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Nihil Novi Sub Sole in  Tamar

(intorno al componimento poetico di Angelo Manitta)

Evocare, nel nostro giovane Duemila, il nihil novi sub sole significa individuare l’esistenza di una ineludibile linea di continuità che dal passato transita nel presente con le stesse aberrazioni di ieri. Una continuità, alla luce della fenomenologia del vissuto e dell’indiscusso tralignare dell’uomo, intercettabile nell’abiura dei sentimenti, nella profanazione dell’etica, nel dileggio dei valori a totale beneficio della crapula, delle orge, dell’edonismo, della libido sessuale, dal sesso estremo all’incesto. Già diffuso, secondo fonti attendibili, presso i cavernicoli di Neanderthal.

Praticato dagli antichi egizi che, per la purezza del sangue, ufficializzano il matrimonio tra germani, l’incesto vanta un itinerario socio-storico-ambientale che dai Romani trapassa in molte case regnanti dell’Ottocento e oltre: combinano nozze tra cugini consanguinei per la stabilità della monarchia e in considerazione dell’eredità geopolitica dell’aspirante sposo o sposa.

In tempi a noi più vicini, succuba di incesto Virginia Woolf, all’età di sei anni molestata dal fratellastro Gerald e a tredici dal ventinovenne fratellastro George. Irreversibili i danni sulla psiche e sulla salute mentale della scrittrice, che finisce suicida.

Sulla devianza in esame potrei disquisire all’infinito col rischio di svicolare in una digressione disturbante quando, nell’effettualità del caso, la presente ouverture vuole essere solo propedeutica della silloge Tamar di Angelo Manitta, racconto in versi di un incesto che erompe dalla scenografia biblica e si cala nel contesto odierno per l’attualità e l’intramontabilità della tematica: nel corso dei secoli non ha mai attraversato, purtroppo, momenti di oscurantismo.

A rivisitare, con affabulante scrittura versale, il dramma umano e psicologico dell’eroina biblica (Samuele, libro secondo) si cimenta il Manitta con un certosino lavoro di ricerca, proteso a ri-creare e riattualizzare un mondo archiviato nella memoria collettiva, ma che per perversività, raggiri, inganni, cosificazione e solitudine della protagonista, non si diversifica dal nostro, a conferma del nihil novi sub sole.

Ma, per non dilungami oltremodo in una fase proemiale, che potrebbe configurarsi fuorviante, urge penetrare la storia poetica raccontata dal Manitta, dall’incipit in medias res, a giudicare dai tre personaggi chiave, ciascuno con peculiarità proprie, interpreti dell’azione drammatica, che sta per esplodere in tutta la sua tragicità.

A sipario alzato, e sottolineo alzato, perché la lirica del Manitta si correda degli ingredienti della rappresentazione, campeggiano sulla scena, senza il corteggio del prologo, dei messi e dei confidenti, i protagonisti, sbozzati con versi essenziali, scevri di infingimenti occasionali, di lungaggini o interferenze, che potrebbero ritardare l’evolvesi dell’intricata vicenda: per il pathos e l’alta tensione emotiva, tiene il lettore-spettatore col fiato sospeso dall’esordio alla fine.

Ma eccoli i tre fratelli: Assalonne, il belligero figlio del re, /…Tamarsorella dal volto di luna / e dagli occhi di stella:../ Amnon, il fratello reietto e alienato, con contorti pensieri. Una passione abietta e impudica lo macera, tormenta, consuma in un crescendo di spasimi e di demenza: gli rendono il cuore roventeil corpo debole. Il suo è un delirio ossessivo e insano con effetti fisici che lo rodono, lusingano, esaltano, illudono, ammaliano fino a rimandargli la fallace visione della sorella nuda nella sua divinità o di dea venuta dal mare. Sono spine che gli sanguinano dentro, ne alterano il quoziente intellettivo, gli scombussolano le capacità razionali.

È vero che è guasto e marcio, ma le turbative dell’anima e della mente non giustificano l’obbrobrio che lo arrovella e lo fa impazzire come impazza un cavallo imbizzarrito, che né palafreniere né provetto cow-boy riesce a frenare e a fermare.

È altrettanto vero che ogni operatore del male, per la realizzazione dei suoi loschi piani, si assicura la complicità di un confidente. Amnon non è da meno. Al suo alter ego Ionadab confessa: Sono innamorato di Tamar,… Voglio sfiorare la sua pelle, / assaporare le sue labbra carnose. / Vorrei toccare e baciare / la sua fronte, il suo viso, i suoi seni. / Quando la vedo in lontananza / … mi sento mancare le forze, / e nel cuore di volerla far mia, / possederla, possederla per intero, / fondere il mio corpo col suo, / … in un unico essere. /

Brama esecrabile, fantasia distorta: tramutano in concretezza quando l’ipocrita, tartufesco Ionadab propone all’amico di fingere malattie oscene e di pregare Davide, affinché Tamar appresti per lui vivande succulenti.

Siamo al clou del dramma biblico. Tamar, ingenua e casta colomba, prepara vivande, ma il falco ha affilato gli artigli e usa roventi parole d’amore per circuire la preda.

Vieni, accostati, inviolata, / spoglia le tue inutili vesti, / mostrami il tuo corpo nudo, / fammi toccare le tue intimità, / permettimi di godere il piacere / assoluto dei sensi voraci. / Invocazione libidinosa che la giovane censura a salvaguardia della propria illibatezza.

Respinto, Amnon reagisce con inaudita violenza: Le braccia robuste afferrano / il candido corpoLa bianca colomba, trafitta / dal falco, resta ferma / tra gli artigli acuminati. La carne, / violata, si macchia di sangue, / … La colomba sbranata dal nibbio / emette labili grida, / silenziosi lamenti di morte, / annichilimento danimo e sensi.

Versi pregni di lucida trasparenza: vanno sussurrati o monologati, contravvenendo alla demonizzazione che si addice a un incesto: va gridato con la parola schiaffo, roccia, catapulta.

Il Manitta, però, in nome dell’ufficio colto del nostro panorama letterario, aborre l’invettiva caustica e rabbiosa, sia pure in situazioni scabrose come quella di Tamar. Di qui, il privilegiare un dettato poetico normalizzato sulla nostra migliore tradizione, centellinato con scelte lessicali suggestive , quali mille volte il suo viso / è sparito nella nebbia di miele /… Il suo sguardo mi annega / in quest’infinito assoluto di palpabile indaco / … una luna che, impavida, solca cieli / di cobalto su tracce di stelle

Una lingua nitore, quella del Manitta: non imbastardisce né scade in volgarità quando la bruciante passione trabocca in odio mortale e Amnon, furioso, i lumi dell’intelletto devastati da insania sessuale, apostrofa Tamar con ributtante angheria: Vai via, vattene / Hai soddisfatto i miei sensi / e più non mi servi. Vattene, / puttana duna notte insaziata / di piacere. Il tuo corpo è svuotato / nella mia violenza. Vattene, vattene. /

Frasario dell’uomo di tutte le età della storia: prepotente, violento, arrogante, maschilista: imbevuto di dottrina superumana, reputa la donna un oggetto, una pupattola con cui giocare e, a gioco appagato, la scarica nella pattumiera dell’usa e getta.

Così Tamar, distrutta, … ferita nel cuore, / subisce il torto del corpo, / subisce il tormento dellanima / e, addolorata, frustrata, altro non vede ch ragazze violentate e uccise, / come lei, nel silenzio.

Servire e silenzio: un verbo e un sostantivo, l’uno conseguenziale dell’altro, compendiano la laidezza dell’abuso. Servire sinonimizza il ruolo ancillare della donna rispetto al maschio e il silenzio arguto, pungente si raffigura come una sorta di enclosures, in cui la tapina, anatemizzata come puttana, si dibatte in un isolamento spaventoso: l’opinione pubblica, passatista e retrograda, è pronta a spezzare una lancia in difesa dell’aggressore.

È la inesorabile vox populi, sfacciatamente maschilista: se una donna viene stuprata, colpevolizza l’esubero dei seni affioranti dalla scollatura vertiginosa o la minigonna inguinale.

Un silenzio surreale e un’acquiescenza pavida avvolgono Tamar in alone di algida indifferenza. Lo stesso padre Davide, saggio amministratore di giustizia, non infligge alcuna punizione: il primogenito non è punibile. Legge infame, salvifica per Amnon: sorta di indulto, lo scagiona e assolve, permettendogli, durante una festa, di eccedere in ilarità e gozzoviglie. Sgombro da rimorsi, sorride e ridegioisce e ammicca … beve e si inebriasi bagna nel vino e dimentica.

Ben altro il frangente psicologico di Tamar. Nullificata, vede solo vuoti corpi nelle alcove notturne; / vuoti corpi vede /negli amplessi forzati, / nella… donna violata, / che non è più donna nellintimo…. E la veste stracciata di vergine /… si sporca / e perde laspetto vivace / d’un tempo. / Un velo di mestizia in permanenza solca il suo viso: si incunea nel profondo e la lacera fin nei precordi.

Età biblica - Duemila: lungo intervallo di secoli, progresso, civiltà che non ha in toto modificato o migliorato la condizione della donna nel rapporto di coppia.

Malgrado il processo di liberalizzazione e le conquiste innegabili in ambito culturale e sociale, la donna, le statistiche dei femminicidi quotidiani lo attestano, rimane, tuttavia, vittima della prepotenza del partner; una prepotenza gratuita che, né correre di stagioni, né leggi che ne sanciscono la parità di genere, riescono ad abradere.

Nella descritta contingenza la stanzialità di codici, per così dire, inversi, conferma, nell’accoppiamento uomo – donna, il persistere del nihil novi sub sole

Componimento di squisita fattura lirica e specchio della subalternità ancestrale della donna, Tamar di Angelo Manitta, Eikon, edizione italo – rumena, Bucarest 2022, si

avvale della traduzione di Otilia Doroteea Borcia, della prefazione di Corrado Calabrò, della postfazione di Dumitru Galesanu, sorta di co-produzione da leggere fino all’ultima pagina, dove il Colophon rimanda, nella struttura compositiva, al Tecnopaegnion di David Gessner.

Recensione
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