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Il verso della vita

Grande sorpresa questa mattina (13/12): tre sillogi di Luisa Martiniello editate per i tipi di Ferraro Editrice, Napoli. Libri ben fatti, di elegante presenza, per copertina, carta, impaginazione, composizione. Ed è importante il primo impatto con un testo. Fa da prodromico invito a sfogliarne le pagine, a individuarne i lemmi, le costruzioni verbali, i guizzi emotivi; a farci immergere, alfine, con grande partecipazione, nella totalità dei ritmi per assaporarne la caratura estetica e non solo. E mi piace iniziare da una citazione testuale per evidenziarne un aspetto non secondario nel percorso poematico: “convivio di morte/ oggi a mensa si brinda di egoismi,/ ancora protervi sparvieri/ di stragi ecologiche… (Vento e fuoco).

Una poesia d’impegno, un rancore, un risentimento di forte acribia per uno stato di cose; ma anche un procedere con animo e cuore rivolti ad una Bellezza di cui l’uomo dovrebbe essere cosciente; dovrebbe tener conto per la sua stessa sopravvivenza; una Bellezza che viene sempre più martoriata da una società senza scrupoli, né principi etici. Dove Eolo e Vulcano sogghignano e giocano ai dadi una tunica di sabbia giallastra probabile cadavere del creato. E quello che da subito salta agli occhi è lo spirito di una Poetessa disposta a creare dicotomie, contrasti fra ciò che è male e ciò che è bene, fra ciò che è buono e ciò che è cattivo, dacché è proprio dallo scandalo delle contraddizioni che nasce l’input di una satira mordace e generosa di memoria pariniana. Per questo si ricorre ad un panismo di grande urgenza emotiva, di sensibile resa visiva. Ad una natura rievocata nella sua purezza con immagini eternamente eterne nella loro palingenetica rinascita; a una natura riportata a vita da un sentire, che, non di rado, si fa malinconia; gioco di tempi in cui a dominare il tutto c’era proprio essa, la madre più antica, coi suoi interventi ora zeppi di pulcritudini ora di malanni, perché, appunto, col suo insegnamento potesse incidere sulla vicenda degli uomini; li potesse preparare agli eventi; potesse loro trasmettere la preziosità dell’oro dell’alba, dell’aria linda, del profumo di terra, della clessidra dei tramonti, e della genuinità dei suoi frutti; ma anche quella delle piogge, delle gelate come avversità naturali che temprano animo e carattere.

Eppure l’arrivismo, la speculazione, il sopravvento della materia sullo spirito, l’omologazione stessa, e l’azzeramento di una vicinanza stretta fra gli uomini, hanno creato un falso progresso. Privo di quel sacrosanto principio galileiano secondo cui “ E’ tale solo e soltanto se va a vantaggio dell’umanità”. E’ qui che i due poli sprizzano diatribe di grande resa narratologica. Da un lato una pittura di virgiliana memoria, dove albe, rondini, passeri in minuetti di danze, e nidi ancora tiepidi, esaltano un quadro di cromie e sonorità di effetto georgico che potrebbe porsi come momento incipitario con valore eponimo: “Sotto il doppiomento della grondaia/ sostano le rondini sul filo/ nella linea marcata di scrittura/ - neretto in pagina del cielo -. Le rondini sul filo, il titolo della silloge. E Disegno di facciata quello della poesia iniziale. Dall’altro lato Affluenti vesuviani, dove “I vicoli come braccia morte/ confluiscono in piazza/ come soldati a fazzoletti./ Qui si fugge ai primi dondolii/ come passeri dai fili tesi/ sul seminato”; o Fiaba domestica, dove “Rivendico cuore di nonne/ che celebra la poesia delle culle. /…/ Il nostro batte/ nella borsa della spesa/ nell’angolo di scaffali a scrivanie/ nelle penose ore d’ufficio/…/ spesso destinate al ripasso dei conti”; o Parsimonia, dove “Signore,/ chi ignora la carità/ come un cane respinge la frusta del rimorso,/ sprofonda la testa nella ciotola,/ distoglie lo sguardo dalla febbre altrui,/ non riconosce diritti di gola”; o Alieni, dove “Nessuna donna si riconosce/ nel nome di diritto: “mamma”; o Il mago della pioggia, dove “Nel seno il vomito del progresso/ raccoglie detriti a reliquia. / Sulle sponde confuse/ cartelli di veleno segnalano/ tracce topografiche.”. Lo spartito è complesso, come è complesso l’animo della Poetessa: la summa di un’intera vita con tutti gli abbrivi di polisemica significanza: la memoria, l’inquietudine del vivere, la speranza, l’illusione, la delusione, la tristezza, diluiti in pièces i cui versi si donano con euritmica sonorità alla cristallizzazione degli stati emotivi. Una ricerca attenta e meditata dell’architettura verbale; dell’impiego di nèssi iperbolici che vanno oltre l’uso della tradizionale stesura morfosintattica, dacché la parola è un limite, nella sua entità, nei confronti delle espansioni creative; dacché l’animo tende a ben oltre i significati, in cerca di significanti che lo conducano alla Poesia, a quella parte di noi che più si avvicina all’irraggiungibile. E il tutto in un realismo lirico di grande configurazione ontologica; di arrivanti latebre di intensità epigrammatica che volgono non di rado in parènesi di polimorfica metaforicità:

Sulle corde della speranza
mi aggrappo all’arcobaleno
che ogni sera ci unisce
guancia contro guancia,
occhi negli occhi,
alito nell’alito
sul muro del tempo,
fingendo morsi dolci al tuo e mio mento.

Avremo, figlio,
un nido tutto nostro
per il prossimo inverno.
Vivo di sole (Sul filo del telefono),

e in cui un canto d’amore e di lontananza raggiunge cifre di tale intensità lirica da sottrarre la bellezza agli annichilenti artigli del tempo.

“La poesia è connaturata all’umanità: il vero poeta assimila e trasfigura, lo scriba si limita a copiare”, affermava Eliot. Ed è quello che fa la Nostra con la sua visione dell’Arte; per cui la Poesia è sentimento, rielaborazione, realtà tuffata nell’anima e di essa nutrita, è fuga dell’essere verso una natura disponibile ad accompagnarlo negli ambiti più segreti; ed è ritorno; ritorno all’esistere a che l’anima stessa lo possa trasferire sul foglio intinto dei suoi abbrivi vitali; o di una memoria, anche, che, mai fanciulla, si sporca d’esperienza:

ora che rughe profonde
segnano il corso del pensiero
rammento chi giace
sotto
le pietre
- tappeto di frutti immaturi
sulla guancia della terra –

(…)

Ma non c’è candore
nella mente
nella morte
nell’inverno.
La memoria, mai fanciulla,
si sporca d’esperienza
(Ricordi adulti),

dove vita e morte, memoria e realtà si compenetrano in una dialettica che tanto sa d’inquietudine esistenziale.

Un memoriale, che, sempre presente, viene accolto da versi di urgente duttilità e di euritmica fattura, anche nella silloge, Il verso della vita, dove malinconie, senso di appartenenza, meditazioni, forza attrattiva delle proprie radici, pensieri sull’essere e l’esistere, e sulle aporie del mondo, si alternano con naturalezza ora col repêchage di lontane emozioni:

Dalla vecchia camicia
di cotone
striscioline di pezza
tagliavi e annodavi
ai ciuffi dei miei capelli
perché una bambola coi ricci
comparissi la mattina
(Nonna);

ora con la coscienza della precarietà del tempo e del luogo che induce la Nostra ad un redde rationem di somme e sottrazioni:

Ora che siamo agli anta
ci guardiamo dall’orlo
del precipizio.
(…)
Facciamo somme e sottrazioni
ma i conti non tornano.
Troppo abbiamo dato, poco ricevuto,
tanto sofferto, poco goduto
(Ora che siamo agli anta).

Una malinconia che s’insinua nel sottofondo dell’opera facendosi terriccio fertile per la crescita di fiori di poesia in cui Luisa grida ai quattro venti l’amore totale, plurale per la sua terra. Per le salde radici ad un suolo, che inducono, anche, a interrogativi, inquietudini, e questioni vicissitudinali sui perché dell’esistere; dove versi brevi, liberi e apodittici, testimoniano una urgente necessità di confessione:

Per quanto
ancora
avrò il piacere
di guardarti
con occhi innamorati
dall’alto
della mia bassezza
(…)
Mi palpiti dentro
sei nei miei pensieri
Rifammi erba
tra i tuoi capezzoli di sasso
refrigerio di fresca linfa
(Per quanto).

Palpiti umani, che richiamano alla nostra condizione di fragilità e che ci impongono riflessioni di memoria pascaliana, per cui l’uomo “C’est un milieu entre rien e tout”. Quel tutto che la Poetessa sa trovare ne La casa del sole, in un ricordo che si fa realtà, tanto è forte in Lei; un ricordo di cui va in cerca come riposo edenico, e come amore oblativo, perché è là che corre, è là che la sua anima vola per ripescare volti, abitudini e presenze incancellabili; sapori di vita; attaccamenti che traducono le malinconie in immagini ritrovate:

La casa del vento narra
di mia madre al telaio
del pettirosso saltellante.

Un corredo di preghiere
accompagna i ricami

l’appuntamento d’ottobre
trasmigra dalla frasca
al dono delle molliche.
(…)
La casa del sole tramanda
la pazienza sulle carte
il pane
garantito
dal latino e greco
di mio padre professore
(Storie di speranza).

Ed è così che mi piace chiudere: con questa citazione ultimativa. Dacché un critico non è mai distaccato dal testo. Fa di un verso una sua vicissitudine; lo tuffa nel suo animo e, emozionato, lo ri-dà alla pagina contaminato della sua sostanza.

Recensione
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