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La Napoli letteraria di Francesco D'Episcopo

La Napoli letteraria di Francesco D’Episcopo, edita da Graus, curata con appassionato rigore metodologico da Maria Gargotta, è un’indagine socio-storico-culturale su una rosa di autori (Pontano, Vico, Settembrini, Mastriani, D’Annunzio,Gatto, Striano), napoletani e non, che hanno vissuto la singolare avventura di essere accolti, per un determinato lasso di tempo, tra le braccia della bella Partenope, città prismaticamente sfaccettata nelle sue ataviche contraddizioni, antropomorficamente donna, meglio femmina, capricciosa e caparbia, viscerale e sanguigna, amata-odiata per le sue inquietudini e per la naturalezza, scevra di speciosità e infingimenti. Città sui generis, che non si è internazionalizzata in forza di folklore, mandolini, scetavaiasse, triccaballacche, canzone del mare,del cielo, del sole, ma per l’innata capacità di umanizzare il trascendente all’ombra di cabala, superstizione, onirismo, parapsicologia, miti, mistificazioni, fattori che suscitano meraviglia, seconda pelle dei cittadini, nei quali è come consustanziata più che nei processi letterari.

Partendo da questa visione antropomorfica della napoletanità, il D’Episcopo intercetta in uomini comuni e in orientatori di pensiero motivi, circostanze, occasioni che producono meraviglia, di casa finanche nella corte aragonese, anticipatrice, secondo la Gargotta, della meraviglia, alla luce dei nuovi studi su Virgilio, effettuati dal Pontano con un’ottica che rovescia i limiti danteschi del Mantovano poeta nazionale e sposta il baricentro dell’antica admiratio sulla valenza comunicativa della parola fluida, ipersemantica e del verso ritmico.

La lungimiranza operativa del Pontano può suonare azzardo, ma sono gli azzardi e gli arbitri di menti precorritrici dei tempi che forgiano i novatori. Senza di loro la traiettoria del progresso ristagnerebbe nel regresso rancido dell’immobilismo; senza di loro, ieri, oggi, le Avanguardie del Novecento, non avremmo l’opportunità di disquisire sull’ufficio di meraviglia della parola, abile, chiosa la Gargotta, a creare stupore nei lettori come negli spettatori di un teatro che genera stupefazione con la trasposizione scenica dell’homo neapolitanus, maestro nell’arte di arranciarsi, esponente di una scienza di vita empirica, seguace della filosofia del quotidiano, sproblematizzata da catastrofismi; una filosofia né stoica né atarassica, ma dello storta va diritta vene, cantata, anni addietro, da Aurelio Fierro. È una filosofia spicciola con ascendenze nel teatro popolare dialettale, incarnata da Pulcinella, filiazione, a detta di D’Episcopo, dell’Antonius del Pontano, sulle cui orme la maschera di Acerra si muove, pronuncia battute salaci o facete, mima piroette e saltelli ridicoli.

Personaggio balzano, filosofo, dissacratore, ludico, indolente, Pulcinella personifica la stravaganza, meglio, mi si perdoni il lemme assai poco protocollare, la strafottenza della città che imbastisce espedienti, dibattendosi tra indigenza e sottomissione con spirito camaleontico e abilità proteiforme che desta, tra riso sollazzo, la meraviglia di quei Grandi di Spagna, donchisciottescamente vanesi e arroganti.

Per D’Episcopo l’animus neapolitanus ha peculiarità proprie nell’esagerazione e nella mitizzazione, avvertite come fatti naturali, rivolti a destare meraviglia, quella stessa che traspira dalla produzione di Mastriani, ricreatore di certe atmosfere volutamente ignorate dalla storia letteraria precedente, per i manifesti aspetti scabrosi e scandalosi di vicoli e di quartieri da lui descritti e rappresentati cogliendone malversazioni, promiscuità, malaffare, tenuti in piedi da gente succida, senza scrupoli, repertorio antropologico di una Napoli, in lui connaturata nello scorrere di un quotidiano perennemente imprevedibile. Una città, in tutto e per tutto, verace, scrive D’Episcopo, in Verità dell’inverosimile,[1] modo prettamente napoletano di dare ai suoi feuilletons quella esagerazione e quella esasperazione narrativa, atta a ingenerare meraviglia, forte partecipazione fantastica ed emotiva. Meraviglia, partecipazione fantastica ed emotiva non sono prerogative a esclusivo appannaggio di Mastriani, napoletano fin nei precordi, perché attraggono e avviluppano persino il maggior Vate del nostro Decadentismo. Incline a scrivere pagine di struggente o pseudo struggente passione( nel contesto in predicato quelle del carteggio con Barbara Leoni, amante del periodo napoletano), D’Annunzio è come rapito dalla Napoli delle botteghe librarie, dove è facile incontrare Croce, Di Giacomo, Scarfoglio; la Napoli, per intenderci, dei salotti letterari e degli studi artistici di Palizzi, Morelli, Michetti, che lo avvicina alla musica di Wagner. Con la città fin de siecle, decadente e simbolista, il poeta sembra intrecciare una relazione simbiotica, sprone e pungolo di uno sviluppo immaginifico, complice la parola orfica e sensuale, che si tramuta in corpo e sostanza di una scrittura che eleva al surreale e fa di Gabriele innamorato un mitografo, impegnato nella raffigurazione dell’indescrivibile.

Trattasi del mito trasfigurativo della donna, che darà prova suggestiva nella futura trasfigurazione di Ermione, le cui chiome profumeranno come chiare ginestre… il cuore nel petto sarà come sca intatta… i denti negli alveoli mandorle acerbe.

Sono, come tutti, nell’itinerario della vita e dell’arte del D’Annunzio, anni frenetici, durante i quali, sottolinea la Gargotta, diventa addirittura immaginifico il rapporto con la città, descritta con pennellate, all’occhio del profano, oleografiche; agli occhi del critico, esternazione della potenza dei sensi e del sentimento del poeta di una sensibilità ferina, primordiale, come di aspetto primordiale gli si configura il Vesuvio rosseggiante e primordiale è l’immagine del mare. Sono visioni privilegiate dal Vate: cogliendole e convertendole in scrittura creativa non smentisce, precisa D’Episcopo la sua fama di musicale affabulatore e di colorato dipintore di situazioni, che armonizzano tutte le varietà della conoscenza raffigurando la vita, suggerendone sogni e recuperando il meraviglioso, aspetto di una Napoli caleidoscopio di stupefacente; una Napoli che si ostina a non volere cambiare, per non rinunciare o mortificare le sue doti trasfiguratrici di una realtà amara, che si studia di esorcizzare con l’evasione nel sogno, nel mito, nell’orgia metafisica di quella meraviglia che, nata nella corte aragonese prima della maraviglia barocca, sopravvive nell’ homo neapolitanus come sopramondo catartico, consolatorio di una decadenza globale che opacizza, se è possibile ipotizzarla, la prospettiva di un oltre in progress.


[1] F. D’Episcopo, Verità dell’inverosimile, postfazione al saggio Francesco Mastriani: un escluso di A. G. Pessina, Tullio Pironti, Napoli 2013.

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