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Prefazione a
Esistenza
di Antonietta Benagiano

«Né piegar erba mi parean ballando».
Dove tutto dura per sempre e
«l’armonia vince di mille secoli il silenzio»

Roberto Pasanisi

Antonietta Benagiano sceglie la forma classica per eccellenza – il poemetto in endecasillabi – per sviluppare la sua serrata critica della Modernità nella sua più recente accezione, la Globalizzazione – Leitmotiv di Esistenza, che la poetessa declina nella ridda dei rivoli fangosi che sempre più inquinati fluiscono fino alla foce nel mare del Nulla e del Caos del nostro magmatico mondo in rovina.

Un tema mainstream della letteratura e più in generale dell’arte contemporanea (dalla pittura al teatro al cinema, sia commerciale sia d’arte cinematografica) costituisce uno dei fili principali attraverso i quali si dipana l’argomentazione poetica dell’autrice, che segue diligentemente tutti e quattro i passaggi della retorica antica, dall’exordium alla narratio, dall’argumentatio alla peroratio finale: il caos di un mondo che ha smarrito qualsiasi genere di riferimento, in interiore come in exteriore homine, riprendendo Sant’Agostino, e che, nelle sue «magnifiche sorti e progressive» sempre più si avvicina al Chaos originario dal quale, secondo gli antichi miti, ha avuto nascita e forma plasmato dalle prime incerte ed oscure divinità, come appassionatamente ci racconta Esiodo nella sua fantasmagorica Theogonia.

Linguisticamente l’autrice ne dà un ‘correlativo oggettivo’ (a dirla con Eliot) attraverso la figura retorica della congeries: un accumulo ordinato / disordinato di lessemi spesso ossimorici in una sintassi stridente e costruita per strati e spirali che si richiamano, si inseguono e si riprendono all’infinito senza mai tirare il fiato.

La Globalizzazione ha reso inattuale lo stesso concetto di Capitale nella formulazione classica di Marx: gli enormi flussi finanziarî che in un attimo fuggente attraverso la Rete si spostano fulminei e apparentemente intangibili da un angolo all’altro del mondo e le ragioni irrazionali che li governano hanno trasformato radicalmente il mondo: le cassi sociali, l’economia, il rapporto fra gli Stati, lo stesso modus cogitandi dell’uomo[1].

Le epidemie / pandemie che periodicamente affliggono il mondo disegnano due significati / scenarî fondamentali: da un lato, la ribellione della terra / natura che sembra volersi riprendere il controllo del mondo liberandosi della sua più primordiale e feroce malattia, l’uomo, che si è macchiato della gravissima fra le colpe, quella che la cultura greca arcaica definiva hybris, pressappoco ‘tracotanza’, idest l’ambizione dell’uomo di farsi uguale agli dèi (e gli dèi, come ci racconta Erodoto, punivano chi aveva osato a tal punto, mandandolo vertiginosamente e inesorabilmente in rovina); dall’altro, il fallimento del ‘sistema globale’, che ha elevato a suo dio la ‘tecnica’ (nell’accezione severiniana)[2] come strumento di dominio sul mondo.

Come diceva Horkheimer, «La crisi della ragione trova espressione nella crisi dell’individuo, come strumento del quale la ragione aveva conosciuto i suoi trionfi […]. Un tempo l’individuo vedeva nella ragione solo uno strumento dell’io; ora si trova davanti al rovesciamento di questa deificazione dell’io. La macchina ha gettato a terra il conducente, e corre cieca nello spazio. Al culmine del processo di razionalizzazione, la ragione è diventata irrazionale e stupida»[3].

«Da Beltà di luce a dolcezza d’ombra» il poema si snoda come una dolce e spietata rassegna dei mali del nostro tempo: uno dei temi che più stanno a cuore alla scrittrice è la rovinosa decadenza dell’Italia, indegna erede della grandezza culturale e politica di Roma, da decennî in mano a una cricca di astuti buffoni al potere: il Paese con una delle prime tradizioni culturali ed artistiche al mondo nel quale ora nulla più della cultura e dell’arte è temuto, odiato e incessantemente combattuto[4].

Torna la testimonianza di un grande poeta ed intellettuale fiorentino. In una lettera stesa tre settimane prima della morte, 26 anni fa ormai, Franco Fortini ci ha lasciato un inquietante testamento spirituale che racconta l’orrore dell’Italia di allora, ma che già presagisce quello, ancor più grande e sciagurato, dell’Italia di oggi: «Tommaso d’Aquino, Marx, Pareto, Weber, Croce e Gramsci mi hanno insegnato che la libertà di espressione del pensiero, sempre politica, è sempre stata all’interno della cultura dominante anche quando la combatteva. [...] Non fascismo. Ma oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù; che è cosa diversa. Sono vecchio abbastanza per ricordare come tanti padri scendevano a patti, in attesa che fossero tutti i padri a ingannare tutti i figli. Cerchiamo almeno di diminuire la quota degli ingannati. Ripuliamo la sintassi e le meningi. Non scriviamo un articolo al giorno ma impariamo a ripeterci, contro la audience e i contratti pubblicitari. Diamo esempi di “cattiveria” anche a quei lavoratori che dai loro capi vengono illusi di battersi attraverso le strade con antichi striscioni e poi, nel buio della Tv, ridono alle battute dei pagliaccetti di Berlusconi [e della RAI, aggiungiamo noi]. [...] Mai come oggi, credo, il massimo della flessibilità tattica del politico vero dovrebbe andar d’accordo con la rigidità delle scelte di fondo. Un modesto zapping basta a capire che è inutile declamare estremisticamente, come ora sto purtroppo facendo. Bisogna dire di no [«Nicht Mitmachen», «Non collaborare» aveva detto Löwenthal][5]; ma c’è qualcosa di più difficile e sto cercando di farlo: dire di sì in modo da non nascondere il “no” di fondo; se si crede di averlo e saperlo. Pagare di persona, secondo le regole del finto mercato che fingiamo di accettare: ossia dimettersi o costringere altrui alle dimissioni, ritirare o apporre le firme e le qualifiche e il proprio passato, affrontare sulla soglia di casa o di redazione le bastonature fisiche o morali già in scadenza. Anni fa scrissi, enfaticamente, che il luogo del prossimo scontro sarebbero state le redazioni. Quel momento è venuto, il luogo è questo. Chi tiene famiglia, esca. Chi ha figli sappia che un giorno essi guarderanno con rispetto o con odio alle sue scelte di oggi. Scade il primo semestre di chi ha preso il potere, come tanti altri, legalmente, coi voti di un terzo degli elettori, ossia giocando con la manovra dell’informazione e la debilità culturale ed economica di tanti nostri connazionali e, perché no, con la nostra medesima.

Cari amici, non sempre chiari compagni; / cari avversari, non sempre invisibili agenti e spie; / non chiari ma visibilissimi nemici; / vi saluta un intellettuale, un letterato, dunque un niente. / Dimenticatelo se potete»[6].

Come dice un grande poeta metafisico rumeno, forse non abbastanza riconosciuto fuori del suo Paese:

e non posso, non posso decifrare
nulla,
e questo stato d’animo, esso stesso,
si adira con me,
e mi condanna, indecifrabile,
ad una perpetua attesa,
ad una tensione dei significati in se stessi,
fino a buscarsi la forma delle mele, delle foglie,
delle ombre,
degli uccelli[7].

La conclusione riprende quella eccelsa di Eliot, quando ci racconta ciò che disse il tuono, What the Thunder Said:

I sat upon the shore
Fishing, with the arid plain behind me
Shall I at least set my lands in order?
London Bridge is falling down falling down falling down

Poi s’ascose nel foco che gli affina
Quando fiam uti chelidon
– O swallow swallow
Le Prince d’Aquitaine à la tour abolie
These fragments I have shored against my ruins
Why then Ile fit you. Hieronymo’s mad againe.
Datta. Dayadhvam. Damyata.
Shantih shantih shantih[8]

Nella terra desolata, Antonietta scorge una umanità che ha perso ogni altra residua speranza, dopo che gli dèi hanno abbandonato la terra, secondo l’antico mito rammentato da Foscolo:

Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri; einvolve
tutte cose l’obblio nella sua notte;[9]

Ma è la magia suprema e umbratile dell’arte che può, come direbbe Montale, disvelare «il punto morto del mondo, l'anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità[10]». Le Grazie ne erano già state leggiadre portatrici:

Io dal mio poggio
quando tacciono i venti fra le torri
della vaga Firenze, odo un Silvano
ospite ignoto a’ taciti eremiti
del vicino Oliveto: ei sul meriggio
fa sua casa un frascato, e a suon d’avena
le pecorelle sue chiama alla fonte.
Chiama due brune giovani la sera,
né piegar erba mi parean ballando.
Esso mena la danza. […]11

Solo l’arte vince il tempo, solo là dove tutto dura per sempre, From Here to Eternity12:

Il tempo con sue fredde ale vi spazza
Fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
Di lor canto i deserti, e l’armonia
Vince di mille secoli il silenzio13.

Bergson fu il primo tra i filosofi moderni a mettere in guardia l’uomo, profeticamente – in nome della grande tradizione umanistica –, contro la crescente tendenza a considerare la tecnica come fine e non più come mezzo, rendendo l’individuo schiavo dei suoi stessi strumenti: egli riteneva che solo l’«intuizione» e l’ «élan vital» potessero fornire all’individuo una comprensione autentica della realtà, aiutandolo a trovare nella «religione aperta» quel «supplemento d’anima» di cui l’uomo ha un sempre più irrinunciabile bisogno14 – l’arte e la religione, insomma la spiritualità.

Per la poetessa è proprio la religione l’unica via d’uscita rimasta: è così che negli ultimi versi ella prorompe in un grido straziante di aiuto (una sorta di Urschrei, di ‘urlo primordiale’ espressionista) che squarcia il ‘silenzio di Dio’ e apre la strada all’ultima speranza possibile di salvezza e ad una (distopica?) palingenesi universale:

Salvaci! Ciascun da se stesso salva
Paradiso è la terra col Divino.


Note

[1] Cfr. Manuel Castells, Galassia Internet, Milano, Feltrinelli, 2002: un testo fondamentale per comprendere la rivoluzione copernicana generata da Internet e dall’avvento della Seconda Informatica: la Internet Galaxy, come recita il titolo originale del libro.

[2] Metafora nietzscheana e poi severiniana, in uno con la questione del ‘dominio della tecnica’ (del filosofo bresciano cfr., in particolare, Emanuele Severino, Il destino della tecnica, Milano, Rizzoli, 1998; Natalino Irti – Emanuele Severino, Dialogo su diritto e tecnica, Bari, Laterza, 2001; Emanuele Severino, Téchne. Le radici della violenza, Milano, Rizzoli, 2002; e Id., Il nulla e la poesia. Alla fine dell'età della tecnica: Leopardi, Milano, Rizzoli, 2005).

[3] Max Horkheimer,Eclisse della ragione,Torino, Einaudi, 1969, p. 113.

[4] Cfr., su codeste tematiche, Roberto Pasanisi, Il ‘folle scialo’. L’Italia allo sbando, la ‘falsa soggettività’, l’industria culturale, in “Nuove Lettere”, II, 3, 1991, pp. 11-22; Id., Il tempo dei giusti e degli onesti: dall’ ‘orrendo banchetto’ al ‘sacco del lucroso bottino’; dalla ‘rivoluzione morbida’ alla ‘primavera italiana’, in “Nuove Lettere”, III, 4, 1992, pp. 15-29; Id., Il sogno mancato: «sviluppo senza progresso», «laicizzazione ebete» e ‘gestione dell’esistente’. La II Repubblica che non è nata, in “Nuove Lettere”, IV-VII, 5-8, 1996, pp. 19-40; Id., «Ahi serva Italia...». Clientelismo, corruzione, corporativismo e degrado culturale nell’Italia dei begolardi, in “Nuove Lettere”, VIII-IX, 9-10, 1998, pp. 21-51; Id., «Benché ‘l parlar sia indarno». I sacri valori della cultura, della libertà e della giustizia nell’ ‘Italia senza qualità’, in “Nuove Lettere”, X, 11, 1999, pp. 21-41; Id., «Come polli d’allevamento». Repressione e barbarie in Italia: «spirito della televisione» e «nuovo fascismo», in “Nuove Lettere”, XI, 12, 2000, pp. 19-25; Id., Come polli d’allevamento, in “Prospettiva Persona”, XI, 39, 2002, pp. 32-34; Id., «Con le armi della poesia»: spirito della televisione e nuovo fascismo, in “Pagine Corsare”, http://www.pasolini.net/contributi_pasanisi.htm, 1/X/2003; Id., Il deserto avanza (Editoriale), in “Nuove Lettere”, XIX, 13, 2008, pp. 27-32; Id., Con le armi della poesia, in “All Europa.ru” (Интернет-журнал «Вся Европа.ru»), MGIMO State University of International Relations, European Studies Institute, Moscow, www.mgimo.rualleurope200621bez-perevoda2.html, http://alleuropa.ru/index.php?option=com_content&task=view&id=728, 6, XXIII, giugno 2008.

[5] «Nella situazione di crisi l’intellettuale rimane “intatto”, integerrimo, solo se non si ritrae nella torre d’avorio delle parole sovratemporali, ma prende posizione». Leo Löwenthal, L’integrità dell’intellettuale. In memoria di Walter Benjamin [1977], in Leo Löwenthal, L’integrità degli intellettuali. La cultura di massa e la Scuola di Francoforte (a cura di Carlo Bordoni), Chieti, Solfanelli, 1991, pp. 15-38, p. 27.

[6] Franco Fortini, Una lettera del 5 novembre: «Cari amici, non sempre chiari compagni», “Corriere della Sera”, 29/XI/1994, p. 29. Cfr. anche Paolo Di Stefano, Fortini. La poesia sulle barricate. Maestri. Critico e scrittore impegnato. È scomparsa una delle più significative e controverse figure della cultura italiana del ‘900, “Corriere della Sera”, 29/XI/1994, p. 29.

[7] Nichita Stanescu, 11 Elegii. Ultima cină (11 Elegie. Il cenacolo), Bucarest, Editura Tineretului, 1966. Quinta Elegia. La tentazione del reale, vv. 20-29 (qui nella traduzione di Geo Vasile, in “Orizzonti culturali italo-romeni”, 7-8, III, 2013).

[8] Sono gli ultimi dieci memorabili versi di Thomas Stearns Eliot, The Waste Land, New York, W.W. Norton, 2001, III: What the Thunder Said.

[9] Ugo Foscolo, Dei Sepolcri (1807), vv. 16-18. Scelte opere di Ugo Foscolo, Firenze,Poligrafica Fiesolana,1835.

[10] I Limoni, vv. 27-29. Eugenio Montale, Ossi di seppia, Torino, Piero Gobetti Editore, 1925.

11 Le Grazie. Inno secondo: Vesta, vv. 399-408. Opere di Ugo Foscolo (IV ed.), Milano, Ugo Mursia editore, 1967.

12 Fred Zinnemann , Da qui all'eternità (From Here to Eternity; USA; 1953), opera d’arte cinematografica e cult movie tratto dall'omonimo best seller di James Jones (1951).

13 Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 231-234, Ibidem.

14 Cfr. specialmente Henry Bergson, L’intuizione filosofica [1911], in Introduzione alla metafisica, tr. it., Bologna, Zanichelli, 1949, pp. 69-94 e Maurice Merleau-Ponty, Elogio della filosofia [1953], tr. it., Torino, Paravia, 1958, pp. 12-30. Intorno a codesto tema nella letteratura moderna e contemporanea, più in generale, cfr. Roberto Pasanisi, Le «muse bendate»: la poesia del Novecento contro la modernità, Pisa - Roma, IEPI (Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali), 2000 (Prefazione di Constantin Frosin; Postfazione di Carmine Di Biase).

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