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Poeticando
Diario d'un Laboratorio Poetico

Con una sua dote coriacea ed elegante di pazienza e stupore, resistenza fantasiosa e impennata tra l'aulico e l'ipermoderno, l'amico Paolo Carlucci mi manda – come suo unico, disperante reagente espressivo – gli anticorpi ispirati, i sierologici versi omeopatici, dei nuovi giorni della fase 2, sempre in tempo di lockdown... Testi intriganti, calzanti, angustiati ma felici.

È il dramma sempre nuovo e variato (contingentato, parcellizzato, decretato, controllato, vietato, vigilato, consentito ma per commi) dell'esistere in tempo di pandemia. Non basta: lui è insegnante alle superiori, e si trova così a dover educare mentre va educandosi al nuovo orizzonte: esistere, Esser-ci, ed insegnare mentre al contempo lui sta, stiamo in fondo tutti imparando il dramma della... nascita della Tragedia – Nietzsche docet – che avviene del resto ogni giorno... e non più, o non solo

"dallo spirito della Musica".

Ecco che anche la Poesia, ci diventa, gli trasmuta a parabola non meno culturale che esistenziale... La scuola è vuota, ci sono solo i professori, tu Professore... La scena è insomma da perfetto teatro dell'Assurdo, beckettiano. Col protagonista che declama i suoi versi in mezzo non alle Sedie di Ionesco ma ai banchi nuovi (con rotelle) della bella ma totalmente smarrita ministra Lucia Azzolina.

"Io prof presente resto in servizio, / presso la sede di appartenenza / disinfetto la ruggine del sapere / nell’aula che non risponde / racconto fatti e misteri d'Egitto / alle mie mummie, risvegliate / da un click intermittente di modernità."

Conosco Paolo da anni, gli ho prefato la sua prima vera raccolta, rutilante ed eclettica: Il mare delle nuvole; poi via via, tra viaggi culturali (quando si poteva farli) e pazienti sedute di laboratorio (Paolo ha la dote schietta di ascoltare i suggerimenti, di capire l'imprecisione di un verso-no; un passaggio sbagliato, e il bisogno invece d'illimpidimento sintattico, di rastremazione stilistica; insomma sa correggersi, sa provare e riprovare, come invitavano a fare i grandi scienziati-filosofi che hanno battezzato il moderno: Bacone, Galilei), altre iniziazioni o agnizioni saggiate in vitro e poi gemmate a libro: Erasmus generation, La terra domani...

Eppur si muove... Paolo dovrebbe oggi dirlo della poesia. Quella di tutti, del mondo, degli altri, prima che diventi nostra, prima che il cuore e la mente la facciano propria. In tempo, ripeto, di lockdown. Parziale, totale, regione per regione, coi coloretti accelerati da codice di prontosoccorso, da triage gnoseologico-esistenziale, travestito da suprema imposizione sanitaria, da diritto-dovere civil-terapeutico. Avere o essere. Eric Fromm, era il 1976, ricordate? Avere (o no) i sintomi, ed essere (risultare) contagiato, infettato.

Scherzo, ma anche Carlucci sceglie la via autoironica e sapienziale del test rapido poetico, sì, del tampone in fondo anche con la materia verbale, il muco o gli starnuti del quotidiano; poi con le diciture sociologiche, i distanziamenti sociali, i ravvedimenti onerosi (che è categoria invece da Agenzia delle Entrate) dei nostri cuori reclusi a casa o in ufficio, angustiati e diremmo vietati di Poesia.

"Neo archeologo della burocrazia a colori / scavo ombre e polvere di Storia nel palazzo / ritrovo nella terra occidentale i terrori / degli scribi che scrivono le forme del nulla"...

Bravo Paolo perché – ahinoi, mala tempora currunt – stai dando, in questi mesi orribili, io li chiamo tragico-metafisici, proprio e invece il meglio di te; credo proprio, con una maturità nuova, affrancato e quasi rigenerato dal dolore ancora recente e ineludibile della scomparsa di tuo padre, quando il figlio diventa ufficialmente, strenuamente il capofamiglia...

E mi conforta pensare che proprio nel momento più buio e infausto, molti nostri amici del laboratorio stanno per dare alla luce libri importanti, il compenso trasparente, suadente e mai dolente, forse ancora uno stilnovista intelletto d'amore, di raccolte sofferte e vissute, ma ora rifiorite. Vero, Elisabetta, che trasfiguri in un Dio/Fiume la nostra Storia? Vero, Gemma, che colloqui cogli alberi, con l'ultima foglia residua dell'Autunno? Per non parlare di Paola, a officiare il rito laico dei ricordi familiari, o della stessa Nina, alle prese col suo vorticoso e multiforme libro d'Arte, che è un inno alla Natura tradita, ferita dall'Uomo.

Paolo mi piace di più dove scherza sul progresso, ma con una sua amabilità incuriosita, spaventata anche, sì, ma senza i dinieghi leopardiani verso il progresso nefasto e obbrobrioso dei Nuovi Credenti: "S'arma Napoli a gara alla difesa / De' maccheroni suoi; ch'ai maccheroni / Anteposto il morir, troppo le pesa."...

Così questa ridda capziosa di dati, formule, inglese computeristico mitigato dal nostro latino colto, dalle aulicità benpensanti, insomma dalla cultura, quando non è brodo massmediatico, specchietto per le allodole da attirare nell'antro licenzioso, malvagio e malioso, tra le squinzie in mostra e i tronisti sciocchi del Grande Fratello.

Figlio unico – erede di quieta, educata classicità – Paolo si salva in versi, sceglie l'uscita di sicurezza della Poesia; suona, prenota la fermata, come sul suo 8, o peggio il 791, e scende; scende per continuare, passeggiare e sillabare in Villa (Pamphili) il suo personale, minimo vaccino lirico, per ora l'unico vero antidoto disponibile: "La tavoletta è la prova, la fonte del giardino / abbandonato dalla ragione. Anche gli dèi hanno / la mascherina in questo tempo misto della fine."

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