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In occasione della presentazione
Roma, 1 aprile 1999,
Sindacato Nazionale Scrittori

“Conosco Gian Piero da diversi anni ormai, anni giovani ma forse ancora più lunghi, intensi, più formativi e, quindi, prima di questo libro e di un paio di plaquette precedenti, posso dire di averlo letto su alcuni dattiloscritti. Anzi il primo dattiloscritto che ho apprezzato è stato un suo lavoro, che poi in parte è confluito qua dentro, sull’arte. Un tentativo di ricreare sinesteticamente i segni, i disegni di diversi artisti tra cui Burri, Braque, Van Gogh e altri.

Cosa mi ha convinto di Gian Piero? Mi ha convinto non solo il contenuto, già molto forte nell’urgenza del dire, ma la parola rivelata. La capacità, molto rara di questi tempi, di saltare i trabocchetti degli sperimentalismi fini a se stessi e le lusinghe, le sirene da un lato orfiche e dall’altro neoesistenziali, trite e ritrite. Sentivo che in te la parola è in una continua ricerca, una continua sperimentazione per nominarsi, per dirsi, per cercare, ormai alle soglie del nuovo millennio, per non disperdere il grosso patrimonio letterario che ci ha nutrito e che ci ha donato il ‘900, un secolo turbinoso, doloroso. Ecco si parla tanto di dolore in questo libro. In fondo questo è anche un viaggio al termine della notte del dolore, voglio dire, che è un viaggio dentro, oltre il dolore. La parola è il battello ebbro, è il veicolo, è il vascello. Il mare della lingua è tutto quanto noi attraversiamo, così, al di là dei rischi della storia, rischi delle tenebre, al di là dei giochi di un amore ritrovato, riottenuto oppure perduto, ferito. E, come dicevo, questa grossa urgenza stilistica. Ecco, tu eri, tu sei, un poeta altamente intellettuale, perché la tua è una poesia purificata, una poesia che ha bisogno di grossi costrutti, non è una poesia che si attiene alla semplice ispirazione: è una poesia che macera se stessa là dove diventa quasi un ingranaggio dentato per mettere in moto questa macchina. L’ingranaggio è un termine sartriano, era una sceneggiatura di Sartre; questo ingranaggio da una parte esistenzialista, dall’altro anche un artificio stilistico, una prova di pensiero. Però il pensiero, tu poi leggerai qualche verso, è sempre in cerca di qualcosa, di una verità. E’ una poesia che nomina di Dio, che cerca Dio, in modo laico e terreno, a me molto caro (io ho scritto un libro, Preghiere di un laico) e qui sento una preghiera, come atto di fede, che è assolutamente distante dal pietismo o dall’inginocchiarsi spirituale allontanato dai marasmi della vita, dai gironi della vita. Ed è anche una commedia del sentire, commedia dantesca, voglio dire. Ed è un libro che esordisce con un poemetto, certo un poemetto giovanile, frastagliato, essenziale dove la frase stessa in qualche modo si spezzetta e ha bisogno nominandosi icasticamente di ripetersi e di arringarsi. E curioso invece che non sia piaciuto alla Bettarini questo poemetto, a quanto lei dice, perché troppo arreso a questa prova icastica della parola. Il fatto che tu parti da questa perdita della parola è segno che tu non dai per scontato nulla, perché noi partiamo dall’attraversamento di una terra desolata, ma anche in senso novecentesco.. noi partiamo da Eliot, oserei dire anche dopo Becket, Becket ha scritto anche poesie che tu conosci bene. Noi partiamo dall’innominabile, dall’innominabilità del reale e, vorrei dire, perfino della prova poetica. Non è possibile più dare fede a questa parola se noi la prendiamo così come stilema fine a se stesso, lussureggiante, come un barocchismo di fine secolo.

[L'autore]: "L’intento era di evidenziare una parola che stenta e che non può andare avanti che a balbettii e da lì ripartire.."

E infatti molte volte nei tuoi versi ci sono delle strofe che sono ripetute, dei passaggi che sono ripetuti come un qualcosa che bisogna sottolineare oppure ritrovare, argomentare. Quindi io trovo che questo passaggio è anche un atto dovuto nei confronti della tua generazione.. Gian Piero è del 1967 e in letteratura significa essere giovanissimi.. hai cominciato a far poesia a vent’anni ora hai attraversato i trenta e sono anni cruciali, non solo per il passaggio del secolo, se tu prendi anche lo scenario novecentesco che tu a volte evochi con delle bellissime epigrafi, che sono sì degli omaggi ma appartengono anche ad una topografia interiore di cui ci serviamo ad ogni attraversamento. Ci sono dei padri, dei nonni tutelari, storici, non solo quelli a cui prestato un tributo più evidente come Jabbes, Luzi, ecc. Ma ci sono anche dei debiti a cui il tuo orecchio che è molto forbito, ma anche molto colto, paga a chi ha indicato la via, a chi ha dato una soluzione a quella parola dispersa del novecento. Non ci dimentichiamo che anche Ungaretti ha cominciato con una parola che balbettava a se stessa che aveva bisogno di nominare in un verso solo, in fiato quel dicibile, sensibile, di quel momento… il famoso “M’illumino d’immenso” o anche “la balaustrata di brezza dove appoggiare stasera la mia malinconia” e non è un caso che tu hai qualche ascendenza ungarettiana. Ma poi c’è anche Montale.. ci sono “Le occasioni” di Montale, quel destino di luce radente. C’è un incontro con Dio, che non è, come ho detto prima, inginocchiatoio lirico, E’ un incontro doloroso, tu parli di un Dio di terribilità, invochi una chiarità una dolcezza che venga appunto dopo una prova di terribilità..e questo è un problema enorme. Accenniamo soltanto ma poi andiamo via perché è un continente enorme, è la diversità tra Antico Testamento e Nuovo Testamento, dal Signore degli eserciti alla Buona Novella, al Discorso della montagna.. è un problema abbastanza grosso. Qui ciò che sento molto forte, insomma è questo omaggio alla parola in un momento come questo in cui è fin troppo scontato salvarsi come succede a molti poeti che adottano un travestimento o una via di fuga o una loro predilezione. Il discorso della parola.. quando dici”Questo ritmo che………….. | immaginifici. Non è un caso che tu tiri fuori un termine come immaginifico che all’esordio del secolo di cui si vantava D’Annunzio che è stato un grande poeta e un grande lavoratore della parola, lui poteva inanella re venti, trenta verbi, ti ricordi l’onda?, che avevano attinenza lirica con quell’oggetto o soggetto indagato. E’ un libro come un esame di maturità sul novecento da parte di un giovane poeta di talento, che tra l’altro già si è messo in mostra in due o tre premi.. io ricordo la tua vittoria al Via di Ripetta al Bellezza, sono vittorie meritate, non poi così facili..Ci sono premi vinti con scambi, con favori,tu li hai vinti all’unanimità, tu il tuo scambio di favori li hai avuti con la poesia, colla musa, col tuo viaggio di dolore. E poi c’è questa idea molto affascinante- e qui sei prevertiano, tuo malgrado- di questo sguardo, di questo diritto di sguardo anche alle varie estetiche, ad una cultura in senso vasto che ti consente di ricreare, di guardare i quadri e di scrivere una poesia.. tu sai che è una tecnica che a me piace molto- ci ho dedicato un’intera antologia sulla storia dell’arte italiana in poesia. Ora tu lo fai con artisti multiformi e assolutamente di tutto il mondo ma io credo che pochi abbiano reso la valenza astratta di un Capogrossi come hai fatto tu in questa poesia che poi ci leggerai che si chiama “Osservando superficie124 di Giuseppe Caporossi”. Ogni quadro poi che fa? Diventa specchio per te stesso, specchio in cui affacciarsi e rispecchiare qualcosa della tua poetica quindi anche in te c’è questo scollamento, questa linea rossa, questo confine da travalicare tra l’amare e il sognare.. E infine c’è un momento dove non si capisce se l’incubo si sveglia sulla dolcezza del reale o viceversa l’incubo della realtà non trova pace come nei sonetti michelangioleschi nella dolcezza, nell’abbraccio della notte. Quindi ripeto, forte coscienza della parola, bisognava riperderla questa parola, bisognava arrivare alla balbuzie di una contemporaneità lirica per poi recuperare andando avanti il dettato e una certa sicurezza che ti porta, poi, nel corso del libro, nel tuo giovane percorso, a questi ultimi poemetti. Questo sotto le ali di Sereni, le poesie dedicate a Burri che è una sorta di florilegio dell’arte contemporanea, “Il ritorno” che è altamente metaforico. bello e che tu spero legga almeno un paio di passaggi, affascinante in una parola ritrovata che ti consente fortemente di sostenere il ritmo di pensiero nella poesia. Non è un caso che tu invochi Ranchetti, un autore molto musicale e che comunque è un filosofo. E possiamo dire che in te, così come in Ranchetti e nel miglior Luzi, facilmente la poesia trova un punto d’incontro, una mediazione forte, autorevole e divulgabile con la filosofia; il rapporto tra pensiero, tra teoresi e lirica non sturba, non è così difficile. Perché sai si è sempre detto che la poesia finisce dove comincia la filosofia e viceversa mentre io credo che il novecento abbia anche dimostrato…, prima ancora delle nostre deduzioni, ci hanno pensato personalità come Montale, come Auden, che tra l’altro si capisce come tu hai sentito, capito la sua “Età dell’ansia” che è sempre quella da cui deriviamo. Quindi ricapitolando, una grossa coscienza della parola, una parola che hai smitizzato dentro te stesso, nella tua formazione, hai ricominciato da capo con una feconda, fertile balbuzie in fondo proprio contemporanea, hai diffidato degli sperimentalismi fine a se stessi, pregiudiziali, ma anche di tutte quelle correnti poetiche più in voga che potrebbero davvero in qualche modo illudere la contemporaneità e di aver trovato una soluzione non soltanto stilistica ma anche concettuale e cioè i vari mitici, i vari orfici.

E’ una poesia che non assomiglia a nessuno, che onora tutto ciò da cui veniamo. Questo è importante perché i giovani vanno più avanti, hanno più futuro se rispettano di più il passato. Tu sai, voi sapete, noi sappiamo, che un albero butta fuori quanti più fiori, quanti più rami per quante radici ha sotto. Quindi difficile poi illudersi di poter crescere tagliandosi alle spalle le radici. Quindi una poesia che è un piacere leggendo poter ritrovare i frutti, gli umori del novecento. Parlavamo di Luzi ma anche di Zanzotto, lo Zanzotto più finemente, più dolcemente introspettivo fino alla “Beltà”. E poi questa tua cifra giovanile che ha bisogno di tante arti a cui, in fin dei conti, la letteratura sta pure stretta. Perché chi ha attraversato il dolore e ha attraversato anche la gioia di questa comprensione sa che la poesia non basta a se stessa ma che comunque riconduce sempre alla vita, una poesia che ti non ti fa perdere di vista il tuo percorso esistenziale, il tuo viaggio, i tuoi riti di memoria, la tua offerta di un corpo vivo. Volevo finire con questa dichiarazione di poetica che ricavo dalla tua stessa poesia a pagina 94: “In continuo un presente tutto nuovo | trabocca e penetra senza posa”. Quindi ecco il concetto di un presente che in qualche modo tu innovi, un’idea, una spinta di poesia che trabocca come un eccesso di novecento, come surplusse di storia e come penetrazione, tassello forte di storia.”Quando usciremo da noi stessi, restando noi stessi? | L’emozione è intelligenza, l’intelligenza è emozione”. Sembra una formula facile ma come è complicato mettere d’accordo l’emozione con l’intelligenza.. I poeti, chi ama la poesia, sa che non è facile razionalizzare il sentire. E non è facile dare sentimento alla ragione. “Ci specchiamo per essere tradotti e tradurre” – proprio nel senso etimologico di trasportare – ciò che al nostro occhio si trasfonda”. E qui c’è tutta la tua teoria di sguardo in questa poesia che è anche un punto di vista un architettura dell’intelligenza, dell’etimo lirico ma anche una voglia di trasformare e di trasformarsi, un desiderio di una forma che non sta mai ferma e che ha bisogno come forse le nostre idee, la nostra coscienza… quello che per qualcuno di noi potrebbe essere anche l’anima. Perché se la nostra stessa poesia non riesce a trasformarci e a trasformarsi grazie anche al nostro viverla, amarla prima ancora di scriverla, vale a poco, serve a poco.

[Alessandro Trigona Occhipinti]: "Ecco io mi permetto di dire due parole. Ovviamente io non sono un critico, non voglio parlare della poesia di Gian Piero Stefanoni. Voglio quasi parlare più dell’uomo Gian Piero Stefanoni che conosco davvero quasi dall’infanzia. Siamo cresciuti insieme e stiamo percorrendo un cammino che è quasi parallelo, io sul teatro, tu sulla poesia ma che ci vede incontrarci in diversi punti. Io devo dire che la poesia di Stefanoni è una poesia che mi colpisce, oserei dire mi tramortisce. Perché è impressionante come le sue parole, quello che lui dice, quello che lui scrive, non sono soltanto dei suoni ma qualcosa di più, sembrano quasi scolpite, scavate nella pelle, nella carne e in questa maniera sono ancora di più vissute. Quando lui usa un termine, un’espressione, una parola non è soltanto la ricerca di un significato, di una parola ma è vivere quella parola nella sua essenza più profonda e quasi a quel punto scavarsela addosso, farla ancora più propria.. e questa è la mia sensazione di lettore e di amico. Ecco, queste parole sono dei tagli inferti sul suo corpo vivo che poi è il mio corpo vivo. Io ho vissuto la nascita di questo libro, ho avuto l’onore- perché per me è un onore- di partecipare alla costruzione di questo libro.. ma sarebbe meglio dire parto, talmente intessuto e imbevuto di sé. Ed anche il discorso grafico di questi tagli, sono dei tagli potrei dire sulla tela come Fontana.. ma verrebbe da dire cicatrici sulla pelle, sulla carne dell’uomo divenendo più sofferte. Andando a concludere questo breve intervento, dico sto scrivendo un testo teatrale che si chiamerà “La coda del topo”. In questo testo teatrale inserirò una scena nella quale uno dei personaggi recita una parte del brano iniziale di questo libro. Questo gettare le fondamenta che è “Coloro che vanno ai morti” e a cui sono particolarmente legato..."

Uno dei testi più belli degli ultimi anni..

[Alessandro Trigona Occhipinti]: "Come dicevi tu, Plinio, è vero: le radici, le fondamenta sono fondamentali per un poeta, per un artista.. Io ho messo in bocca a un personaggio dei versi di Stefanoni e poi ho fatto dialogare alcuni personaggi su Stefanoni illustrandolo con queste parole:”Lui la poesia non la scrive, non la recita: la vive”. E queste sono le premesse per fare di un grande uomo un grande artista. Ed io questo tengo a sottolineare.

Recensione
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