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Costellazione di versi

Costellazione di versi segna un ulteriore sentiero nell’itinerario poetico di Antonio Crecchia, giunto ad una stagione in cui, ad invertire un noto verso del Leopardi, il corso della speranza è breve e quello della memoria è lungo. Una memoria, a rivisitare Ungaretti, incessante, scrigno di ricordi: ricreano, a crepuscolo in agguato, un a ritroso magico rivivimento di una quotidianità sana, allietata da gioie elementari e dalla reciprocità degli affetti. Primeggia, sul palchetto della ricordanza, il calore della famiglia con la sintonia degli affetti e le consuetudini ataviche che trasmettevano amore. Monotonia di giorni sempre uguali? Routine? Niente di quanto potrebbe illazionare l’anaffettività di oggi.

Lo stare insieme, il sentire allo stesso modo si rinnovavano e vivificavano ogni sera, al ritorno del padre stanco di fatica. Il rientro del genitore riempiva la casa dallegria, un rito dal poeta mai dimenticato: rimanda a quando ci si riuniva intorno al desco e la parola scioglieva pene, risolveva problemi. Ora, a pranzo, alta e solenne, risuona la voce del silenzio: arguto, interdice il transito alla comunicazione, fagocitando giovani e adulti all’universo web, che snatura la parola nella non parola, utilizzando, nel più assoluto isolamento, un linguaggio grafico-visivo stringatissimo, abilitato, spesso, ad insulti e a denigrazioni gratuite.

Quelli estrapolati dall’archivio della memoria sono frammenti di vita di un dì, attimi di perduta felicità, momenti irripetibili, goduti in pienezza, costituiti, a recuperare la poetica pascoliana, di piccole grandi cose: rimarrebbero sepolte negli antri segreti dell’io senza il medium «parola» che lega a sé il Tempo / e nel Tempo si perpetua! Versi che, purtroppo, non catturano l’interesse dei giovani, segugi sulle tracce di emoticon, sostitutive della capacità di dialogare con l’«altro», vivo e pensante, visibile e non «virtuale». Nessun coinvolgimento con l’amaritudine del Crecchia che vorrebbe dare una vita a vortici di parole ma, benché figlio dell’attuale contesto, ne è osteggiato dalla connaturata molisanità: non empatizza con unera di precarietà senza fine, che genera mostri, lutti e rovine: avvicinano l’uomo, condensazione di nequizie, alle suggestioni dei bruti.

Legittimo, perciò, il naufragio nel passato, canale preferenziale dell’anima molisana, ma non univoco nel rispetto della pluridirezionalità della scrittura versale con peculiarità connotative che dall’esplorazione nei labirinti dell’inconscio approdano al grido protestatario, alle tensioni socio-civili, alla satira mordace, al velenismo caustico contro la mala genia dei promotori del male, individuabili negli amministratori della cosa pubblica. Sconci arruffoni,quando tutto crolla – li demonizza il Crecchia – compresa la fede nelle Istituzioni, giocano a farei soldatini, in lotta con gli amici di comodo di oggi e i nemici occasionali di ieri. Grandi camaleonti, abili trasformisti non si schiodano dall’accaparrata poltrona iridata dai simboli dei partiti cui, con proteismo a sorpresa, si sono prima alleati e poi dissociati per l’attuazione del proprio particulare. Presenzialisti, passano da un torque show televisivo ad un altro, sorta di video-teatrino della politica, palcoscenico ad acta per lanciarsi anatemi, sfidarsi biecamente / a singolar concione. Al vaglio di una «deriva» senza fine,il poeta sente che il mondo è morto alle umane virtù. Lo testimoniano, a riprendere con un colpo d’obiettivo la situazione internazionale, le guerre per la dominanza nel settentrione dell’Africa, finanziate da questo o quel potente della terra; i contrasti tra ebrei e palestinesi, America e Iran, affiliati all’ISIS e l’occidente europeo, preso d’assalto con una serie di attentati letali, acquattati oltre i cancelli della superstizione, / oltre le matrici dellodio, / oltre i rigurgiti della barbarie, / che esplodono di giorno in giorno /… dentro i templi dellinnocenzanei Bataclan, ove note in vibrazione / di stellari armonie / vengono spente dallurlo bestiale / di una morte programmata, / prodotta dagli alligatori del male, / che avanzano con protervia e baldanza, / e sciagure in terra menano, / tante, che nessuno può / o non vuole arginare. È il sonno della ragione e del sentimento e tutti si vive l’angoscia di un tempo che è proprio degli orrori.

Orrori di un’umanità in irrefrenabile «deriva». La sensibilità del Crecchia ne è punta fin nei precordi; le sue corde liriche non traggono ispirazione dal male con caparbietà combattuto con la forza della parola «pietra», «macigno», «grido protestatario», intrisa di nostalgia anche quando,in cerca di momentaneo conforto, ripara in grembo alla natura della sua terra molisana, non contaminata dagli strascichi dell’industrializzazione e dalla tecnologia avanzata. Il verde della campagna, gli alberi maestosi, le cromie della flora, la varietà della fauna agreste, purtroppo, non fungono da deterrente al senso di spaesamento e di straniamento del poeta,che ritrova sé stesso e la sua molisanità solo inseguendo sogni e tuffandosi nella sacralità di pensieri repulsivi dell’acquiescenza e dell’indifferenza degli uomini: profanando il bello e il buono del pianeta «terra», contribuiscono alla dispersione dellessere / nel mare del nulla silenzioso.

È una visione della vita intesa, per le devianze e il decadere dallo stato di purezza primigenia, come negatività, una negatività non percepita da quanti dei valori di ieri non hanno né sentore né contezza. L’aria che si respira all’interno della silloge è di un pessimismo senza riscatto; ne è investita persino la natura: devastata da pioggia battente, grida al cielo la sua pena, che si correlativizza con la pena del poeta: si rinvergina rifugiandosi nella plaga lontanante delle favole gioconde.

Penserei allo stato di grazia del fanciullino: tra colline ridenti, dirupi, ruscelli,il Crecchia ritrova l’antidoto ai mali del secolo nei volti arsi di sole, / bagnati di sudore, sorridenti, / sulle labbra una canzone / di gioia, di amoroso ardore / verso quel mannello di paglia / e di grano che stringono in mano, …/ nutrimento per quattro stagioni.

Tale la poesia della vita semplice e onesta dell’età dell’oro, quando gli uomini si cibavano di ghiande ed erano felici, spossati dalla fatica dei campi, ma felici dell’armonia che regnava tra loro, senza pretese, ignari di ripicche, congiure, antagonismi e di quanto altro il progresso ha elargito, accendendo insani desideri di rivalsa e di vendetta.

Credo sia questo il messaggio di Costellazione di versi, una silloge misurata negli slanci creativi, nelle sequenze paesaggistiche, nell’investigazione dei sentimenti, nella musicalità del verso, nelle scelte linguistiche, che rendono la lettura gradevole e di facile apprendimento.

Recensione
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