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Acque torbide

A monitorarlo, il primo ventennio del Duemila, estenuante epigono dell’ultimo Novecento, è contrassegnato da apostasia dei valori, abiurati in nome della fatuità, della sovranità dell’immagine, dell’impero dell’eterna giovinezza, quella stessa che indusse il dottor Faust, macerato dal tarlo del declino fisico, a pattuire con il diavolo la vendita dell’anima. Costante, tuttora in voga, se molti adulti, nella rosa di quelli che dovrebbero essere guida e supporto dei minori, si lasciano fagocitare dalla smania di rigenerarsi, illudendosi di ricreare e rivivere l’età verde col favore e la complicità dell’autoinganno. È, indubbiamente,una sintomatologia destabilizzante che attanaglia coppie di quarantenni-cinquantenni, stanchi di un ménage, che si trascina amorficamente, senza slanci affettivi e sussulti emozionali; è voglia irrazionale di fingersi un rinverginarsi senza darsi peso del trauma psichico che si può generare negli adolescenti, nell’età del malessere, disorientati dalla perdita di punti di riferimento.

Tale, il retroterra socio-storico-culturale-ambientale di Acque torbide, recente fatica di Monica Florio, romanzo costruito, si legge in IV di copertina, sul fascino perverso del Male che, nello specifico della tela, organata dall’Autrice, colpisce genitori e figli di una famiglia borghese medio-alta dell’area collinare napoletana.

Attenta alla fenomenologia del vissuto, Monica Florio coglie e rappresenta entrambi i genitori in una fase calante della razionalità e della psiche, corrispondente al momento in cui, accecati dal demone dell’eterna bellezza e giovinezza, intrecciano love story con partners più giovani e, nel tentativo di emularli, adottano pose e atteggiamenti risibili, che non potranno mai compararsi con la naturalezza, la spontaneità, la baldanza dei vent’anni. Vittime della corrosione della famiglia, i minori Valentina, adescata da Mauro, suo istruttore di nuoto, consumato pedofilo, che ha alle spalle una galleria di giovanissime abusate, e il fratellino Michele, soprannominato Polpetta, perché grassoccio e affetto da fame bulimica. Intelligente e intuitivo, con un fiuto da segugio alla Sherlock Holmes, il ragazzo, in luogo dei genitori, impelagati nelle problematiche individuali e esistenziali della mezza età, è il solo che capta e percepisce le intenzioni libidinose di Mauro nei confronti della sorella, indiscutibilmente bella:esile come un grissino, occhi azzurri, capelli biondi, fisico slanciato, soggiogata dal fascino dell’uomo maturo, abile nella tattica di abbindolamento. Per sventare il piano dell’incallito corruttore, Michi si scrive al corso di nuoto, senza eccellere in questo sport. Obiettivo: proteggere Valentina dalle mene cupide del detestato pedofilo, camuffato da questuante d’amore.

Da quanto è dato desumere, le acque torbide della vicenda tessuta da Monica Florio sono metafora di una fetta di umanità geneticamente tarata; un’umanità corrotta e depravata, vacua e narcisista, votata a un edonismo velleitario e vanesio: si riflette nello specchio deformante di un videri che è negazione dell’esse. Trattasi di una sfera sociale irrequieta, moralmente bacata, renitente ad accogliere la maturità godendo delle sane gioie, sebbene, talvolta, offuscate da accidenti di giornata, che questa stagione della vita ha in serbo.

Prototipi di alienati in libertà, siffatta tipologia di adulti disamorati e anaffettivi non merita considerazione alcuna, al contrario di Michele e Valentina. La scoperta del sesso e della femminilità, l’esaltazione del corteggiamento esercitano sulla neofita dell’amore la lusinga del catulliano similis deo videtur… superare divos, che le fa sognare carezze e amorevolezza da quello che nell’ immaginario adolescenziale si figura quale uomo della vita, ignara che per il piacere erotico delle sue acerbe grazie, il pedofilo simula di essere innamorato della madre. Siamo nel medias res del plot narrativo con una scabrosa situazione di competizione tra la figlia, che sboccia alla bellezza come tenera gemma, e la madre incupita dalla illecebre opacata.

È la radiografia dell’attuale contesto che Monica Florio visualizza con lente prismatica, al vaglio della latitanza dei genitori, responsabili inconfutabili dello sfaldamento della famiglia tradizionale, soppiantata da quella allargata, che turba i minori in un momento delicato del processo psicofisico.

In questo romanzo di Monica Florio il pessimismo sarebbe totale se uno spiraglio di ravvedimento non fosse determinato dall’eterogenesi dei fatti o da un provvidenziale deus ex machina, che ricuce l’ordito della tela, prospettando il rinsavire di entrambi i genitori, che possono aprire una breccia alla ricostituzione del nucleo familiare e al recupero affettivo dei figli, provati da un’esperienza di dissoluzione, che potrà condizionarli nel processo di crescita , incidendo negativamente sul loro avvenire prossimo futuro.

Recensione
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