Servizi
Contatti

Eventi


La Napoli letteraria di Francesco D'Episcopo

Via Mezzocannone ieri e oggi

Via Mezzocannone non poteva rimanere un ricordo dai lembi sfilacciati nell’uomo e nel critico Francesco D’Episcopo. «È la mia, la nostra via»esordisce il docente con amorevole idea di possesso. Possesso caldo, affettivo: lo cala nelle care, piccole cose di un quotidiano, tutto suo, privato, cui è fieramente orgoglioso di appartenere.

È risaputo, cose, vie e quanto altro sono in noi consustanziate, perché il nostro ilozoismo non si stanca di trasfonderci in esse e di attribuire ad esse un’anima: le abbraccia, le interroga, le fa sue, con quel quid di arcano che è «la nostra vita», apertura alare, sul futuro, sul domani, su sogni vagheggiati.

Se per Calderón de la Barca la vida es sueño, per il Nostro vivere è sognare,…essere dentro le persone / e le cose, soprattutto, / dentro di noi, / per essere con gli altri,…[1]

Chi sono gli altri? Gli intellettuali di sempre, quelli che custodiscono e tramandano il piacere del sapere che non si scalfisce. Quanti di loro hanno percorso via Mezzocannone discutendo di Dante o di Montale, di Heminguey o di Dumas, di Pitagora o di Lombroso, di Hegel o di Freud? Il ricordo si fa vivo e li presentifica. Eccoli! Salvatore Battaglia, Giancarlo Mazzacurati, Vittorio Russo, Mario Santoro, Alberto Varvaro.

Arengo dei salotti o Caffè letterari di allora, le Librerie storiche della vecchia Napoli: Liguori con i titolari ben visibili dalla vetrina perché nella stessa Libreria gestivano il loro lavoro editoriale; [2] la Libreria LAteneo di Giuseppe Pironti, affiancato dalla moglie, generosa e popolare, dominava la scena.[3] Un vivaio, un cenacolo di cultura napoletana, destinata, in buona compagnia con la Biblioteca Universitaria, l’Accademia Pontaniana, la Società di Scienze, Lettere, Arte, a sconfinare dall’angustia del regionalismo.

In questa fucina internazionale di ingegni[4] il D’Episcopo discente-docente lascia il cuore; un cuore fanciullo, che si vela di malinconia in considerazione dalla decadenza di un oggi senza poesia, senza progettazione se non quella di adeguarsi al qualunquismo e al conformismo della società robotizzata e digitalizzata del Duemila. Il ritmo frenetico della velocizzazione ha abraso quella memoria storica che non si coglie più attraversando la via, dove si respirava il mondo.[5] Dove le cartolerie, le tipografie, le legatorie, le dattilografie? Dove il ticchettìo vibrante dei tasti della Olivetti 82? Dove le giovani dattilografe, camice di raso nero e colletto bianco, attorniate da laureandi alle prese con le ultime bozze della tesi? Inghiottite dai supporti meccanografici. Un Clic! e ogni errore è eliminato. E gli studenti? Fiondati al PC a tagliare, incollare, salvare, senza ansia e patemi di cancellature ultima ora: costringevano a ricopiare l’intera pagina.

Di quella età, di quella stagione, di quello stile di vita scomparso, D’Episcopo rimane un inguaribile nostalgico. Di immutato il via vai allegro e spensierato degli studenti: alcuni, per fortuna, ancora con tante fole in testa/ sogni nel cassetto.[6]

A testimonianza delle morte cose vivacchia qualche Bar, in cui la tradizione rivive nella sagoma di tavolini, con i piedi di ferro e il piano di appoggio in marmo.

Lì, D’Episcopo incontra scrittori e poeti neofiti, cui largisce consigli e suggerimenti su possibili pubblicazioni, mosso dal bisogno di scoprire nuovi talenti come già ha scoperto e riabilitato tanti operatori incompresi dalla Koinè e dalla grossa editoria che poco si è interessata di loro. Su di essi la barbarie dei tempi ha disteso un’ombra grigia di oblio che il critico e il saggista è riuscito a dissipare, raccontando di Jovine o di Incoronato, di Gatto o di Striano, proprio in quella via Mezzocannone che continua a evocargli tanto splendido passato.

Tale il vivere e sognare di D’Episcopo e l’elzeviro Via Mezzocannone è il tributo a Napoli, città che a tanti napoletani eccellenti, ha, per davvero, fatto da balia nutrendoli con il suo inestinguibile amore di cultura e di vita,[7] modo unico per sperare, amare: / essere dentro le persone / e le cose, soprattutto, / dentro di noi, / per essere con gli altri

Note

[1] Francesco D’Episcopo,Quadrittico per mio padre, in Maria Gargotta, La Napoli letteraria di  Francesco D’Episcopo, Graus editore, Napoli 2015, p. 160, strofa III, vv. 43- 48.
[2] Maria Gargotta, La Napoli letteraria di Francesco D’Episcopo, cit., p. 156.
[3] Ivi.
[4] Ivi, p. 157
[5] Ivi.
[6] Anna Gertrude Pessina Alle fonti del Lete, Genesi Editrice, Torino 2005, p. 43, vv. 12-13.
[7] Maria Gargotta, La Napoli letteraria di Francesco D’Episcopo, cit., p. 158.
[8] Ivi, Quadrittico per il padre, in M. Gargotta, La Napoli letteraria di F. D’Episcopo, Graus editore, Napoli 2015 p. 160, strofa III, vv. 44-48.
[9] Francesco D’Episcopo, Io e mio padre “ napoletano” , Helicon Edizioni, Arezzo 2021, Epilogo, p. 72.
[10] Ivi, A pranzo di giorno, p. 12.
[11] Ivi, p. 13.
[12]Ivi, Voglia di volare, p. 14.
[13] Ivi, p. 15.
[14] Ivi.
[15] Ivi, Lamore per la natura, pp. 24-25.
[16] Ivi, Le case, p. 59.
[17] Ivi, Epilogo, p. 72.
Recensione
Literary © 1997-2021 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza