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Chiedevo cattedrali, tatuaggi d’oro
alle mie sere di gemme vive.
E ogni giorno rifondeva in me quella luce
chiara e senza vento,
quell’azzurra bellezza del ramo nudo
in geometria d’abbracci.
Poeta e madre, miracolo di splendore
il fuoco a mendicare l’invisibile

Scrivere di poesia di fronte ad un testo di Ninnj Di Stefano Busà, è impegnativo e al contempo stimolante. Impegnativo in quanto la Di Stefano ha avviato, superato, maturato stili, modi e congegni tecnico-strumentali attraverso una evoluzione costante e strettamente legata al suo indirizzo, e alla sua carta d’identità. Per tutto questo è impegnativo, perché non abbiamo a che fare con un testo a se stante, avulso da un insieme, ma con un’opera legata ai significati e ai significanti del percorso artistico della scrittrice: deve essere contestualizzata in tale percorso; compito complesso che equivale a frammentare, ricomporre, e studiare, riducendola a dimensione umana, una parola che ora ci parla di vita ed ora di quello che la vita non è, o dovrebbe essere, ed ora di quello che l’uomo si chiede della vita e dalla vita, dei quesiti che si pone, irrisolvibili, o metabolizzati non come risolutivi, ma anche umanamente accettabili, in quanto parte del substrato della nostra esistenza. E tutto con lo stesso afflato con cui l’autrice crea. Significa entrare nel suo mondo complesso e variegato, studiarne gli elementi portanti uno ad uno senza perdere il filo sottile che li unisce e li riporta alla parola lisciata, adattata, sforzata e slargata a copularsi con un sentimento di appagamento della poetessa in quanto madre, ma anche col pathos di essere umano, contaminato dalla coscienza di precarietà con tutte le sue tensioni. Un mondo, quindi, intenso e articolato, nella sua ossimorica complessità, che non si accontenta, sempre, della semplice parola, mai del tutto sufficiente a delinearne i tratti che sanno anche attingere dall’oltre umano.

Ed è stimolante. Sì!, stimolante, per la ricerca che l’autrice attua del verbo, senza eludere la spontaneità, nelle sue invenzioni sonore e comunicative, verbo che sempre al confine tra suggerimento e traslato, fra preannuncio epifanico ed invenzione allegorico-suggestiva, tiene il lettore in sospeso tra moduli personali e coinvolgimenti oggettivi, partoriti da un’anima cosciente del fatto di esistere. Stimolante è proprio il nocciolo della sua poesia, la ricchezza umana che lo nutre, la compattezza e l’equilibrio fra il suo dire e il suo sentire. E ci convincono, soprattutto, la funzione descrittiva e lo scavo analitico-psicologico di una tensione volta a tradursi in involucri di patrimoni interiori ed esistenziali.

Già il titolo di questa plaquette, pregna di motivazioni intense e aspirazioni umanamente fragili, come fragile e fuggevole è la vita, non sottintende, forse, quella necessità infinitamente terrestre di vivere il mondo anche come sogno, perché il sogno stesso è vita? e nello stesso tempo aspirare all’amore come totalità, e nirvana edenico di una infinitezza la cui substantia è il sogno stesso?

Ed è nella volontà di tenersi stretto “il rosso incandescente dei papaveri” o “il bianco paziente dell’estate” per annullare il senso del folto invernale, che la Di Stefano rafforza, sì, il senso dell’amore con oggettivazioni visive e concrete, ma in quella volontà aspira anche ad una fuga verso l’inarrivabile per fare di questo mondo un trampolino di lancio verso l’infinitezza dell’essere umani oltre l’umano.

E se “In un vento di ebbrezza e struggimento | fugge via l’odorosa rosa…” come fugge via il profumo della vita, “in quel profondo vivere c’è la sostanza del destino, | il tempo vagheggiato | in cui murare ogni bene perduto”. E’ qui, io credo, il discorso più pieno della scrittrice, quello più vicino al senso dello spazio ristretto di un soggiorno: murare nella mente e nel cuore i beni supremi della vita, perché sono proprio la memoria e la coscienza di esistere le uniche armi per sconfiggere il senso del nulla, ed è proprio la memoria delle grandi occasioni o delle piccole cose a produrre il terriccio indispensabile al nutrimento del dire poetico, elevazione suprema e, perché no, infinitezza a cui aspira la “deficienza” umana.

Arena Metato 24/11/2011

Recensione
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