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La poesia della vita e l'abolizione del tempo in Proust

in: Aa.Vv., Conversazioni con Proust,
La Recherche, 2001.

C’è un’età della vita, in cui ogni uomo può vantarsi di essere un dio e godere di una natura “immortale”. L’eternità sembra essere una condizione naturale dell’esistenza umana, la morte un evento impossibile, che non appartiene all’uomo-dio e su cui non ha senso soffermarsi…È l’età dell’infanzia che ha il suo ponte ideale, il suo prolungamento nell’adolescenza. In questo stato di grazia, il tempo è “abolito”: il passato non esiste, o non gode di molta considerazione presso la memoria che lo sfiora appena, e il futuro è un a-venire incompatibile con quell’età che respira in un presente duraturo.

Proust, il “ricercatore” per eccellenza del “Tempo perduto” dell’infanzia, sembra porsi in contraddizione con la dimensione eterna di questa età, in cui il tempo “si assenta” e, perciò, non può essere “perduto”. Tanto più che a Proust non sfugge questo sentimento del tempo immortale, segnato dal passo del “dio” che vi lascia orme incancellabili. All’interno della “Recherche”, la grande illusione dell’eternità, portatrice, conservatrice di una “vita ancora intatta e che solo il mattino successivo si sarebbe iniziata[1], è infranta dalle parole che il padre, parlando con la moglie, rivolge a Marcel: “Lui non è più un bambino[2], insinuando in lui “due sospetti tremendamente dolorosi. Il primo era che (…) la mia esistenza fosse già cominciata (…) Il secondo sospetto (…) era ch’io non fossi situato al di fuori del Tempo, ma sottoposto alle sue leggi”.[3] È, dunque, questa brusca “caduta” nel tempo che dà inizio all’esistenza e rende possibile e coerente la “Recherche”, dove l’ansia di ritrovare il passato convive, spesso, con il desiderio di annullarlo.

A suscitare fortemente tale desiderio è il Capodanno in cui Proust, finite le visite di famiglia con la mamma, corre ai Champs-Élysées per consegnare, tramite la venditrice ambulante, una lettera a Gilberte, dove confessa di volere dimenticare “i torti e le delusioni” auspicando di potere costruire insieme con lei “dal 1° gennaio un’amicizia nuova” e sottolineando che “l’antica amicizia spariva con l’anno trascorso[4]. Alla sera, la speranza di potere confidare nel nuovo anno, foriero “di un nuovo mondo dove nulla sussistesse dell’antico”, viene meno con “la sensazione e il presentimento che il Capodanno non fosse un giorno diverso dagli altri, che non fosse il primo giorno d’un mondo nuovo dove avrei potuto, con probabilità ancora intatte, rifare la conoscenza di Gilberte come al tempo della Creazione, come se non esistesse un passato[5]. Abolire, dunque, il tempo, ritornare al primo mattino del mondo, iniziare una nuova vita con la speranza di dimorare felicemente in un eterno presente, è, tutto questo, un pensiero ricorrente, l’anima della “Recherche”, che s’intreccia con la coscienza del divenire, con questo flusso interrotto dal movimento opposto della memoria involontaria, la quale sembra assecondare, obbedire al desiderio ideale e consapevole di rivivere il passato, di fare del suo fermo immagine, dei suoi ritorni istantanei e felici una dimora duratura. Se il passato è il Tempo ritrovato, se esso travalica la sfera del vissuto e, sciabordando e scorrendo nel letto della scrittura, si distende, raccogliendosi, nelle acque del presente, allora il divenire si arresta nell’eterna ripetizione, nella realtà dell’essere che dura. Perché la durata va oltre il semplice ricordo, è un evento reale, è ciò che accade di nuovo in un nuovo segmento del tempo; non è “un’ombra, un’eco di sensazione passata…ma quella medesima sensazione”. Così, l’inciampare nel lastricato del cortile di Guermantes è quell’inciampare sulla pietra irregolare del Battistero di San Marco: un evento, questo, accaduto molti anni prima e dimenticato e che si ripresenta di colpo, sovrapponendosi, coincidendo in modo simultaneo con l’altro evento più attuale. Qui, il Tempo ritrovato non è il frutto di una percezione sensoriale suscitatrice della memoria involontaria, ma di un insignificante incidente che, sorprendentemente, produce in Proust una gioia improvvisa, quella sensazione di felicità “provata un tempo su due lastre disuguali del battistero di San Marco” e alla quale si accompagnano tutte le altre sensazioni già narrate e disseminate nel romanzo. “[…] tutto il mio scoraggiamento svanì di fronte alla medesima felicità che, in periodi diversi della mia vita, mi avevano procurato sia la vista d’alberi che avevo creduto di riconoscere in una passeggiata in carrozza intorno a Balbec, sia la vista dei campanili di Martinville, sia il sapore d’una maddalena inzuppata in un infuso[6]. E questo senso di felicità si accresce quando nel palazzo dei Guermantes il nostro Narratore, ovvero, l’io narrante di Proust, avverte il “tinnìo” di un cucchiaio che batte contro un piatto, o quando si asciuga la bocca con un tovagliolo ruvido: fatti, questi, che gli ricordano, rispettivamente, la martellata d’un ferroviere su una ruota del treno fermo in aperta campagna, durante un suo viaggio di ritorno a Parigi e “la stessa inamidata rigidezza dell’asciugamano” che egli aveva usato il giorno del suo arrivo a Balbec[7].

È grazie a queste analogie, a queste «corrispondenze», colte prima dal Romanticismo e poi magistralmente usate da Baudelaire, che entriamo nel mondo di Proust, penetriamo nel suo cuore, nella sua anima profonda, esploriamo la sua personalità complessa. Si tratta di semplici “impressioni”, di visioni fuggevoli e indistinte, d’istanti “puri” e abbaglianti, che si verificano raramente nella nostra vita vissuta e a cui diamo solo un’importanza relativa e superficiale, ma che Proust ha saputo valorizzare, riportare in profondità ed evidenziare attraverso la scrittura e che abbiamo imparato a chiamare “resurrezioni”, “intermittenze”, “estasi”, “epifanie”, provando così una gioia nella bocca, intravedendo, afferrando in esse una verità, ravvisandovi qualcosa di sacro. È nella scrittura, dove il tempo è raccontato, che quel banale incidente dilata le proprie proporzioni e acquista uno spessore caricandosi di messaggi, di significati, che sono il frutto di riflessione, di meditativa immaginazione, mossa da una realtà ideale, non astratta, e da un sentimento nuovo del tempo. Quell’incespicare, quella quasi caduta, quella sensazione passeggera che ne consegue e che fa inter-essere passato e presente, fondendoli in un unico istante, è per sempre fissata dalla scrittura che la descrive come un evento fuori dello spazio e del tempo, con quei due flash in essa r-accolti: l’apparizione di Venezia e l’apparizione di Guermantes, che con la loro intemporalità cancellano, di colpo, la realtà presente, passata e futura aprendo al nostro Poeta (finalmente tale!) una porta magica, offrendogli una possibilità di salvezza. “Ma a volte, proprio nell’attimo in cui tutto ci sembra perduto, giunge il messaggio che ci può salvare: abbiamo bussato a porte che davan tutte sul nulla; e la sola per cui si può entrare e che avremmo cercato invano cent’anni, in quella urtiamo inavvertitamente, e s’apre”.[8]

È la poesia della vita, della natura umana, racchiusa dentro quella multipla sensazione, che rimuove in Proust il dubbio circa le proprie doti letterarie e lo consacra poeta a tutti gli effetti dandogli quella gioia che è vocazione alla scrittura e certezza di vivere una vita più vera in quei miracolosi istanti, in cui avverte di “respirare un’aria nuova - nuova proprio perché è un’aria che s’è già respirata altra volta - aria più pura”.[9] « La gioia che gli dà il potere di scrivere non l’autorizza a scrivere qualsiasi cosa, ma solo a comunicare tali istanti di gioia e la verità che palpita dietro tali istanti».[10]

Così un semplice evento, una semplice percezione diventa un pezzo di vita nel corpo della scrittura, e in questa “tranche de vie” respira un’intera esistenza, un uomo rinnovato, “affrancato dall’ordine temporale”, il quale ora sa di potere attingere in sé stesso e di potere confidare negli uomini (“Gli uomini potrebbero ispirarmi quello che la natura non mi dà più”) e nella gioia, grazie alla quale “è comprensibile che la parola morte non abbia più senso per lui, situato fuori del tempo”.[11]

L’uomo, dunque, diventa per Proust la vera e unica fonte d’ispirazione, in grado di risvegliare in lui l’amore per la natura e il desiderio di trasmettere al lettore “un godimento privato”, di partecipare la gioia di ritrovarsi in “un frammento di tempo allo stato puro”. La pietra in cui egli inciampa diventa il fondamento della scrittura, la quale alimenta, descrivendola, dettagliatamente, con molte colorazioni nel linguaggio e nello stile, quella felicità suscitata dalle reminiscenze involontarie che lo trasportano in una “realtà extratemporale” lasciandogli così intuire che il tempo può essere abolito e la morte sconfitta, o vissuta con indifferenza e perciò differita. “Ma perché mai le immagini di Combray e di Venezia mi avevano suscitato, nell’un momento e nell’altro, una gioia simile a una certezza e bastevole, senza altre prove, a rendermi indifferente la morte?”.

È ancora un episodio, un fatto banale, che gli fa prendere realmente coscienza, questa volta, della realtà tragica della morte, la quale gli si presenta nella sua spietata verità, con il suo carico di dolore e di sofferenza, nel volto della nonna ormai morta e risuscitata nel ricordo, attraverso quel futile gesto di togliersi le scarpe che egli compie, non più bambino, in Normandia, in quella camera d’albergo in cui anni prima era stato con lei. È la nonna, è lei che gli slaccia le scarpe, come allora, sovrapponendosi la sua immagine al gesto da lui ora compiuto! Ed è qui, in questo semplice gesto, in questa tragica rivelazione che si annuncia, per la prima volta, quella salvezza che ritroviamo realizzata in Le Temps retrouvé, in quella pietra d’inciampo, in quella gioia, che è il tempo abolito e il tempo miracoloso della scrittura.

La “Recherche” non è un andare verso il passato per ritrovarlo e perderlo di nuovo nel tempo presente; non ci si riempie gli occhi di ciò che si è vissuto per ritornare nel presente ad occhi vuoti; non si va per ritornare, ma per entrare in una nuova dimensione, in una realtà altra, diversa dal passato e dal presente e che non è né l’uno né l’altro, ma l’uno e l’altro insieme. Non c’è circolarità nella “Recherche” che si risolve nell’abolizione del tempo, dove nulla si perde e nulla si ritrova, esistendo soltanto un eterno presente, un “eterno ritorno” dell’uguale, per dirla (alla lontana) con Nietzsche, a differenza del quale non è la «volontà di potenza» a vincere sul tempo distruttore, ma la memoria involontaria con i suoi istanti di felicità, in cui si raccoglie un’intera vita umana. Questa memoria involontaria, che sembra in contraddizione con l’atto volontario della “Ricerca”, proprio in quanto agisce liberamente, sfugge “all’ordine del tempo” ed è per mezzo di essa che la “Recherche” può avere inizio e compiersi con il ritrovamento del tempo, che equivale a trarsi fuori da esso.

Il Tempo ritrovato, dunque, è il Tempo abolito. È la Poesia della vita, sono le intermittences du cœur a generare e orientare in quella direzione tutta la “Recherche”. Esse dominano sulla grande mole dell’opera, vi gettano una luce ristoratrice, purificatrice, che inebria e consola, che ci sprofonda e ci innalza e che ci fa sognare con la coscienza di vivere qualcosa di reale, che ci appartiene, che ci è familiare e che è all’origine della nostra esistenza: il mito inviolato della felicità. Queste illuminazioni, da sole, bastano a rendere la grandezza dell’opera, permettendoci di sorvolare, di pazientarci, di “digerire” le lunghe, prolisse descrizioni, divagazioni e digressioni. E annunciandoci e mettendoci sempre in attesa di nuove estasi c’introducono, poco per volta, nelle grandi cattedrali dello spirito e del pensiero, dove la Poesia della vita è custodita e, a sua volta, custodisce e alimenta il proprio linguaggio facendosi, essa stessa, poesia, arte, vocazione. Essa è la sorgente, solo dalla quale è possibile attingere quella gioia pura che il reale non è in grado di suscitare. (“Avevo troppo sperimentato l’impossibilità di attingere dal reale ciò che era in fondo a me stesso”).[12] Queste illuminazioni sono il corto circuito del tempo, ne spezzano la circolarità separando passato e presente, di cui realizzano quell’unione più profonda che è la loro intemporalità: «l’eterna ripetizione, l’eterna restaurazione della felicità prima e originaria. Questa idea elegiaca della felicità (che si potrebbe anche chiamare idea eleatica) è ciò che per Proust trasforma l’esistenza in una riserva del ricordo!».[13]

Non è, forse, l’ex-sistentia, secondo la lezione di Heidegger, ma già nel suo etimo latino, uno “stare fuori” dell’essere ontologico e, quindi, una «deiezione»[14], una caduta nel tempo da cui bisogna risalire? E l’abolizione del tempo non è, forse, questa risalita?, un trarsi fuori dal tempo, dal suo essere mortale? E quest’idea della felicità, che sembra porre Proust sulla scia di Parmenide e che è il cuore della “Recherche”, non è, forse, il tempo dell’essere originario, l’unità «estatica» di passato, presente e futuro, sepolta nell’oblio esistenziale e che trova nell’esistenza la maniera di manifestarsi, di epifanizzarsi attraverso quegli “istanti puri” in cui si raccoglie l’eternità?

Queste “resurrezioni”, in cui la vita si eterna, trovano nel linguaggio, soprattutto poetico, la loro espressione più naturale. Sono, esse, la poesia della vita, del mondo interiore, o dello spirito, che chiama e sollecita Proust all’opera. E in questo senso, la “Recherche” è, per Proust, un prendere coscienza della propria vocazione di scrittore e metterla in pratica, ed è una risposta a sé stesso e all’angoscia attraverso quella gioia, suscitata dalle immagini di Combray e di Venezia, che gli danno la certezza della salvezza, e che è bastevole a rendergli la morte indifferente.

Note


[1] M. Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore, Oscar Mondadori, 1970, pag. 58

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] Ivi, pagg. 62-63

[5] Ivi, pag. 63

[6] M. Proust, Il tempo ritrovato, Oscar Mondatori, 1970, pag.175

[7] Ivi, pagg. 177 - 178

[8] Ivi, pag. 175

[9] Ivi, pag. 179

[10] M. Blanchot, L’esperienza di Proust, in Il libro a venire, Einaudi, 1969, pag. 28

[11] M. Proust, Il tempo ritrovato, cit. pag. 182

[12] Ivi, pag.186

[13] W. Benjamin, Per un ritratto di Proust, in Avanguardia e rivoluzione, Einaudi, 1973, pag. 30

[14] Il termine (ted. Verfallen) è heideggeriano e sta a significare l’essere decaduto dell’uomo, il suo «essere-gettato» nel mondo della quotidianità, dell’opinione, al livello delle cose.


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