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Carmela

Antropoligia e demopsicologia. La vita di Napoli
Terzo  inedito  di Francesco Mastriani

È per me motivo di orgoglio, dopo aver pubblicato, per i tipi di Tullio Pironti, editore in Napoli, il saggio Francesco Mastriani: un escluso e, dopo aver recensito i due precedenti inediti La Malavita e La jena delle Fontanelle, interessarmi anche di Carmela, la capitanessa della fabbrica dei tabacchi di San Pietro Martire, bella e spavalda, difenditrice di chi, come lei, mangia pane e onorevolezza.[1]

Già dall’incipit del romanzo, il ritratto che Mastriani sbozza della camorrista di Vico delle Zite, ci cala nel vortice magmatico di una città, Napoli, in età borbonica e nell’attuale, sinonimo di antinomie e contraddizioni, visceralità e istintività, connotazione ancestrale di un popolino geneticamente schietto, illuminato e sorretto dalla scienza di vita assorbita dalla strada, interiorizzata dall’habitus associativo del quartiere. Lì, le vicende di uno sono le vicende di tutti; ognuno, parte integrante e indissolubile di un tutto, interagisce con slancio con le scaramucce di giornata degli altri, stimolato da propensione alla lealtà o alla lusinga, alla generosità o alla perfidia, alla rivalità o alla gelosia, pane per denti e palato delle malelingue.

Senza perifrasi o giri di parole, è l’uomo natura quello che Mastriani traspone sulla ribalta letteraria napoletana e regionale in forza di quell’antropologia culturale, di cui ha un’informazione, più che scientifica, empirica, suffragata dalla sensibilità dell’osservatore che, monitorando da maestro le esternazioni primigenie e genuine dei popolani, le amalgama fattivamente con il sostrato socio-storico-politico e con quello demopsicologico.

La fusione, che ingloba credenze, arte, costumi, valori, codice morale, gli fornisce una visione essenzialistica e fissista dell’uomo, trapiantato sul piano letterario con inequivocabili cognizioni di concretezza, scevra di sbavature manieriste per non deludere né tantomeno frustare la simpatia o l’antipatia del lettore per i suoi beniamini o per quelli che a loro si antagonizzano con la pratica del male.

Infatti, essendo come tutti un fenomeno di natura, il pubblico mastrianeo è indotto a tifare per questo o quel personaggio di cui, con razionalità e sentimento, segue le manifestazioni di riso o di pianto,di animosità o di buonismo,

Insomma, nel romanzo in predicato, don Francesco punta la lente prismatica su un panorama di passioni elementari e inalienabili, pulsanti in una pletora di individui che narrano coralmente e compongono la storia di una comunità, di un quartiere, dove l’uno vive in empatica simbiosi con l’altro, sia nel bene che nel male.

Sono, sotto il profilo socio-economico, creature che quotidianamente si misurano, senza poterle nemmeno scalfire, con l’indigenza, la miseria, la povertà, la fame trasmesse, di generazione in generazione in eredità, fardello di cui è impossibile sbarazzarsi.

Relazionate con l ‘antropologia di cui sopra, alcune di queste, vuoi per psicolabilità, vuoi per pressione ambientale, vuoi per empiti di rabbia, livore, invidia per chi reputano per agiatezza o amabilità più fortunato, affilano, contro i cosiddetti baciati dal destino propizio, le armi della vendetta.

Si materializza con l’accusa di sedizione contro la monarchia e la figura paternalistica del Re.

La macchina della collusione ai nastri di partenza, scatta l’ignominia della denuncia, all’istante accolta e immediatamente evasa da commissari e ispettori, che si arrogano il diritto di esercitare una pseudo giustizia, servendosi, in luogo della lettre de cachet, di delatori, abili a snaturare la verità, inventandone una di comodo con l’inattendibilità della relata refero, mai contestata.

Delatore per eccellenza e uomo su cui le componenti antropologiche, storiche, psicologiche agiscono da traino e propellente per la messa in moto del congegno«infamia», imbastita con artate menzogne, don Antonio Barile, fuor di metafora, essere spregevole.

Guercio, un vissuto di asocialità e misantropia, malvoluto dalla collettività di vico delle Zite, più che figlio di un dio minore, Antonio Barile sembra decapsulato dalla mente malsana di Satana.

Turpe, intrattabile, roso di invidia per il fratello uterino Salvatore, fidanzato con Carmela, oggetto delle sue fantasie erotiche, il rivendugliolo [2]di scarpe si macera di odio e rancore per i due giovani: amoreggiano, lanciandosi sguardi di fuoco dalle rispettive finestre, quando il vicolo dorme e ridotte sono le possibilità di illazionare sulla loro liaison. Una liaison senza speranza, opacata di grigio perché Salvatore, alle dipendenze del fratello-padrome, con le mortificazioni di scarso rendimento, introita un’esigua manciata di spiccioli e la sigaraia un salario di fame, a stento sufficiente a cautelare il fabbisogno giornaliero e a curare la madre, inferma e anziana.

É la condizione esistenziale del sottoproletariato della Napoli borbonica, per l’inamovibilità di una meccanicistica legge di immobilismo, tuttora ravvisabile, qualora, sulle orme di Mastriani o della Serao, ci pungesse vaghezza di ingolfarci nei gomitoli del ventre, nella miseria cronica, ieri fronteggiata, a riecheggiare Carmela, con onorevolezza, oggi col malversare della micro e macrocriminalià, prospera nel malaffare elevato a sistema.

Al solito, marcato su di me l’effetto Mastriani! Non so perché, malgrado l’evoluzione del tempo e il cammino verticistico del consumismo, l’affresco della realtà mastrianea mi si configura speculare con quella odierna. Indubbiamente, è il bisogno imprescindibile del confronto comparativo che legittima le mie diversioni: mi auguro non fuorviino dal percorso iniziale.

Confessata la mia debolezza, faccio ammenda dei miei sconfinamenti letterari e mi accingo a recuperare il disperso, colpevoli le mie digressioni, don Antonio Barile.

Consunto dalla mordacità che lo strugge dentro con la compressione del martello pneumatico, con empietà misconosciuta nei consanguinei, Antonio Barile accusa il fratello di sedizione, accaparrandosi, dai loschi ceffi che strisciano nei palazzi del potere e con cui è colluso, per Salvatore sovversivo, dapprima le carceri della Vicaria, in seguito l’instradizione in America.

Mistificando sdegno e raccapriccio per l’accaduto, il Barile, fasciatosi di parvente mutismo, pianifica nel cupo della mente distorta e della nera coscienza, nelle minuzie, il prosieguo di un divisato disegno, folle e volpino.

Trascorsi alcuni mesi dalla condanna di Salvatore oltreoceano, affettando dolore indicibile, con strategia luciferina e da attore provetto, recita il ruolo del fratello affranto per la morte improvvisa del caro congiunto.

Latrice della ferale notizia una lettera, che con aria triste e sconsolata, esibisce a Carmela che non sa leggere.

La missiva, vergata di proprio pugno e attribuita alla penna di Giorgio, compagno di sventure di Salvatore, annuncia la dipartita disattesa del povero esule.

Carmela, impossibilitata a riprendere, per la salute cagionevole, il lavoro in fabbrica; completamente sul lastrico dopo la perdita della madre; psicologicamente depressa, destabilizzata, col cuore che sanguina, infrange il giuramento di fedeltà all’amato estinto e accetta la proposta di matrimonio del viscido Antonio, eteronima di tante giovani a lei contemporanee e non, sacrificate, per lenire i morsi della fame, alla concupiscenza di un partner che detestano.

Gelosia? tradimento? delazione? Solo rivalità, invidia, sentimenti inferiori in Carmela? No, di certo! Carmela è il quartiere, la coralità del vicolo, il condensato della psicologia e dell’antropologia sociale, amica e nemica, intrigante, spesso, maldicente, perchè si lascia coinvolgere dalle apparenze, pronta a intrufolarsi e a interagire col privato dei sodali con un ventaglio di arzigogoli suppositivi. Basta la presenza di Salvatore in casa della Pasqualina, dove in precedenza è stata intravista Carmela, e la solfa della tresca amorosa è bella e confezionata.

La congettura sull’infedeltà della sigaraia e del suo drudo redivivo lievita, fermenta, si gonfia: sulla griglia rovente del passaparola corre, dilata, fluisce di bocca in bocca dalla Giuditta alla Palummella, a Michela, a Peppina. Tacere non si può. Urge allertare il marito« becco».

Riunite in conciliabolo le maeste eleggono a messaggera di discordia tra coniugi, Palummella, nome appropriato per volare da vico delle Zite al calzaturificio di via Chiaia con l’intento di calunniare Carmela e di instillare in don Antonio il virus dell’odio per la fedifraga.

La saccenteria della Palummella e delle altre comari viene bollata dalla compostezza distaccata e glaciale del rivendugliolo. Accorto e avveduto com’è, con connaturata freddezza e impassibilità, congeda la delatrice e si dispone a risolvere la questione in ambito domestico, al riparo da occhi e orecchi indiscreti.

Durante un pretestuoso e provocatorio battibeccare con la moglie, l’infuriato don Antonio estrae da un astuccio un ben affilato rasoio [3] per infierire su Carmela, segnandola con lo sfregio inflitto alle amanti infedeli: il taglio su una gota, quando… Intervento della Provvidenza o colpo di scena? Per qualche manzoniano eterogenesi dei fini che inficia il dissennato proposito di don Antonio, grazie all’anima candida e all’intelligenza intuitiva di Angiolina, balia e domestica dei Barile, legata Madama da affetto sincero.

Allontanata speciosamente dal padrone, la servetta, subodorati i preliminari della tragedia che sta per esplodere, scesa in strada, invoca l’intervento di due guardie che, guidate da lei, irrompono nell’appartamento in tempo utile per disarmare l’accoltellatore e convocarlo in Commissariato.

L’attentato alla bellezza è scongiurato, non l’aggressione alla donna, allora attuata con la deturpazione del viso, ora con lo stupro individuale o di gruppo, l’acido, la benzina, il coltello, progenitore il rasoio, che solcò la guancia di Assunta Spina, la stiratrice di Caponapoli e che stava per sfigurare la gota di Carmela.

Sentenziare per adagi e per proverbi, espressione della sapienza popolare più icastica della cultura ufficiale, è il manifesto dell’antropologia e della demopsicologia, cardine della narrativa mastrianea.

In merito a don Antonio Barile suona pertinenziale l’adagio Chi fa male, male aspetti. E lui il male avrebbe dovuto preavvertirlo e prevederlo dal fero giorno! [4] della convivenza con donna Clementina.

Ex attrice di costumi scollati, arrampicatrice sociale, spudorata e ipocrita, simulatrice e dissimulatrice, delatrice spregiudicata e cinica, Clementina cova in pectore l’aspettativa della morte prematura di Carmela per impalmare, come suole coniare, il suo «vecchietto» e stendere la mano sul capitale da godere con Gaetano, al servizio di don Antonio.

Per la realizzazione del piano bisogna agire alla svelta, soprattutto con astuzia e circospezione per dare al misfatto credibilità di infortunio accidentale.

Quale alibi più verosimile di una caduta durante una scampagnata? Una giornata all’aria aperta che si epiloga con un ruzzolone, attribuito al vino bevuto a profusione.

La mano assassina, armata di un grosso sasso, responsabile della sanguinante ferita assestata alla nuca di don Antonio, vittima designata, è quella di Gaetano, debitamente catechizzato dalla Clementina.

Il proponimento va a buon fine. Il ferito, condotto a casa in stato comatoso, è l’occasione agognata dalla megèra per impadronirsi di preziosi e denaro contante, custodito in un armadio a bombola,[5] la cui chiave sottrae dalla tasca del morituro. Una spogliazione convulsa, disturbata da sprazzi di lucidità del Barile, d’intralcio alla rapidità del saccheggio.

Allora, la scellerata, spietata e senza una briciola di umanità per l’agonizzante, con furore leonino tolse una coppia di forcine dal capo e,,, la ficcò con tutta forza nella ferita dalla quale avea scostato la fasciatura.[6]

Il misero gettò un grido straziante; si agitò in tutta la persona; e poi… più non si mosse.[7] – Sarà morto finalmente! – esclamò linfame.[8]

Lasciata la stanza, con naturalezza, come se niente di orribile avesse commesso, la micidiale continua, da energumena, a carpire quanto più [9] può.

Un antropologo di scuola lombrosiana catalogherebbe Clementina tra i primitivi infraumani, atti a compiere azioni una volta usuali, oggi ritenute delittuose. All’esame delle alterazioni fisiologiche, patologiche, ereditarie e non, lo studioso ricollegherebbe a malattie dell’asse cerebro-spinale, a lesioni del capo, a tare dell’intelligenza e della sfera affettiva, alla miseria, all’assenza di freni morali la disumanità di Clementina, donna con innegabili turbe psichiche, condotta al delitto sotto l’impulso del cervello pregiudicato nella sua chimica; donna che antropologi e criminologi analizzerebbero con un monitoraggio capillare, dettagliato e scientificamente particolareggiato.

In Mastriani niente di quanto è ramificata e vivisezionata indagine scientifica.

Le sue creature, le sue donne, di sana o rotta moralità, Carmela o Clementina, germogliano dalle emozioni e dalle suggestioni che gli trasmette la pluralità dei soggetti nei quali si imbatte casualmente negli spostamenti da un capo all’altro della città, per recarsi al giornale o ad impartire lezione ai suoi allievi. Sono individui che gli penetrano nell’io,gli si attaccano addosso come seconda pelle e gli cantano, senza infingere, il quotidiano dei quartieri, dei vicoli, delle vie, dei borghi, attestandosi essi stessi a prototipi e a protagonisti di quella antropologia e di quella demopsicologia, di cui Egli ha un’informazione empirica e antiaccademica.

Allora le credenze e gli adagi dei popolani della Sanità; il cicaleccio delle comari di vico Lieto a Capodimonte; le voci roche e sonore degli ambulanti di Borgo Loreto e di Borgo Sant’Antonio Abate diventano l’ anima della sua Napoli, atavicamente amata e bestemmiata, esaltata e denigrata, fonte inesauribile delle sue storie amare e coinvolgenti, perché narrate, per dirla con Gramsci, da uno scrittore che del popolo conosce i bisogni, le aspirazioni, i sentimenti diffusi e non rappresenta qualcosa di staccato, di campato in aria, una casta.[10]

Vivendo del popolo e col popolo, Mastriani si autoesclude dalla casta, si colloca fuori della cultura ufficiale per essere, abbracciare, custodire in sé l’anima e il cuore di Napoli.

Questo, a mio avviso, il segreto dei suoi romanzi se Saverio Mercadante, dopo aver letto il primo volume de La cieca di Sorrento, scrive testualmente… Sto in attenzione del secondo volume che certamente sarà più interessante del primo[11]e se un anonimo lettore del Roma, in una lettera del 21 maggio 1880 lo definisce il iddio dei romanzieri.


Note

[1] F. Mastriani, Carmela, Guida editore, Napoli 2017, p. 7.

[2] Ivi, p. 9.

[3] Ivi, p. 244.

[4] G. Parini, La vergine cuccia, da Il Giorno, Il Mezzogiorno, a cura di A. M. Zuradelli. Utet, Torino 1977, p. 151. v.518.

[5] F. Mastriani, Carmela, cit., p. 317.

[6] Ivi, p. 331.

[7] Ivi.

[8]Ivi.

[9] Ivi.

[10] A. Gramsci, Quaderni dal carcere, a cura di V. Gerratana, Letteratura e vita nazionale, Sul concetto di nazional-popolare, Quaderno XXI, vol. IV, p. 2117.

[11] S. Mercadante, Lettera del 27 giugno 1851.

Recensione
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