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Al martire venerabile Juan Gerardi Conedera

Quando delittuosi fatti di cronaca, suffragati da fondanti denunce, sollecitano a celebrare o a commemorare i martiri d’un popolo / che ha perso anche la voce per gridare,[1] Antonio Crecchia, poeta, scrittore, saggista, molisano di Guardialfiera, non si tira indietro, non per velleità di passare alla storia quale laudator temporis acti, ma per essere nella rosa dei pochi giusti in un mondo di disvalori, gestito e regolamentato da iniquità e sperequazioni insanabili. Ne è esempio tangibile un filone della sua vasta e articolata produzione, che ho avuto il piacere di recensire e che è l’espressione della condivisione del Crecchia per uomini dalla dirittura morale e sociale trasparente, protesa a trasmettere ai contemporanei il rispetto della “dignità”, profanata in un contesto cannibalesco, dove contano, per l’ascesa al vertice della scala politica, egoismo, arroganza, prevaricazione, prepotenza, clientelismo, supportati da insana carica di delirio di onnipotenza.

È lo scenario dei paesi che rientrano nella sfera del terzo mondo o di quelli sottosviluppati, agglomerati di diverse etnie disagiate, diseredate, angariate e vessate da perversi regimi totalitari, violenti, sanguinari al punto da essere, per dirla col Gladstone, negazione di Dio eretta a sistema di governo.

Associazioni umanitarie, missionari laici e emissari della chiesa hanno abbracciato e perorato la causa di queste numerose e superaffollate classi subalterne: denunciando delitti, persecuzioni, omicidi, genocidi, massacri hanno pregiudicato la traballante stabilità delle Istituzioni, che traggono linfa vitale dall’odio irrazionale e divisivo. Odio, a riesumare, il Giusti, che giova a chi regna dividendo e teme / popoli avversi affratellati insieme.[2]

Diventati personaggi scomodi, per gli apostoli dell’utopia dei diritti naturali /che garantiscono rispetto e dignità,[3] scocca l’ora dell’eliminazione ad opera degli squadroni della morte, al servizio del regime. Tra le le vittime eccellenti, l’arcivescovo Oscar Romero, freddato in San Salvador, il 24 marzo 1980, mentre officiava la Messa, e in Guatemala, la sera del 26 aprile 1998, il vescovo Juan José Gerardi Conedera, di ritorno a casa, due giorni dopo la presentazione del suo rapporto-denuncia Nunca más, in cui sono elencati gli obbrobri, gli eccidi del governo stragista.

Esorbitante il numero delle persone scomparse e uccise, degli esuli negli Stati Uniti, dei cimiteri clandestini, stele di ricordi scritta col sangue /dei martiri, testimoni di un inferno / vissuto sul suolo spinoso / della propria infelice terra.[4] Sono, questi del Crecchia, versi senza infingimento, perché l’abominio, la violenza gratuita devono essere narrati e trasmessi senza velami pietistici per gli aggressori. D’altra parte, come mistificare la precarietà degli indigenti scalzi e cenciosi,[5] costretti, in contrapposizione allo sfarzo di luci e di musica … / nei marmorei palazzi[6] dei potenti , al buio e silenzio sotto basse tettoie / di zinco avariato, riesumato / in discariche di rifiuti umani? [7]Viene da chiedersi: «Dove l’uguaglianza e l’emancipazione di tutte le classi» proclamata da Martin Luther King nel lontano 1963 ? A nulla sono valsi l’impegno e il sacrificio di Juan José Gerardi Conedera, che predicava l’onestà, la fratellanza, la redenzione, il riscatto, che infiammava di speranza indigenti e emarginati? Amore e bene universale sono termini filantropici invisi alla dittatura e al militarismo; sono parole che lanciano il guanto della provocazione e che instillano in migliaia di terratenientes, l’aspirazione alla sghettizzazione dalla povertà ancestrale. Utopia irrealizzabile! La casta dei dominatori in allerta permanente, per scongiurare ogni ipotesi di rivolta a furore di popolo, decreta l’uccisione del Gerardi.

Il Crecchia per questa disumana tragedia sente il bisogno di appellarsi alla sua Musa, affinché gli infonda quell’alito creativo che, come una folgorazione o lampeggiamento, in uno stato di quasi non io, permette di convertire in parola il turbamento che lievita e macera dentro, in concretezza versale. Di qui l’immediatezza della scrittura poetica e delle scelte lessicali essenziali e pregnanti, dure e scabre, per descrivere lo sbranamento breve e letale. / Quel volto che lieto sorrideva / ad ogni incontro con creatura umana / fu sfregiato, sconvolto, deturpato. / Unghiate di mani assassine gli occhi / ti ferirono, le orecchie assordirono, /

la lingua ti maciullarono, / il capo ti fracassarono, sì che non potesse / più pensare né sortire idee di conversione, / perdono, solidarietà, d’aurore nascenti / dietro i monti sterrati dalla durezza / del terrorismo dei baroni di Stato / a beneficio del “Gigante risvegliato”. / Non ti appesero ai bracci d’una croce, /… ma con durezza d’un palo di cemento / vollero biffare l’eccellenza della tua mente, / spegnere gli ardori del cuore, / porre fine alla Parola che con tanta eco/ attraversava i muri delle stanze alte / e infastidiva gli orecchi dei generali.[8]

Ispirati al libro di Anselmo Palini, edito in occasione del centenario della nascita del Gerardi, i versi del Crecchia connotano il fanatismo politico, lo stragismo, il terrorismo, le manipolazioni dei Signori del potere con l’utilizzo di un linguaggio allegorico e metaforico, che è un parlar d’altro /altri, istituendo una relazione di somiglianza tra gli esponenti del totalitarismo, falchi e avvoltoi,[9] idra al guinzaglio / di Ercole che ha sposato la Democrazia;[10] belve inferocite;[11] orafi nell’arte dell’inganno;[12] aggregazione di lupi[13] e i terratenientes, etnia preclusa / a una vita dignitosa e al rinnovamento / dal ferreo diniego dei potenti.[14] La nomenclatura, mutuata e rastrellata dal Crecchia dal bestiario, personifica fustigatori e persecutori di deboli e derelitti, agnelli nelle fauci di lupi, serpenti, idri con sembianze umane al soldo dei potenti di turno in paesi in cui,

Cristo, fermo ad Eboli, non è ancora arrivato.


Note

[1] A. Crecchia, Al martire venerabile Juan Gerardi Conedera, Ed.ac 2022, p. 20.

[2] G, Giusti, Giusti, Sant’Ambrogio, strofa XI.

[3] A. Crecchia, Al martire venerabile Juan Gerardi Conedera, p. 16.

[4] Ivi, p.37.

[5] Ivi, p.11.

[6] Ivi.

[7] Ivi.

[8] Ivi, p. 38.

[9] Ivi, p. 11.

10 Ivi p. 17.

[11] Ivi.

[12] Ivi, p. 12.

[13] Ivi.

[14] Ivi, p. 18.

Recensione
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