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Io e mio padre napoletano

“homo neapolitanus”

Non si può non essere in sintonia con il Leopardi quando definisce la scrittura «suggestiva», con allusione ai segreti inalveati nel mondo interiore di ogni autore, mondo che nessun recensore, per quanta professionalità possa vantare, riesce a monitorare nella sua complessità, per la difficoltà oggettiva di calarsi nel profondo dello scrittore, senza incorrere in qualche svisualizzazione.

In questa ottica non vorrei, mio malgrado, scivolare in involontari fraintendimenti nello stilare le mie impressioni su Io e mio padrenapoletano” di Francesco D’Episcopo.

Al pamphlet, tascabile e maneggevole, di buona fattura tipografica,bene si addice l’adagio popolare Il tempio è piccolo, ma pieno di devozioni o quello latino Virtus non est in arbore magna. Sì, perché, sebbene opportunamente condensata, veritiera e senza infingimenti, la storia privata, dipanata da D’Episcopo, banditi filosofismi, talvolta, astrusi e criptici per il lettore comune, privilegia la pista del narrare e del narrarsi attraverso la figura del padre,“homo neapolitanus,” [9]rispettoso di usi, abitudini, costumi, consuetudini, che riconosciamo nei nostri genitori, del Novecento esemplari unici e incomparabili.

Mi si potrà obiettare che l’attaccamento alle manifestazioni primigenie e aurorali della nostra città sono prerogative indiscutibili dei napoletani. Immediata la smentita: per chi non ha origini campane come il Nostro, empatia e antropologia non si astengono dal creare quel glutine comunitario e umanitario, che contribuisce a metabolizzare uno stile di vita che, con gli anni, napoletanizza anche chi napoletano non è.

Tale etichetta si attaglia a D’Episcopo: pur non essendo nato a Napoli, è più napoletano dei napoletani autoctoni, e per la sua formazione alla Federico II, di cui è diventato docente, e per il padre ”napoletano“, che aveva introiettato tutte le abitudini partenopee e le applicava alla lettera. Quali ?

Di rito quella del pranzo domenicale al ristorante. Pranzo, non cena, per il semplice fatto che di giorno cè la luce e la luce è tutto.[10] Di qui la sana abitudine del pranzare tutti insieme, armoniosamente, di giorno, dinanzi a paesaggi splendidi, soprattutto di mare.[11]

Momenti sproblematizzati dell’infanzia e dell’adolescenza. Rievocati con candida pacatezza, senza lasciarsi catturare da amarcord triti e di sapore ostentatamente nostalgici, riverberano gradevolezza di lettura e agile tenuta narrativa: in tutto il corpus del libriccino non scadono in monotonia, perché la napoletanità bizzarra e imprevedibile del padre si intreccia di continuo con le aspirazioni del figlio studente, dominato dalla voglia vogliosa [12]di volare, incoraggiato da spiccate attitudini agonisti che.[13] Durante gli allenamenti, uguagliandosi in curva a Jesse Owens gli era davvero sembrato di volare in spazi aperti di campagna.[14]

Anche se l’aspirazione alla vittoria finale non si realizza per sopraggiunte motivazioni, che non sto qui a spiegare, per non privare il lettore dell’effetto sorpresa, la voglia vogliosa di volare di D’Episcopo ha tagliato traguardi di maggiore eccellenza: quelli del sapere in cui il volo è sublimazione e massima affermazione, a giudicare dalla notorietà dell’umanista, dalle sue pubblicazioni, dai cinque, e dico cinque, premi della cultura, conferitogli dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

A ritroso e flashback delineano il carattere aperto, amicale del padre, originalissimo al punto da fittare un albero di ciliegie allanno, dove nel mese della maggiore maturità il figlio ragazzino si arrampicava su una scala lunga e stretta per raccoglierle.[15]

Una stravaganza lecita come quella di cambiare, spesso, casa il 4 maggio, giorno dedicato agli sfratti. Inutile per il padre, come del resto per ogni napoletano, l’acquisto di un immobile: i fitti, all’epoca, erano bassi, i soldi andavano spesi e,sentenziava la vita è troppo breve e va vissuta fino in fondo.[16]

Una filosofia tutta napoletana, piacevole, non trasgressiva, aperta al sogno, che è bisogno di uscire momentaneamente dal reale. Sogno che, nell’immediato dopoguerra, poteva regalare solo il cinema. Nelle pomeridiane al cinematografo il ragazzo Francesco addentava due fette di pane con frittata, mentre spazientiva per il ritardato arrivo dei nostri, che avrebbero sconfitto gli indiani. nei western d’importazione americana.

Vicende di un dì: rivisitano un’età che, senza essere dell’oro, era di serenità e godimento delle piccole, care gioie domestiche.

Episodi inobliabili di un mondo che fu, come sa chi, dopo vari lockdown, vive di quella Napoli che, ancora regala, con la riapertura delle sale cinematografiche, il sogno e col sogno, per dirla con D’Episcopo, quello che più manca all’uomo: lamore, la passione, il sorriso, la speranza in qualcosa che vada oltre la vita. [17]

[9] Francesco D’Episcopo, Io e mio padre “ napoletano” , Helicon Edizioni, Arezzo 2021, Epilogo, p. 72.
[10] Ivi, A pranzo di giorno, p. 12.
[11] Ivi, p. 13.
[12]Ivi, Voglia di volare, p. 14.
[13] Ivi, p. 15.
[14] Ivi.
[15] Ivi, Lamore per la natura, pp. 24-25.
[16] Ivi, Le case, p. 59.
[17] Ivi, Epilogo, p. 72.

Recensione
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