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In zona rossa e oltre

18 marzo 2020
giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia di Coronavirus

Una immobilità sovrumana avvolge di densa tristezza la notte di Bergamo. Una accensione cupa di motori sgrana assoluti di silenzi. Una lunga colonna di camion militari, con un miserando carico umano, si avvia chissà… dove. All’interno dell’abitacolo, allineate le une alle altre, un numero indecifrabile di bare: ospitano le vittime dell’epidemia di Coronavirus.

La destinazione? Un arcano non ancora svelato alle famiglie degli estinti, cui la famelica pescatrice[1] ha negato il conforto dell’ultimo saluto. Al dolore per la perdita, la disperazione per l’ineffettuabile…corrispondenza damorosi sensi. Il flagello della sciagura universale[2] abroga finanche la religio sepulcri. La desolazione, estrapolo da In zona rossa e oltre di Antonio Crecchia, si accoglie tra le mani,[3] mentre i giorni scorrono lenti, angosciosi, tra sibili di sirene e corse di ambulanze per strade senza traffico: in lista d’attesa, lì, all’ingresso dei nosocomi Covid, dettano sentenze di morte.[4]

Le città vuote, deserte, spettrali, evocano agli anziani scenari di guerre passate. Quella non calendarizzata del 2020 la si combatte contro un nemico invisibile e inflessibile, insidioso e subdolo: tiene nella sua ferrigna / rete[5] gli organi delle prime vie respiratorie, esponendoli alla trasmissione del contagio letale. Nella lugubre atmosfera di morte, rivisitando il Sacchetti, c’è da chiedersi se viene a mancare ogni poesia e se vote son le case di Parnaso. [6] Giammai! la risposta corale del Parnaso.

Se i flash mob dai balconi auspicano imminente rinascita; se Roby Facchinetti, con la sua Risorgerò, lancia un forte grido di speranza, il poeta non si aliena nella anestesia della parola. La sua Musa, sia pure affranta, come le Pimplèe che fan lieti / di lor canti i deserti, sa trarre dal suo plettro un cantico di vita, nato da un teatro di desolazione e di morte. Infondere nel messaggio lirico l’energia vivifica della resurrezione è il fine perseguito da Antonio Crecchia: nei due luttuosi anni di pandemia non ha mai disertato né l’Elicona né il Parnaso.

Autore, come in precedenza menzionato, della silloge In zona rossa e oltre, da cui ho già espunto i suggestivi emistichi, di cui sopra, con misuratezza di stile e partecipazione pacata, analizza stati d’animo erosi da patemi, che turbano e inquietano quanto più ci si consapevolizza di essere un nulla dinanzi al dilagare di una catastrofe collettiva e di ingenti proporzioni. Pure, come poc’anzi accennato, nel pieno della confliggenza pandemica, Antonio non si chiude nei gangli del mutismo sterile e fine a sé stesso; la sua voce, che scuote e cattura, nell’im-perversare dell’immane tragedia, non veicola astrattismi chimerici, ma coaguli di solide aspettative, che intercettano segnali di luce, oltre il tetro tunnel del Corona-virus.

È il segreto di una scrittura poetica che, nella sua franca schiettezza, si fa interprete del clima di tensione e di trepidazione di una delle età, sotto il profilo sanitario, veramente, tra le più fosche della storia dell’umanità. Senza cavalcare arzigogoli e fantasticherie, ma vivendo e soffrendo sull’altare della malinconia, / il rito dell’assenza, del torpore che vegeta,[7] il Crecchia scongiura il rischio, non sottostimabile, di sdrucciolare nell’abisso dell’apatia, nella deriva del torpore e del lasciarsi vivere passivamente.

Abbattere le grate della coatta prigionia[8] è quanto mai impossibile se non si possiede la sensibilità di cogliere battiti di vita anche nelle piccole, insignificanti cose del quotidiano, quale il risveglio della natura, pregno di spirito vitale, dopo le brume invernali. La lezione proviene dalla gialla, aulente mimosa che apre il cuore / a un sorriso per domani.[9] Tale la dimensione del poeta: mutua forza e vigore dall’osservatorio del mondo, passando dal cielo stellato, attraverso «pianeta» uomo, alla soffice, vellutata mimosa: in una stagione non più inverno, non ancora primavera, con la sua fioritura esplosiva, preannuncia la rinascita di un domani tutto da rinverdire e da re-inventare, per una più efficace ripresa di vita.

Nella solitaria prigionia[10] dell’arresto domiciliare[11], nel suo Molise arcaico e depresso[12], al Crecchia, tra la consolatio della mimosa, i bollettini di morte, le incertezze del Governo che procede con un lento / zoppicare, con faticoso arrancare,[13] non rimane che sfogliare pagine di solitudine,[14] senza mai affondare nelle dune del pessimismo acerbo e sconfinato. Gli è di stimolo la sensazione di libertà / oltre… le mura[15] della reclusione; libertà che suffraga l’avanzare della reviviscenza in un futuro prossimo venturo, supportato dalla poesia, non illusiva, ma concreta conversione in parola dei lampeggiamenti e delle intuizioni che ne sostanziano il movere interiore.

18 marzo 2022


[1] A. Crecchia, In zona rossa e oltre, Ediemme Cronache Italiane, Salerno 2021, p. 14.

[2]Ivi, p. 15.

[3]Ivi, p. 36.

[4] Ivi, p. 14.

[5]Ivi.

[6]F. Sacchetti, Per la morte di Giovanni Boccaccio, in Le rime di Cino da Pistoia e altri del secolo XIV, prefazione di Giosuè Carducci, 1862.

[7] Ivi, p. 11.

[8] Ivi, p. 25.

[9] Ivi, p. 11.

10Ivi, p. 32.

[11]Ivi, p. 37.

[12]Ivi, p.18.

[13] Ivi, p. 31,

[14] Ivi, p.72.

[15] Ivi, p.75.

Recensione
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