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Il mistero di Ruth

Un amore oltre la vita

Il vuoto che attanaglia l’amante quando l’amata varca la soglia dell’ultraterreno, se emotivamente destabilizza, a livello di proiezioni fantastiche suscita visioni oniriche, che si accompagnano a riflessioni di taglio teologico-filosofico o parafilosofico: vivificando le retrospettive del passato irrecuperabilmente perduto e dando linfa vitale alla partner, ormai tra le nebbie dell’imperscrutabile, leniscono il dolore, regalando quella pietosa insania, che esorcizza il senso di finitudine con l’illusione della vita che continua «oltre la vita».

É la situazione psicologica di Ian, con la moglie, comprimario de Il mistero di Ruth, una storia di coppia da non equivocare, ad una prima e frettolosa lettura, per biografia d’amore alla Peverelli o alla Liala. Non rapportabile, per profondità di tematiche e suggestioni onirico-filosofiche al dramma, indubbiamente struggente, di Oliver Barrett e Jennifer Cavalleri, questo romanzo di Prisco Bruno, che non esiterei a etichettare di amore oltre la morte, ha la sua protagonista in una creatura di squisita sensibilità, afflitta da una solitudine, che dalla nascita insidia il territorio dell’io, minato da tristezza, ostativa delle capacità relazionali. Occhi verdi a mandorla, alta, magra, di aspetto quasi immateriale, un dolore sottile permea l’esistenza di Ruth (tale il nome della protagonista); un dolore che non tange i compiti della madre esemplare, della sposa integerrima, archetipo di un amore senza sgranature, malgrado il logorìo del quotidiano: l’educazione delle figlie, l’insegnamento, la carriera scolastica del marito, negli anni di piombo nel mirino delle frange eversive.

Una stagione di vita analoga a tante, ma con la peculiarità di essere in permanenza ingrigita da sostanziale malinconia; una malinconia silente, ma presente: pulsa dentro con percezione di dolore subdolo, inestinguibile. Non è passività, torpore, inerzia atarassica, è idea sottile di un altrove consustanziato con l’ego, scombussolato da tristezza tragica: si esteriorizza con un sorriso dolce, opacato da velature che adombrano la pienezza della felicità maritale.

Donna, nel suo entronautarsi in oscillante sospensione tra transeunte e metafisico, Ruth gode dell’amore incondizionato di Ian: si consolida, di giorno in giorno, anche con meditazioni sul finalismo della vita e sul quid dell’ «oltre», un afflato che intriga i due coniugi, coinvolgendoli in scambi di pensieri e di opinioni con centro nevralgico il mistero dell’Ignoto.

È il coagulo dell’amore sintonia di intenti, incontri di cuori che pulsano all’unisono. Amore assoluto, intenso, ancor più quando l’amata depone le spoglie mortali e trasmigra nella dimensione del trascendente. Allora sentimento e ragione del marito desolato sono come calamitati da visioni oniriche: fungono da paratie alla disperazione e assolvono al ruolo catartico, consolatorio, di veicolare nella sfera degli umani la cara immagine, che gli si raffigura nella sua bellezza intramontabile, nella melodia della parola, che ancora suona «amore» in quel: «Sono piena di amore».

Magia delle anime reincarnate, altre dalle ombre vane, fuor che ne laspetto? Come attestarlo? Solo con studi di settore, che avvalorino scientificamente le proiezioni del sentimento, i deragliamenti della psiche, le allucinazioni in cui, inconsapevolmente, può incorrere una mente innamorata.

In cerca di risposte esaustive su una problematica dalle svariate sfaccettature, l’amante riconsidera le tesi dei savi dell’antichità, maestri in materia di reincarnazione, a partire da Pitagora fino a Socrate e a Platone, antesignani e assertori convinti, secondo Seneca, che tutto finisce, niente muore.

Scoraggiato e deluso dalla prolungata assenza di Ruth, che non lo visita da quando due mesi dopo la dipartita se la trovò accanto nel letto, Ian smania di attingere informazioni di inequivocabile attendibilità sulla teoria della reincarnazione, a giudizio di detrattori e di stimatori di ieri e di oggi, non dimostrabile a lume d’intelletto. Il suo è il pensiero dominante dell’animo e del cervello: insieme concertano l’incantesimo di un sogno,che dovrebbe sciogliere ogni dubbio tramite la parola di un vecchio saggio sbucato da una parete di una grande sala, dove Ian si trova catapultato.

Domanda dopo domanda, con un interloquire placido e illuminato, viene svelato l’arcano della reincarnazione, privilegio di anime, che sentendo sincronicamente allo stesso modo approdano all’affinità, condizione indispensabile per essere definite gemelle.

Appagata la curiositas di Ian? Di certo, è rasserenato da un parziale stato di soddisfazione, che non fuga ripensamenti sull’evoluzione delle anime e sulle rivelazioni acquisite. Hanno parvenze di verità, ma potrebbero essere, malgrado tutto, mere fantasticherie, imbastite da un amore che si ostina a non ondivagare nella palude di un oblio sconsolato. Ma al di là delle ipotesi immaginarie, quello di Ian è stato per davvero un sogno o un’avventura? una divagazione della mente e della psiche? o la forza di un amore determinato a non morire, come non muore la storia e non muoiono le civiltà?

Chi può dirlo! La mancanza di verità assoluta abilita il lettore ad almanaccare sul filo della propria fede, del proprio agnosticismo, del proprio ateismo, concezioni che lasciano Ruth nella sfera dell’inconoscibile, incompreso dalla ragione, non dal cuore di Ian, che ha amato con tutto sé stesso e continua ad amare al di là del mistero dell’«oltre la porta».

Di sani principi morali,in tempi di decadenza come gli attuali, in cui la messa al bando dei sentimenti razzola in un materialismo e in un edonismo sfrenati, il romanzo di Prisco Bruno offre ai giovani di qualsivoglia etnia un momento di riflessione sui principi valoriali, dissacrati dall’apatia e da un lasciarsi vivere, che ha i suoi referenti, oltre che nel delinquere, nella droga, nell’alcol, nel sesso, quale atto materiale di maggiore soddisfazione se realizzato nello stupro e nella violenza di gruppo.

Recensione
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