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La casa in mezzo al prato in Boscoverde di Rocca Pietore

Già la copertina ci mette a contatto con quello che è il mondo della Poetessa. Un volo verso la luce, il cielo, verso tutto ciò che è bello, ricreativo, spiritualmente sano, loquace e armonico; sono i ruscelli che cantano, sono gli alberi che ci accompagnano coi loro respiri verticali. E qui, la Poetessa gioisce ed ama, respira e scrive, pensa e medita, confondendosi coi palpiti di Pan che le danno la parola. E la parola scorre liscia e veloce, pensosa e travolgente, sortendo da un’anima tutta presa dalla contemplazione.

Anche la foto della copertina di Marco Toffanin ci introduce negli abbrivi emotivi che danno empito agli slanci onirici: una baita fra la neve e gli abeti. Un prodromico avvio alla lettura dei testi poetici che parlano della Poetessa, della sua natura da sogno, incontaminata, resistente, disposta e disponibile a farsi contenitore capiente dei messaggi poematici. Sì, perché Maria Luisa vive di natura, come ne vive tutta la sua poesia, che non fa che armonizzare i sentimenti che Ella prova dinanzi alle bellezze del Creato.

Quattro le sezioni del testo ed ognuna preceduta da una introduzione-apriporta della abbondanza verbale e sonora delle poesie. Abbondanza perché la Nostra ha bisogno di spazi, di ampiezze per narrare; per stendere sul foglio tutte le sue emozioni di fronte ad un mondo pulito e generoso; ed Ella si serve di questo mondo, dei suoi più segreti ambiti per dare concretezza ad un pathos che dentro detta. “C’è una casa immensa in mezzo al prato, lungo il torrente Pettorina, ai piedi di una fitta abetaia, all’ombra del Sasso Bianco, stretta alla strada statale di un ponte di legno, opera del Checco cortese montanaro di Sottoguida. Una casa sorta là per gioco, quasi favola uscita dalla bacchetta magica di una ninfa boschiva.

Un gruppo di colleghi-amici, giovani sognatori, invia a vari comuni montani la richiesta d’acquisto di un lotto di terra per costruirvi un loro condominio. E Rocca Pietore, nell’agordino, è l’unico a rispondere, circa 45 anni fa….”. Questo uno stralcio dell’Introduzione che ci illumina sulla iniziativa di questi amanti del bello: “osservatorio anche del paesaggio nel mutare delle stagioni, in particolare nel disgelo primaverile, in un ascolto qui più intimo, in una visione più limpida una verità nuova”. Non è vero che il Paradiso non esiste in terra, occorre solo la buona volontà e la grande sensibilità per crearlo:

(…)
E tu parete sud
prodigio della Marmolada
di titani sei palestra vibrante di gesta.
A canne di roccia sei organo immenso
per musica primordiale dal verso percepita.
La dilaterò infinita in questa arcaica
basilica-petrosa storia di terra
(immagini e suoni agordini).

E il verso si fa armonico, arrivante, prodigioso nel suo appropriarsi di assonanze e cifre ritmiche per accostarsi il più possibile ai ritmi naturistici.

Sì, ci possono essere roghi (rinati dal rogo in gentili forme), tempeste, diluvi, ma la Natura torna sempre ad appropriarsi dei suoi spazi per dare loro vernici e respiri di divina fattura, come afferma lo scrittore: «Se gli anni fanno macerie, la natura vi semina fiori; se scoperchiamo una tomba, la natura vi pone il nido di una colomba: incessantemente occupata a rigenerare, la natura, circonda la morte delle più dolci illusioni della vita». “Chateaubriand dans le “Genie du Christianisme”.

Tante sono le fasi sequenziali del “Poema”: la descrittiva, introspettiva, narrativa; e tutte volgono lo sguardo verso la reificazione di amore, passione, condivisione; verso un tatto che sa trasformare una realtà in sogno; in un sogno che non è altro che il cuore del canto.

Recensione
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