lontano approdo delle nostre irrisolte navigazioni, dacché è proprio dell’uomo ambire alla conquista, alla ricerca, a raggiungere l’isola che forse non esiste; quell’isola che contiene comunque afflati d’amore, ricordi di feste e di incontri, incisi in giardini appartati: “... Nella festa dei sensi / fuori dall’ibernazione invernale / cerco in un giardino appartato / la chiarezza del presente / la nuova prospettiva di un luogo ideale”.

L’isola dei ritrovamenti, del repêchage, dei fantasmi delle nostre sottrazioni, degli affetti ripescati: “... T’amo anche in ciabatte / e gambaletti. / Tienimi allegra / t’amerò di più”. Sta lì l’inquietudine del vivere, il malum vitae,quello stato di perenne insoddisfazione che è l’alimento primo della poesia. D’altronde la vita è fatta di melanconici richiami, di mancata quietezza per volere del destino. E quello che noi percepiamo è il dolore di un’assenza, la fuga di un attimo nel resoconto dell’insieme. E ciò che al momento ci appariva eterno per la sua forza erotico-passionale, per la sua bellezza contemplativa, alla fine ci risulta gracile e momentaneo, dacché tutto scorre con tale velocità da non poter guardare mai in faccia il presente. Ma il fatto sta che la poetessa naviga, risoluta, fra mareggiate e trabucchi, fra onde perigliose, con una barca carica di fonemi e stilemi pronta a soddisfare le richieste del canto.

Ella conosce la fragilità del tempo e della vita; conosce la precarietà di quella imbarcazione ed è per questo che si attrezza per ogni evenienza; remi robusti e bussola in mano che simboleggiano i ritmi e la padronanza della narrazione poematica: le immagini si fanno sempre più ricche e abbondanti, plurali e polivalenti; tornano a vivere con audacia e forza emotiva, sembra dicano: “siamo qui, in te, come mai, figlie di una realtà vissuta insieme. Tocca a te darci freschezza e rinnovata energia”. È così che nasce la poesia, da quel bagaglio di visioni cui attingere per rinascere. Il reale è sempre qualcosa che in poesia attende il riposo dovuto, per tradursi in simboli che richiamano tempi e luoghi del nostro esistere. E qui tutto è sincronico, tutto scorre sotto i nostri occhi con dovizia di figure; di certo non è una poesia vicina alle sperimentazioni di positura prosastica questa di Daniela. Al contrario una versificazione che tiene di conto delle misure, delle euritmie, dei sinestetici allunghi per andare oltre la sintassi canonica, visto che la poesia pretende sempre qualcosa di più; quel qualcosa che ti rende unico negli assalti all’inverosimile.

Due le sezioni in cui si divide: I Il reale, II L’immaginario. Una continuità naturale di voci volte a narrare una vita fatta di Angeli senz’ali: “... Angeli senz’ali i tuoi diritti i miei“; di “Terre martoriate da battaglie”; di piatti di umili: “... riverbero di sanguinante destino/ nel piatto degli umili”; di Natali senza te “... Ti cerco ovunque mentre prego”; di fiori per te “...Se ti ho fatto soffrire / assolvi la mia mente / tormentata dal rimorso”; di sere scese su Roma “... Dentro una chiesa / s’ode il salmodiare / mentre lenta / scende la sera su Roma”. Per proseguire con similitudini corpose di portata vicissitudinale: “Somigliano i nostri anni / a un ventaglio colorato / ricamano infanzie e misteri / nel tempo germogliato / d’un albero di Natale”, dove una certa melanconia saporita di saudade contorna il dipanarsi dei versi; e dove l’amore, il ricordo, l’azzardo, il panismo esistenziale si fanno compagni di un viatico volti a ripescare momenti e frangenti dell’essere: San Valentino, Un giglio, Imperlami di verde, Sulle rive de Giordano, La passeggiata del Gianicolo, Ti vedo... Tante tappe di un percorso che risuscitano luoghi, sentimenti, compagnie; stadi emotivi che si fanno veri per significanza visiva e impatto emozionale. Il dettato lirico corre fluente e determinato. Non si leggono flessioni o cadute di natura sentimentale. Tutto è sorvegliato da uno stile sicuro; da argini robusti che contengono lo scorrere impetuoso e sonoro delle limpide correnti verbali:

Bagliore di luce all’imbrunire
riverbera un firmamento
di stelle e di lampare
che da lontano accarezzano
il giallo-verde dei limoni
nel profumo delle zagare
varcando la soglia del crepuscolo
nel tremore lento del fondale.

Essenza viva corre sulla spuma
e raccoglie bianche distanze
nei riflessi intensi dell’azzurro
accesi di sogni e di speranze.

Vola dentro le mete dei giorni l’anima
a decifrare dal mare dei silenzi
la sciarada senza tempo
che placa burrascose acque
e traccia sulla linea d’orizzonte
al sorgere del flutto

dell’altra sponda il nuovo approdo.

Eccola la poetessa: è in questo suo sguardo all’orizzonte, a questi riflessi intensi dell’azzurro; eccola lì a mirare lontano la sagoma dell’isola agognata; forse è là che potrebbe ri/trovare la quiete; in compagnia dei volti del suo volo immaginario; là “Dove tu abiti” e dove “(Quanta) la vita ci accoglie e annuncia / la storia che respiriamo insieme”.

Recensione
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