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Ho letto e riletto l'ultimo tuo libro L'Assoluto Perfetto (meditando in Cristo) e sono rimasto affascinato non tanto dal tuo modo di poetare che conosco e apprezzo da sempre e su cui continuo ad aggiornarmi e tenermi informato, ma soprattutto da questa rara e preziosa voce intimistica che sa tradurre gli inquietanti interrogativi umani in riposanti approdi sconfinati. Tanto mi ritrovo nella tua ascesi tormentata eppure serena. Ti ringrazio dunque per avermi arricchito umanamente e più:

L'acqua delle stelle è ancora
nelle idi di marzo, ha ponti ingrigiti
e nuvole sparse agli angoli di cielo.

E' nelle corde umane cercar di diminuire la distanza tra cielo e terra; è nelle corde umane il tentativo di avvicinarsi il più possibile all'inarrivabile; è nelle corde umane vibrare di intenzioni che frangano i misteri; e qui la poetessa fa dell'umanità la sua arma principale per tradurre in grido quel senso di assoluto che l'uomo ha innato come tormento e quiete. E fare poesia è già ricerca dell'assoluto, fare poesia significa usare tutti gli strumenti lessico-fonici per inglobare proprio quel senso di totalità che ci limita, rendendoci fragili miei confini dell'essere e dell'esistere. E l'essere e l'esistere tutto è contenuto in questa plaquette dal titolo L'assoluto perfetto (Meditando in Cristo), della Di Stefano Busà, che fa dell'umanità una ricerca lirica totalizzante.

Proprio lirica, perché è l'arma principale nella quale si risolve la grande esperienza culturale e poetica, verbale e tecnica di questa Maestra della stilistica. Poesia non significa vivere una realtà interiore e rovesciarla liberamente e "beceramente" sul foglio. Fare poesia significa grande maturazione linguistico-culturale, grande maturazione tecnico-fonica, diacronica acquisizione di strumenti validi a potenziare una visione estetica personale a cui affidare le nostre vibrazioni; validi a fasciare i contenuti che l'anima è disposta a donare, se esistono tali presupposti. E' il significante metrico e l'importante uso che la poetessa ne fa a creare impennate di lirismo alto in questa simbiosi tra sentire e dire.

Questa ascesi verso l'assoluto, non è altro che una scalata alle forme, agli intendimenti sempre più totalizzanti della traduzione dell'anima. Dio è in questa sonorità leggiadra e suadente di un lirismo come risultato di ricerca poetica, maliziosa ed empirica, seppur incrostata di evidente spontaneità.

"E stelo dolente, foglia secca, polline leggero, spiga tremolante, giglio al libeccio, malinconia del fiore, tra tutti dell'infanzia, erba trafitta, filari di stelle" sono tanti segmenti di pathos tutto teso a rendersi visivo tramite un panismo sacrale.

E la matura fa da supporto, si offre come ancella per ritrattare nelle sue parvenze i nodi del sentire; e il tutto si amalgama in un poetare avvolgente d'afflato lirico. L'autrice si fa spettatrice e affida alla spiga tremante, all'aria del tramonto, all'ala radente dell'ultimo passero, ai chicchi d'ombra il compito di narrare la sua tracimazione sentimentale:

" Era solo una spiga tremante, | un candido giglio al libeccio, | a intenerire l'ala del tramonto. | L'ala radente dell'ultimo passero, | preludio di aromi celesti. E quel grappolo solitario nell'orto | aspro di sole, odorava di lucertole; | la luce ai calanchi esalava | aromi di mentastro." "questa sera voglio puntellare il muro | diroccato | dalla grandine, | alleviare le piaghe al Tuo costato"

Tutta l'esperienza di un'anima volta alla ricerca di se stessa sulle strade della poesia è qui contenuta. L'autrice si concede a noi in tutta la sua ricchezza interiore, valorizzata da un dire che fa dei suoi suoni lo strumento principale della sinfonia:

E' così che si fa più tangibile e più umano il suo percorso di sacrificio purificatore al dolore del Cristo salvatore.

"Tornare alla terra come il sasso, | che si accasciò al Tuo legno solitario." "Solo il Tuo Verbo ci salverà." "Zirla un tordo canterino: Dio è vivo, | ha resistito alla necessità della morte, | per ampiamente rinascere all'Eterno."

Se Keats nell'ode L'autunno esprime il desiderio di ritornare un giorno "nelle radici della natura, da cui ci stacchiamo come frutti sfacentesi, non per perire, ma per verdeggiare di nuovo al sommo dei rami dell'albero della vita e respirare insieme con la natura", Ninnj Di Stefano Busà, rivolta al Dio creatore, esprime il desiderio di "...fermare i battiti del tempo: | alla brezza di nuove meraviglie, | correre sui tratturi dell'infanzia, | superando gl'intrichi dei laccioli, | lavare il corpo dal dolore | col balsamo innocente: | Tornare alla terra come il sasso, | che si accasciò al Tuo legno solitario."

Recensione
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