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Donne e bambini ucraini in guerra


© ansa 2022

No! Non era nelle mie corde scrivere della guerra che sta imperversando sull’Ucraina. No | e poi No! Le motivazioni? Eccole! La mia vita agli albori fu ingrigita da una guerra micidiale e non volevo, oggi, flettermi all’idea che la mia vita al tramonto rimuovesse quei tristi ricordi: mio padre al fronte; mia madre a temporeggiare con gli accidenti di una fame che ischeletriva me e mio fratello; le sirene, i rifugi, lo spavento notturno dei bombardamenti a tappeto.

Ma, mi sono detta, l’apostasia dei ricordi non si addice a una donna come me che ha vissuto il Novecento di cui, nel presente contesto, reperisce gli epigoni nel giovane Duemila, obtorto collo, consorziato con i rantoli di un secolo che, per essere stato etichettato «breve», si ostina a non morire e, malgrado l’agonia prolungata, si ritempra e rinvergina negli assedi, nel lancio di missili e bombe a grappolo, nel bombardare il perimetro della centrale nucleare di Zaporizhzhia, nel dispiegamento di sessanta kilometri di mezzi cingolati con l’obiettivo della distruzione di massa.

Mi ero proposta di seguire l’evolversi delle ostilità attraverso i media, i social e i documentari televisivi che raccontano la guerra per immagini e reportages sulle aree calde della belligeranza: Kiev,Odessa, Mariupol, Kherson, dopo strenua resistenza caduta, purtroppo nelle mani degli invasori. Spettrali le cartoline della sua capitolazione: cadaveri abbandonati tra le macerie; i sopravvissuti senza acqua, senza energia elettrica, senza riscaldamento, destinati a morire di inedia e per assideramento, se non si aprono tempestivamente corridoi umanitari per il passaggio degli aiuti solidali, inviati da tutto il mondo occidentale.

È da chiedersi: è, forse, un uomo il despota che ha intimato e ordinato tale carneficina?

Ormai, mi sto consapevolizzando di essere anch’io dentro la guerra. Eppure, lo ribadisco, non volevo cimentarmi in un articolo sull’Ucraina, ma le riprese strazianti

dei profughi che si sobbarcano a itinerari estenuanti per raggiungere il confine della Polonia o dell’Ungheria, mi hanno schiodata dal mio iniziale proposito. L’esodo massivo, l’attesa del treno della speranza, che sferraglia verso la libertà, ha richiamato alla mia memoria sensoriale le tradotte e i vagoni bestiame, in cui venivano ammassati ebrei e dissidenti, per essere deportati a Auschwitz, Mauthausen, Birmingham, Treblinka, viaggio che i malcapitati preavvertivano di sola andata.

Quelle che quotidianamente trasmette il mezzo televisivo non sono scene drammatiche girate da registi che intendono rivisitare la storia fotografandola con sofisticate macchine da presa; non sono riattualizzazione dell’assalto al treno del film Il Dottor Zivago. Niente di quanto è cinematografia o sequenze estratte da cineteche. Sono pezzi di storia contemporanea che si infilano e si intrecciano con pezzi di storia passata, conservandone integra la sostanza. Quale? Quella del nihil novi sub sole, in antitesi al panta rei, che tutto muove, cambia, trasforma, tranne la chimica del cervello distorto dei criminali di guerra.

Cesare Lombroso con acribìa su mandibole, zigomi sporgenti, prognatismo, refrattarietà al dolore, maggiore o minore acutezza visiva, avrebbe catalogato, senza alcuna riserva, i dittatori di tutte le età della storia tra i primitivi infraumani, atti a compiere azioni, nel paleolitico,usuali e consuete, oggi, catalogabili tra le delittuose. All’esame delle alterazioni fisiologiche, patologiche, ereditarie, l’illustre criminologo avrebbe ricollegato la disumanità e la belluinità di un criminale della specie Putin a malattie dell’asse cerebrospinale, a lesioni del capo con strascichi nell’intelligenza, nella sfera degli affetti e, soprattutto nell’ assenza di educazione morale. Educazione morale profanata, alla luce dei proditorii attacchi bellici, che stanno devastando il Paese e la popolazione ucraina.

Sono le angustie e il dietro le quinte della guerra, che non si combatte nelle trincee, ma nelle città ridotte a rovine polverose, che mi hanno sensibilizzata a munirmi di carta e penna per registrare impressioni, fermare pensieri, sensazioni, immagini, in primo luogo di bambini stanchi, assonnati, infreddoliti, inermi soldatini, implicati nella prima guerra della loro vita, senza percepirne il significato, a parte i sobbalzi, i sussulti ad ogni deflagrazione, ad ogni fragoroso colpo di mortaio.

Un esercito di bambini tra i quali mi ci figuro, quasi l’ieri fosse oggi per me, inconsapevolmente dentro la guerra.

Svegliata nottetempo dal sibilo della sirena, che preannunciava lo stato di preallarme, scendevo nel ricovero, una mano aggrappata alla gonna di mia madre con il fratellino in braccio, l’altra stretta alla mia sediolina personale. Un fuggifuggi tra singhiozzi di neonati, strepiti di mamme, spintoni a più non posso. Io, con la mia inseparabile sediolina, sbarellavo tra un gradino e l’altro, mentre i denti danzavano una forsennata sarabanda.

Oggi, a oltre settantacinque anni, sono io l’anziana signora, che si è virtualmente intrufolata nella guerra dei piccoli; sono io tutte quelle bambine ucraine in fuga verso il confine polacco col miraggio di potersi addormentare in un caldo lettuccio e di svegliarsi al mattino con una tazza ricolma di latte bollente. Ciò che, forse, mancherà a queste guerriere in erba, come è mancata a me, la lettura delle favole della buonanotte.

Sì, come a me, alle bimbe di Kiev, Rostov, Odessa, Mariupol, è stata negata la stagione delle fate, del principe azzurro, dei castelli incantati. Dei personaggi della favolistica, all’alba della loro vita, hanno incontrato solo l’Orco, divoratore di bambini. Mostro spregevole, non si lascia segregare negli archivi della memoria. Perennemente in agguato, agli occhi dell’infanzia innocente, è personificazione del nemico, sanguinario, crudele, violento.

Sono stati questi bambini e queste bambine, non mi stancherò di ripeterlo, che hanno abbattuto il muro del silenzio che mi ero imposto. Non potevo sdrucciolare nell’apatia fine e sé stessa; non potevo rimanere insensibile dinanzi alla disperazione di una madre, che affida le sue creaturine a un’altra madre in partenza per il confine polacco: solo un numero telefonico per consegnarle ai parenti. Non potevo fingere a me stessa che niente stesse accadendo nell’incrociare i visini di Ivan, Sophia, Polina, sorpresi dalle bombe prima di raggiungere il bunker. Né potevo rimanere indifferente dinanzi alla decisione di due sposi innamorati: subito dopo il rito nuziale hanno imbracciato il kalashnikov e sono andati a ingrossare, l’uno russo, l’altro ucraino, le file della Resistenza. Non potevo volgere lo sguardo altrove alla vista delle donne di Kiev, di qualsivoglia età, nell’atto di preparare, con bottiglie di birra rastrellate in casa, molotov con polistirolo frantumato e innaffiato di benzina.

È la risposta della Resistenza all’aggressione selvaggia; è la difesa a oltranza della libertà contro la dittatura di un imperialista calcolatore, cinico, subdolo. Ha posto in essere la strategia di un attacco pianificato a tavolino in tempi non sospetti, convinto che i Paesi NATO gli avrebbero lasciato pieni poteri su uno Stato, nel cuore dell’Europa, che difende il diritto all’autodeterminazione. Un guardare, a quanto pare, lontano, quello del nuovo zar di tutte le Russie, chiuso a retrospettive storiche, volutamente rinnegate. Pure gli gioverebbe un a ritroso sul processo di Norimberga, sulla fine dei suoi efferati predecessori, dal bene emulato Hitler, a Mussolini, Stalin, Pinochet.

«… torre ferma, che non crolla / già mai la cima per soffiar di venti», Putin manovra un’offensiva arbitraria e illegittima: svilisce, snatura, visualizza il dettato delle Costituzioni europee e di quella italiana che recita: «LItalia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.» (art. 11). Ma dei valori della libertà e della democrazia il potente autocrate del Cremlino non se ne cale. La sua politica occhiuta poggia sulla dominanza, non solo dell’Ucraina, che intende, strombazza, demilitarizzare e denazzistificare (il Museo della Shoa, bombardato a Kiev, dimostra l’esatto contrario), ma su un territorio molto più vasto e strategicamente più rispondente al suo delirio di onnipotenza.

Un tatticismo militare previsto come una passeggiata una seconda guerra del gesso, che imprevedibilmente si è scontrata con una Resistenza ferrea e con sanzioni drastiche, quali la confisca dei beni degli oligarchi, arricchitisi all’ombra el Cremino; lo Swift, che paralizza la capacità di commerciare e di spostare danaro da un capo all’altro del mondo brevi tempore; divieto di sorvolo degli spazi aerei intercontinentali e di attracco delle navi nei porti della UE.

Ma riusciranno le sanzioni draconiane a fermare l’avanzata russa? L’anelito alla libertà di uomini e donne, che stanno costruendo barriere con sacchi di sabbia, cavalli di Frisia, innalzando muri di mattoni come controffensiva all’aggressione nemica, lasciano bene sperare. Le premesse sono quelle di una seconda Stalingrado.

Da parte mia, rivado al fiele di Metternich, quando fu costretto ad ammettere che Le mie prigioni di Silvio Pellico «valsero all’Austria più di una battaglia perduta».

L’auspicio è che la guerra in corso sia il deterrente che acceleri la caduta di Putin e del suo regime autocratico, diventato pesante e opprimente per gli stessi russi.

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