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Ora che è tempo di sosta

Una Navigazione verso un faro che illumini le memorie,
la poetica di Angela Ambrosini

Nulla ostacola il cammino in questo tunnel
di seta e ombre, pergolato di pensieri oltre
la curva tesa dell’arco, oltre lo spigolo lustro
del muro. Forse aprile è dietro i vetri
o luglio o dicembre, forse è turbine d’ali
o volo di pioggia, ma, vedi, sempre un cielo
sarà a colmare il granello di luce
che t’alita dentro, pellegrino ignaro
di mete, viandante privo di strade.
Sosta è per te questo spazio fugace,
invisibile trama d’un arazzo incompiuto.
Ricamo di geometrie ai tuoi passi offrono
marmi e lucenti penombre a indicare
qui una porta, là una soglia, forse
un’uscita non lontana in agguato
all’inverno o all’estate che sia.
Poco vale la stagione che fuori ti aspetta,
indolente in quest’aria ramata pare di sole.
Il sole è promessa di lucernai inviolati
che s’annodano più in là, oltre l’attesa,
in mosaici, scaglie, sterpi, nulla (Oltre il corridoio).

Credo sia opportuno riportare un lacerto della epistola inserita nel libro di cui l’autrice mi ha fatto omaggio: “… Il titolo non è casuale, alludendo a una vera e propria “sosta” che mi sono dovuta e voluta concedere per dedicarmi alla stesura impegnativa di un romanzo ispirato alla travagliata giovinezza di mio padre, esule dalmata. Una narrazione a sfondo storico, quindi, manella quale la storia non prende il sopravvento sulla riflessione affettiva degli eventi e dei personaggi, a cominciare da quello, per forza di cose, focale, di mio padre…”.
Ora che è tempo di sosta
, il titolo della plaquette, editata per i tipi di Centro Tipografico livornese editore, nel marzo del 2017. Una sosta quindi voluta, per indirizzare mente e animo alla figura del genitore, che, come tanti della sua età, hanno vissuto le ingiustizie della deportazione dalla Dalmazia, o peggio ancora, le tragedie dell’infoibamento carsico per mano dei persecutori titini. Ma noi abbiamo voluto dare un senso più generale a tale sosta: una pausa di riflessione e di raccoglimento; una revisione memoriale in prospettiva futura di cui tutti abbiamo bisogno ad un certo momento della vita.
Parlare della poesia di Angela Ambrosini significa toccare il cielo con un dito; significa sentirsi sfiorare da una piuma che ti accarezza, dacché l’autrice vive con delicatezza e spontaneità il refrain della vita; da essa prende tutta la linfa per nutrire il suo poema: poesia vita, vita poesia. Ibi omnia sunt: c’è il sogno, l’amore, la memoria, l’inquietudine; ci sono le radici, gli affetti:

(…)
Ascolta, tra le alghe e il falasco è l’urlo
lento del gabbiano e ritorna il tempo
del mito, lieto s’avanza alla mente
e al tuo corpo ormai troppo stanchi: siedi,
siediti più in là e aspettami, padre.

Dolori per rimembranze che portano a tempi di primavere appassite:

(…)
Portami con te, padre,
portami di nuovo con te per mano,
ombra nell’ombra, come quando
bambina inseguivo felice
la crisalide obliqua che il sole
stampava al selciato
e i passi nostri lesti s’aprivano
al canto fidente del cuore.

E soprattutto c’è la parola, il verbo che, con euritmica scansione, con pienezza significante, si fa disponibile a concretizzare i vari movimenti emotivi; le scosse luminose e fragranti di un animo disposto a mettersi in giuoco. Iniziare dalla citazione testuale, dal suo aprirsi a intendimenti critico-esegetici, vuol dire entrare da subito nel cuore del grande mare che fa plurale questa poesia: un dire ampio, totale, proteiforme, che mette ben in vista le potenzialità espressivo-creative di una poetessa versatile e completa per limpidezza formale e disciplina della versificazione; per ricorso a interventi sinestetico-allusivi senza mai abusarne. Ogni verso compie la sua significativa e iconica funzione: parola giusta nel posto giusto; e il tutto connesso da legami che sottintendono maestria e acutezza nel ritmare musicalmente lo spartito.
Sì, è leggendo questa poesia incipitaria che possiamo avvicinarsi al mondo complesso e filosoficamente dubbioso della poetessa: il tempo, le stagioni, il tunnel, il volo, l’ansia e la tensione; il muro oltre il quale l’ignoto si addenta; ed il tentativo fortemente umano di oltrepassare il limen che condiziona la nostra esistenza. Essere pellegrini privi di strade significa essere disorientati di fronte ad un futuro che ci aspetta. Prendiamoci quindi una pausa di riflessione, cerchiamo di collegarci al passato per farne un piedistallo su cui posare l’avvenire. Ma trovare un’uscita, una porta che guidi il nostro indeciso e imperscrutabile procedere è cosa ardua. Un viaggio, proprio, così definirei questa silloge; un odeporico giuoco che l’anima si dispone ad affrontare con tutti i rischi del caso: viaggiare significa incontrare anche perigli e trabucchi, dacché il mare non sempre è liscio e in bonaccia, e non sempre s’increspa innocuo senza scogli; ce ne sono e non è detto che durante la navigazione la nostra barca non si scontri conquelli che sporgono o che stanno silenziosi a pelo dell’acqua. Sarebbe un naufragio, lo scasso dell’imbarcazione; si dovrebbe procedere a vista, su un asse scampato, magari aiutandosi con le mani al posto dei remi. Ma la Nostra, a parte ogni accenno metaforico, sanavigare; sa evitare i trabucchi lessicali, e gli sconfinamenti formali, non cade in lamentevoli scivoloni, né si smarrisce nella giungla dello psicologismo o dello sfogo intimistico; tutto è controllato da argini ben solidi, e incanalato con arguzia emotiva verso il faro di quell’isola a cui ogni umano vorrebbe approdare: l’isola della certezza, della luce, dell’affrancamento da ogni aporia che ci condiziona. Ma si sa anche che l’animo umano è zeppo di inquietudine e di incertezze di fronte ad orizzonti inarrivabili per noideboli mortali: siamo piccoli esseri, fugaci viventi di fronte al tutto e ci sentiamo fragili nella nostra posizione instabile tra terrenità e azzurrità:

(…)
Guscio di stelle tenero incideva
rotte al mio andare
lento e un punto io mi fingo
ancora, un punto di diamante
in questo cielo che un tempo anch’io
temevo di fato gravido.
Perduta è ormai traccia
d’ogni suo tepore e gelo,
ma non memoria delle carezze
loro, né bufera di quel dolore
che inconsumato annida
sotto il mio guscio duro,
ora che agli occhi io
più lacrime non ho
e inabitato in sfida sto
sotto lo sguardo
imperscrutabile
di Dio.

D’altronde l’uomo è condannato alla ragione ed ha in sé l’idea vaga del sempre e della morte; concetti che lo lasciano a disagio; e che aumentano l’insicurezza dell’esistere, visto che non accetta passivamente l’idea della fine e del sempre in senso sottrattivo. Perplessità che ci portiamo addosso dal momento che scendiamo in campo, dal momento che tentiamo di misurarci con la luminosità delle stelle: si rischia di sperderci, di annullarci in tanta estensione; e ciò che ci assale è il senso del senecano (cotidie morimur) che ci dà l’esatta dimensione del nostro esser-ci. Forse affidarci alle braccia dell’Eterno alleggerisce questa nostra permanenza terrena:

(…)
Sul filo del silenzio, Signore,
tra ombra e rugiada, rugiada e ombra
la nostra preghiera ti onori:
nulla in noi è rimasto dello scrosciare
assiduo della folla e i suoi livori,
né più visione preme
dalla proda di ieri, cicatrice
è ormai, larva, non più vanto
e dentro, Signore, noi qui viviamo
per chi là fuori muore e dolora,
fuori, là, dove nel gelo
ogni cosa avvampa ancora.

Pur cosciente, la Nostra, che vivere equivale a soffrire “per chi là fuori muore e dolora,/fuori, là, dove nel gelo/ ogni cosa avvampa ancora”.
Questo emerge dalla poetica della Ambrosini, un poema farcito di plurali connotazioni esistenziali, dove ogni palpito vitale ha il suo ruolo, la sua linfa nel dispiegamento della epigrammatica vicenda. Si può ricorrere al memoriale, disperdersi nelle braccia di un panismo esistenziale che ci rende parte del tutto, possiamo dimenticare noi stessi per alleggerire la presa, ma durante il cammino c’è sempre bisogno di una sosta per tirare le somme e riflettere un po’ sul tracciato compiuto. Ed è così che riprendiamo coscienza delle nostre radici, della nostra storia, e di quella che ha dato il via al nostro cammino; ed è così che torniamo in noi, nella nostra precarietà, nel dum loquimur oraziano, e magari siamo tentati di ricuperare le orme trascorse per dare sostanza al prosieguo della via; all’oracolare e quanto mai misterioso tempo a venire, con tutti gli interrogativi che ci affiancano:

Dove sono, dimmi, quei giorni nostri,
lucerna d’eterno in mille altri persi
a sbrogliare ferite, mamma, dove?
Ascolto: torna l’onda alla battigia,
tonfo ripetendo di schiuma in schiuma
e parola tua ritorna che dietro
colori e tele a marezzare, sempre
preme la vita in un pugno di sole.

Quindi un poema plurimo, che spazia in ogni ambito della vita, in ogni angolo della coscienza umana, in ogni recondito nascondiglio della sacca memoriale. E tante possono essere le chiavi di lettura: da quella naturalistica a quella psicologica, da quella psicanalitica a quella autobiografica, da quella stilistica a quella creativo-esistenziale, da quella ecologica a quella storico-sociale:

A tutti i martiri delle foibe

Quaggiù, nelle suture della storia,
avvinghiati al filo sdrucito del ricordo,
noi esistiamo.
Quaggiù, fango nel fango, sangue nel sangue,
tra radici di menzogne e silenzi custoditi
sotto i boschi che ci videro pulsare
lingua e cuore,
noi viviamo.
Quaggiù, oltre il pendio del mare
che divide e frantuma,
oltre la cresta di scogli, rocce, sassi
bisbiglianti lo stesso azzurro,
noi qui siamo.
Qui sotto, della notte randagi,
resina cupa di due etnie
dormienti tra doline e melme d’odio,
noi qui, muti parliamo.
Noi, progenie sconosciuta,
taciuta, azzerata
nel limbo di terre di confine,
terre martirio, terre matrigne,
noi qui sotto, da questa profondissima,
inesausta verità,
noi, tralci di storia, della vostra storia,
noi, qui, sappiatelo,
silentes loquimur.(Memento).

Ictu oculi, potrebbe sembrare l’aveu della poetessa molto vicino ad una disorientata avventura, dove la malinconia e la tristezza si fanno motivo ricorrente, leitmotiv nel corso dell’opera, ma ella conosce la vita, e proprio chi soffre sa quanto sia preziosa la fortuna di incontrarla; di possederla in tutta la sua portata; ed è per questo che dal suo canto ci perviene un parenetico e sentito invito a proseguire la corsa sospesa, dacché interromperla per rifletterenon significa, certo, rifiutare quelle radici che ci vollero dalla parte dei vivi:

Prosegui la tua corsa sospesa,
proseguila nel congedo inesausto,
e incolume tributo sarà il nostro
ai versi del figlio,
ma tu non lasciare mai, Annina,
dall’onda del cielo
le trasognate soglie
di questa città.

La silloge risulta divisa in quattro sezioni (Altrove con foto e colori, Stagioni, Parole di creta, La mia città in versi) dove immagini naturali, quadri, e foto aggiungono significazione e paradigmatica consistenza alle poesie di riferimento. Un insieme di grande pregio artistico, un connubio di lingua e colori, un melologo di parole e suoni, che convince, convive, ed emoziona:

Veramente significativo questo sistema di dare concretezza e visività a versi di rara potenza esplicativa:

dal Canto a un esule:

(…)
Siediti più in là, sotto quell’albero
che non c’è più e saldo riparo offriva
alle tue corse a piedi scalzi a riva.
Ascolta, tra le alghe e il falasco è l’urlo
lento del gabbiano e ritorna il tempo
del mito, lieto s’avanza alla mente
e al tuo corpo ormai troppo stanchi: siedi,
siediti più in là e aspettami, padre,

dove l’attesa del padre e le rievocazioni di luoghi e umori creano un ensemble di forte efficacia emotiva,

al All’imbrunire nel porto:

Ecco che s’avvita alla sera il cuore
e improvvisa furia di tramontana
rabbuia e batte gomene ostinate
e non dissipati deliri, quelli
di sempre, di una vita, della morte
che ci rotola accanto famelica…
(…)

dove i luoghi di sempre, misurati con la vita e la famelica morte, sono reificati con immagini che hanno accompagnato la poetessa nel suo viaggio filtrato dal tempo.

Sterminata ti ha colto la morte.
Ingravidi spazi da queste colline
nel viola di primo autunno
il tuo sguardo risillaba,
da queste colline che in strazio
d’esilio ti ghermirono al mare.
Onda d’azzurro di nuovo erompa
nel tuo sorriso di spine,
padre,
onda d’acque e di cieli,
a lavare tradimento e martirio
in silenzi d’amore
da te in grembo patiti
a trafiggerti gli ultimi giorni.

Quella morte sterminata, quel mare, il sorriso di spine, la figura paterna che torna con frequenza a circoscrivere i giorni, una storia, una presenza che il tempo ha fagocitato nutrendo sentimenti struggenti, e un senso di
saudade pesante nel silenzio d’amore:

(…)
Tu eri la mia radice, padre,
la mia sola radice tardiva.
Non altra eco ho nel cuore,
né altri mari, nebbie, colline
o parole che possano da parte a parte
lacerare l’attesa d’un passato
e dolce esca si fa il tuo commiato
tra le mura di questa città silente.
Acqua spandono le donne
come farfalle di tomba in tomba.
Cruda si stende l’ombra
ai bordi del viale…

per tornare, con una elegia sepolcrale di urgente resa lirica, al padre la cui figura si perde là dove cruda si stende l’ombra ai bordi del viale.
E tutto si ricupera, tutto si fa materia di elaborazione per la forza del canto; è così che le stagioni danno un contributo epigrammatico, un ontologico addendo a ché l’anima della poetessa diventi parte della natura; a ché la natura stessa la delinei coi suoi colori ora pallidi ora vividi…

Estate, Autunno, Mistero del risveglio di primavera:

Gemme di seta a sgranare la luce
tra folate d’azzurro che ovale
di cielo assottiglia in rossi crinali:
e primavera perenne s’avanza
e sgomitola ardori alla gerbida
zolla di nuovo ferita dal sogno
nostro caparbio d’incaute promesse

Promesse incaute, speranze tradite, solfeggi accordati al mogano di stagione; tutto è triste; ed è proprio questa tristezza che trapela dalla lettura a fare del canto di Angela Ambrosini un sospiro di vitale inclusione, un poema fortemente umano intriso di quei perché che si mangiano risposte:

Senza posa sferza tra filamenti
di capelvenere, imbrigliato vento
di sabbie sepolte nel tempo: eterno
tempo del ricordo che nulla mai
scolora né scoramento dilava.
Tenace il pensiero morde la creta
e ordisce e ricama onde di luna
tra unghiate di vita e tracce di sogni(Tracce).

Unghiate di vita e tracce di sogni…

Recensione
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