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Aforismi

Per chi, paradossalmente, ne avesse solo vaga contezza, gli aforismi sono massime o sentenze di antica tradizione, a mezzo dei quali, con l’utilizzo di una parola ora allusiva, ora corrosiva, uomini di varia estrazione censurano la deriva del socio-civile-politico, quando questo registra inconfutabili segni di dissacrazione della morale comune e istituzionalizza il malversare, elevandolo a stile di vita.

Sull’argomento l’amico Antonio Crecchia, uomo di variegata e profonda cultura, ha inteso dissertare, dando alle stampe un prezioso libello, intitolato, sic et simpliciter, Aforismi, raccolta di settecento annotazioni, come lui stesso dichiara nella nota introduttiva, recuperate dalla memoria del computer e stilate in anni di amara disamina del reale, deteriorato dalla decadenza dei costumi, sempre più collassati e pervertiti, sia nel pubblico che nel privato.

Aforismi, titola in maniera asciutta e sintetica Antonio Crecchia. A nostro avviso, ad essi calzerebbe anche l’intitolazione caustici pensierisparsi o, addirittura, senza volersi appropriare della paternità e dell’originalità, rerum vulgarium fragmenta, con baricentro non più Laura e la lirica stilnovista, ma il nostro contingente di storia e cronaca, di cui l’Autore ha avuto in animo di analizzare echi, sussulti, mutamenti radicali, smagliature del tessuto socio-ambientale, sovvertimento ab imis, attuati con la velocità della luce dal tempo beffardo e infido: corrode, guasta, cancella il bene a vantaggio del male. Tempi grigi, se non bui, della nostra età di disvalori, antagonismi, settarismi, scissioni, separatezze, faziosità, tartuferie nei rapporti interpersonali e negli intrighi di Palazzo.

Una complessa stagione di carenze e precarietà: dal socio-civile veicolano alla già inquinata macchina della diplomazia, gestita non da optimates ma da mali viri, camuffati da probi viri. Crecchia, come la massa della popolazione, si avvede del depauperamento, dell’indietro tutta della politica e conia: Vade retro!,[1] facendo proprio il grido della gente inviperita, che nei rappresentanti del Governo scorge il delinquere istituzionalizzato. Dove il benessere della Nazione? Dove gli uomini che amministrarono la cosa pubblica senza arricchirsi? Avvolti nelle nebbie del silenzio e dell’oblio, di loro è abrasa persino la memoria.

Alla luce di questo scempio degenerativo resta l’amaro del ciceroniano o tempora! o mores!, specialmente se il pensiero corre all’Italia di oggi, nel consesso internazionale declassata, per dirla col Crecchia, da giardino dEuropa a mazza di scopa,[2] immagine icastica di una deruolizzazione di cui dovremmo colpevolizzare il nostro quietismo, il nostro qualunquismo, la nostra acquiescenza scambiata, a forza di essere troppo morbidi e accomodanti, per stupidità.

È il grumo degli aforismi del Crecchia, lapidari, taglienti, senza mai scivolare nello scontato, nel risaputo, nell’astorico o nel retorico, perché la verità, assoluta o relativa che sia, pretende di essere propalata senza mascherature e con una carica di coraggio che ad Antonio non manca. Molisano d’origine e con il carattere forte e austero di chi è vissuto e si è formato a contatto con una Natura, non ancora contaminata dalla civiltà della macchina, il Crecchia , con la parola caustica degli aforismi, ha l’ardire di esprimere il proprio dissenso sul malversare mimetizzato in scienza di vita. Il che gli consente di anatemizzare i ladri comuni e i ladri pubblici, i primi soggetti ai rigori delle leggi,[3] i secondi, invece, fanno le leggi a garanzia della loro immunità, [4]ingozzando – è sempre di scena il velenismo del Crecchia – stipendi e pensioni d’oro, istituendo un brigantaggio nuovo, legale, messo in atto dalle Istituzioni, per garantire ai «soci» un elevato tenore di vita, benefici, vitalizi a padroni e «signori» dalto rango, perché[5] – qui è la sconfitta dell’uomo onesto – a muover l’animo dell’individuo non sono gli ideali, ma gli interessi; [6] interessi da anteporre a tutto per coloro che vogliono tutto senza far niente.[7] È la filosofia empirica dei figli del consumismo irriverente e oltraggioso: parassiti e saccenti, debosciati e superuomini, inetti e alienati, si lasciano vivere in un’ enclave senza proiezione di futuro.

Un’ enclave in discesa vertiginosa verso un baratro di nequizia: sollecita l’uomo copernicano a privilegiare, a citare Giovanni, le tenebre piuttosto che la luce,[8] a meno che non trovi il suo rifugio, la sua evasione, la sua autodifesa da un mondo che traligna verso il bruto, nella potenza della parola, nella fattività operativa e nella capacità di essere per davvero sé stesso, senza cedere a compromessi e a condizionamenti.

Credo sia questo il messaggio della parola scultoria di questo primo volume di aforismi di Antonio Crecchia.

Note

[1] A. Crecchia, Aforismi, Ed.ac 2019, p. 124.

[2] Ivi, p. 126.

[3] Ivi, p. 105.

[4] Ivi.

[5] Ivi.

[6] Ivi.

[7]Ivi.

[8] Giovanni, III, 19.

Recensione
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