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Fragilità di Dante. Pianti e svenimenti nella “Commedia”

Intorno al personaggio Dante, la critica ufficiale, adombrando l’investigare psicolo-gico, si è come arroccata sul seguente, usurato cliché: superbo, appassionato, di carattere integro, di sana dirittura morale, avverso ai compromessi al punto di privilegiare l’esilio alla mortificazione della pubblica ammenda, per essere scagionato dalle infondate accuse di baratteria.

Dati inconfutabili, espunti da una biografia, mera geografia di un vissuto ingessato nelle spire della parzialità: dell’uomo e del poeta circostanzia le virtù positive, razionali, la militanza socio-civile-politica, confinando in zona d’ombra il profilo emotivo, di cui il pellegrino, nel suo fatale andare, non fa mistero.

Disvelare le pulsioni della sfera psichica, penetrarne l’intimo sentire, è il fine che si prefigge Francesco D’Episcopo in Fragilità di Dante, sottotitolo Pianti e svenimenti nella “Commedia”.

Il « libello», favorevolmente accolto da un bacino d’utenza eterogeneo tra giovani e meno giovani, ha il suo focus nel citato aspetto inedito della personalità di Dante, non solo guelfo bianco, che soffre l’espulsione del suo partito da Firenze con la forza di tal che testé piaggia; non solo esule che esperisce… come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale, ma anche creatura con le sue fragilità, la sua carica di umanità. Traumatizzata, vuoi dal teatro dell’imprevedibile, rappresentato dal mondo ultraterreno, vuoi da parole icastiche, suscitatrici di fremiti e sussulti, vuoi dalla percezione visiva del tetro paesaggio infernale in concerto con la percezione uditiva di sospiri, pianti, alti guai, che convertono lo sgomento interiore in lacrime.

Lacrime esternazione di una psiche sconvolta nel profondo, specialmente se emotività e compassione si incastrano nelle/con le vicende tragiche del parterre dei dannati.

Lacrime smarrimento e disorientamento: secondo il D’Episcopo e gli esegeti che sposano la sua tesi, non vanno letti in chiave di debolezza-fiacchezza, ma di manifestazioni di sensibilità e compartecipazione ai martiri inflitti dalla divina giustizia a quelli che un dì furono uomini e che nell’Inferno appaiono tramutati in sub uomini. Esempio emblematico: gli indovini, il cui pianto de li occhi / le natiche bagnava per lo fesso. Punizione orrenda, raccapricciante. Di sconcerto per Dante. Preso da istintiva suggestione psicologica piange poggiato a un de’ rocchi / del duro scoglio del… vallon tondo.

Pur calato nell’ortodossia cattolica medioevale, e pur giustificando i vari generi di punizioni, l’uomo Dante non può radiare dal suo ego la sottesa empatia che lo sollecita ad accostarsi ad anime della statura di Francesca, prima vittima di femminicidio, fedifraga eccellente, condannata dalla intransigenza della legge morale.

Ma Dante non condanna. Dante, lo sottolinea il D’Episcopo, non attraversa l’al di là in veste di giustiziere, ma di uomo comune, con le sue esilità, i suoi spaesamenti, i suoi deragliamenti psichici.

La storia di amore e morte, di attimi e di eternità di Francesca lo turba fin nei precordi, vorticandogli l’anelito di conoscere il dramma esistenziale della donna, innamorata di Paolo, bello e avvenente, che, purtroppo, non è suo marito. Immede-simandosi negli affanni del cuore e nei rovelli della mente della trasgressiva, col garbo e la discrezione della sua dimensione psichica, l’interlocutore, accorato, conduce la decodificata a evocare il tempo de i dolci sospiri e de i dubbiosi disiri,non per interesse morboso, ma per penetrarne le radici.

A tale lecita richiesta, la peccatrice, non senza patema, con un andante moderato, principia a sfogliare le pagine di quell’amore che tutta la invase e che ancora la invade, con un a ritroso che armonizza, in un crescendo spasmodico, il pathos e la pietas del pellegrino con il climax della narrazione, spezzata da pause, sospiri, sospensioni, che attualizzano e rendono straziante il ricordo del tempo felice / ne la miseria.

Il rivivimento di quella storia dei sensi e del cuore, condannata col diktat del peccato di lussuria, ma sostanzialmente pura e incontaminata nel tempo,costerna e disanima Dante, le cui lacrime pietrificano per cedere il posto al deliquio.

Se in questa mia lettura del libriccino di D’Episcopo mi è concesso un fuori onda, ravviso similarità e afferenze tra Maria di Magdala e Francesca. Se la peccatrice del Vangelo è una protagonista della storia del Cristianesimo, Francesca è una protagonista della storia del Medioevo. Per entrambe che hanno amato e patito con tenerezza di donna, reputo, Dante rivisiterebbe il versetto 7,36- 8,3 di Luca che recita: le siano rimessi i peccati perché troppo hanno amato.

A prescindere dalla mia arbitraria digressione, sono tanti nella “Commedia” gli episodi che stimolano lacrime e pianto in Dante. Il D’Episcopo menziona l’ abbandono di Virgilio, dolcissimo padre; l’incontro con Forese Donati, macerato da fame e da sete; i rimproveri di Beatrice nel Paradiso terrestre. Sono scombussolamenti dell’animo, mirati a dimostrare che il visitatore non è un privilegiato caro ai Celesti, ma un individuo come tutti, che compie quel viaggio di salvezza e di redenzione con ragione e sentimento, ingredienti insopprimibili per uscire dai viluppi e dai triboli della selva oscura.

Recensione
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