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Questa silloge poetica di Franca Alaimo ha, per certi “versi”, la struttura di una fiaba. Motivi magici ed elementi sacri sono strettamente intrecciati fra di loro e ne costituiscono, per buona parte, il tessuto. Il titolo e l’incipit (“I doni”) rivelano subito l’ascendente “sacro” della Poesia, la sua nascita regale e, al tempo stesso, il suo ruolo di Cenerentola, ovvero, il suo stato di “povertà” in un mondo che non è il suo regno.

Nella poesia che apre la raccolta (e che somiglia a una fiaba) sembra esserci un riferimento ai doni che i Re Magi offrono al Bambino celeste. Ma qui, i doni sono le predizioni di tre fate alla piccola e futura poetessa. Sono due cattive profezie, e una buona, la quale annuncia la Poesia, unico vero dono, capace di comunicazione, di tessere nobili e splendidi discorsi (“Filo d’oro”) ed essere “Brace!”, di ardere ancora, come incenso e mirra, oltre ogni dissipazione e annichilimento, quando, cioè, il mondo sarà spogliato di tutti i suoi valori. (“Brace! Filo d’oro! (…) / I tuoi versi di nettari e colori/Arderanno sotto la cenere del mondo”).

Franca Alaimo, come Cenerentola, può vantare un cuore gentile e un fervore d’animo per grazia ricevuta (“O tutta fiori, bella donna d’amore”) e non è immune dalla cattiveria, dall’invidia, dalla gelosia, dall’indifferenza, di chi non sa o non vuole riconoscerle quella dote poetica che la fa ricca e che smentisce, sovvertendole, - proprio come accade a Cenerentola - le prime due tremende divinazioni: (“Povertà, bocca affamata, Bambina senza nenie. Nulla!” “Vento di tramontana! Ragazza barcollante e solitaria!”). Poeta di nascita e per elezione, Franca sperimenta presto la responsabilità e la difficoltà che comporta una così alta e regale investitura, anche se al poeta non si chiede la salvezza del mondo. C’è un parallelismo tra la corona di spine del Salvatore e questa “corona di latta”, che fa della Nostra una testimone della miseria morale in cui versano gli uomini e, dunque, della propria impotenza, ovvero, dell’impotenza della Poesia, del suo “potere” negato, svalutato, a imitazione del “potere” divino, dissacrato e dileggiato. Per la nostra poetessa, iniziata al rito magico della parola creatrice, la Poesia è il “recinto sacro” “disegnato” come un mandala e “concimato con le parole del Figlio. Perché tutto diventasse desiderio e amore”. Ma il sacro richiede il sacrificio di “consumare sé stessi”, di “svuotarsi” di ogni egoismo e narcisismo per “Bruciare fino alla cenere”, per ardere, cioè, del divino fuoco della bellezza poetica.

Ma come può il poeta, fedele, come la nostra F. Alaimo, alla vita e alla Poesia che ne esprime ed esalta il miracolo, cantare la sofferenza e la morte? Come può lasciare affiorare il canto in tutta la sua bellezza, nel suo splendore, ed elargire questo “nettare”, questo “miele” senza che esso sia prima liberato “dal male che trabocca” e purificato? La voce della Poesia, grondante sangue, “Come Cristo sta appesa alla sua croce”(come già le cetre dei poeti appese ai salici, nel canto quasimodiano) pronta di nuovo a cantare, a “risorgere”, a rifiorire “come una rosa rossa” coltivata nel dolore e rinvigorita dall’inesauribile passione. La cattiveria, l’indifferenza, la derisione non prevarranno sui “poveri di spirito”, su chi, elevando la Poesia a propria dimora, non ne fa una torre d’avorio, ma un grembo al quale rimettersi e affidare umilmente la propria rinascita (“Lezione di umiltà”) nella convinzione che nulla potrà intaccare la regalità di una corona che, sia essa di spine o “di latta”, è segno di gioia e di amore infinito, in quanto cinge tutt’intorno quello spazio che è il “recinto sacro” della Poesia, della quale rivela il valore e l’autorità che trascendono questo nostro regno mortale.

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