Servizi
Contatti

Eventi


Pensieri in libertà al tempo del coronavirus

Non credevo l’alba e il tramonto della mia vita fossero segnati da angosce e paure interrelate; paure e angosce di sibili improvvisi di sirene: allertavano la popolazione di bombardieri angloamericani in imminenti scorribande nell’immensità di un cielo liquido di pianto; paure e angosce, oggi, al fischio di serene egualmente diffusive di panico: quelle delle ambulanze che trasportano i contagiati da Coronavirus ai nosocomi di malattie infettive dove, con la morte in agguato, si cerca di debellare il nemico, che ci bersaglia dal quartiere generale di Wuhan, in Cina.

Oggi, corsa disperata in ospedali appositamente attrezzati; ieri, nei rifugi antiaerei, sotto il fuoco incrociato di contraerea, bombe, spezzoni incendiari: interi palazzi frafranavano, accartocciati castelli di cartapesta. Un’apocalissi! Nello scontro oppositivo tra contingenti di cielo e di terra il suono stridulo di un’altra sirena, quella dei pompieri, accorsi nei luoghi dei sinistri nel tentativo di spegnere focolai di fiamme e di estrarre dalle macerie anziani, donne, bambini. Uomini NO!

Gli uomini validi erano al fronte a combattere una guerra aprioristicamente perduta, a insindacabile giudizio di analisti politici illuminati, non catechizzati dalla oratoria tribunizia e dalla retorica della vittoria assicurata, propalata dalla grancassa fascista.

Non furono da meno storici e filosofi del dissenso: sfidando carceri e confino, preconizzarono il fallimento di un conflitto con un rapporto di forze e di uomini inferiori rispetto a quello che avrebbero schierato e, di fatto, schierarono in mare, terra, cielo le Nazioni europee e l’America con una moderna flotta aeronavale, mezzi corazzati e da sbarco ultima generazione.

Al contrario i nostri soldati, carenti di preparazione militare in un esercito sprovvisto di materie prime, furono votati a una morte ingloriosa nel deserto Al Alamein e nella ritirata attraverso la steppa gelata della Russia. E dire che erano partiti eccitati dalla certezza di una guerra lampo, esaltati dalla motivazione del prestigio italiano in campo internazionale.

Procedo a tentoni, frastornata da ridde di idee che si accavallano e mi bulinano la mente. Non per giustificarmi, ma il raffronto spontaneo tra la guerra dell’infanzia e questa contro il Covid 19 mi sensibilizza a scavare negli archivi di una memoria remota, annebbiata da spirali di oblio. Quelli che si presentificano sono ricordi di una bimba di pochi anni.

Anche il mio papà, sebbene trentottenne, allo scoppio della confliggenza, fu obbligato a dare il suo contributo alla patria. Da Paola, dove fu irreggimentato nel corpo delle guardie costiere, mi spedì, allegata a una lettera per la mamma, una raffigurazione in miniatura del Santo, Francesco, protettore di quella città. È l’unico documento che mi rimane e che attesta la zona di combattimento, cui fu assegnato.

La guerra ci ammannì ore terribili di ansie e di tensione: non si diversificavano da quelle che stiamo vivendo, soprattutto, noi anziani, nella fascia a rischio di mortalità da Coronavirus; noi che dopo i sopravissuti di Auschwitz, Dakau, Matausen, Bergen Belsen siamo i superstiti di operazioni belliche contrassegnate da sterile spargimento di sangue e da parenti mai ritornati dai teatri delle ostilità.

A ripercorrere un a ritroso colmo di sofferenze e di lutti, i bombardamenti a tappeto, la fame, Pearl Harbor e Midway, Hiroshima e Nagasaki ci danno la valenza della belluinità dell’homo homini lupus, così come il virus maledetto ci dà la dimensione dello scienziato fattivo,operativo, talvolta, smarrito e perplesso dinanzi alla letalità di un’infezione che ha invaso la totalità del mondo globalizzato, sconvolgendolo negli affetti e nelle dinamiche del sociale, invalidando radicalmente i rapporti interpersonali.

È la crisi dell’uomo copernicano, minato nel ruolo antico di reincarnato Prometeo, spiazzato dal centro dell’universo e declassato a una delle tante specie transeunti dell’ sistema naturale, basito, sorpreso dall’esplosione di una epidemia, di cui conosce gli effetti devastanti ma non le cause, scientificamente da scoprire, testare, sperimentare.

Non regge a lume di ragione la favola metropolitana della genesi del morbo nel mercato alimentare cinese a cielo aperto dove, senza rispetto di norme igieniche basilari, animali macellati convivono con quelli vivi, compresi i pipistrelli incriminati, insieme con frutta, ortaggi, verdure e quanto altro.

Se proprio dobbiamo almanaccare, credo goda di maggiore attendibilità l’illazione che decreta il virus essersi sprigionato da un laboratorio militare a ridosso del summenzionato mercato. E lì, la creazione e la sperimentazione di armi chimiche, nucleari, batteriologiche, vuoi scientemente, vuoi inscientemente, per una negligenza fortuita, possono avere scatenate fughe di particelle venefiche che da Wuhan si sono diffuse in paesi a latitudini diverse.

La verità? Mai verrà alla luce. La dittatura comunista e militare di Xi Jinping, che ha diffuso la notizia della calamità con un ritardo di oltre un mese, attuerà, se non le ha già attuate, tutte le procedure, affinchè alcuna indiscrezione trapeli, a tutela del segreto militare.

Al di là di quanto possa partorire l’effervescente immaginario collettivo, la verità effettuale è da rinvenire anche nei mutamenti morfologici del pianeta a scadenza millenaria, spesso in concomitanza con eventi atmosferici e patologici nefasti.

Nel periodo di massimo sfacelo dell’Impero di Roma gli acta diurna registrarono, dal 160 al 540, peste antonina (vaiolo), peste di Cipriano, peste bubbonica: si abbatterono sull’Urbe, già in equilibrio instabile sui barcollanti piedi di argilla, accelerandone il tracollo.

Indubbiamente, non esistono calcoli probabilistici mirati a prevedere e, conseguenzialmente, a scongiurare cataclismi di tale portata, diversamente dal fenomeno riscaldamento globale. Di esso c’era contezza e ce n’è a tutt’oggi, ma i Governi mondiali, divisivi, con l’annoso temporeggiare, non hanno elaborato alcun progetto per arginare il disastro ecologico in estenuante lista d’attesa.

A razionalizzare, la vita è un susseguirsi di attese. Attesa di crescere; attesa di lavoro; attesa di indipendenza economica; di formare una famiglia, di avere dei figli, di vederli inseriti nel consorzio degli uomini onesti; attesa di invecchiare… attesa di morire.

Morire! Status di noi anziani, cari al Coronavirus, relegati in casa, in domicilio, sanamente coatto, in attesa che la nera Signora, particolarmente vorace nell’attuale contingenza, consegni ai sanitari la falce e il randello che li autorizza,in applicazione del Codice Blu, a recidere il nostro sottilissimo filo di vita, sulla scorta dei dati anagrafici.

O tempora! o mores! Mi pare di sentire arringare Cicerone e con lui, in scalpitante inquietudine, Nestore e Catone: sobbalzano nella tomba, addolorati per il patrius mos[1] conculcato a detrimento dei giovani, quanto mai bisognosi degli esempi di vita e della memoria storica dei virgolettati “vecchi”.

Il mio è un antiquato disquisire da dietrologa, che si ostina a stimare immarcescibile il concetto di etica e di deontologia professionale, senza considerare che la guerra è guerra e questa del Covid 19 è paragonabile a quella della giraffa col collo più lungo: nel pieno della carestia le consente di sopravvivere sradicando frutti secchi dagli alberi più alti.

Ma noi, anziani, giraffe non lo siamo più. Se l’occhio vigile del Coronavirus si ferma su di noi, dobbiamo augurarci di incontrare sulla strada, di degenti della terza o quarta stagione, medici ligi al giuramento di Ippocrate.

Scarsa fiducia nell’uomo attratto dalle suggestioni del male? Possibile! Di certo l’urgenza Covid 19 mi destabilizza. Romitaggio e isolamento danno libera circolazione a pensieri cupi, pessimistici: disanimata, congetturo sul presente senza proiezione di futuro. Sarà che non prevedevo (come prevederlo?), nella penombra del mio crepuscolo,di fronteggiare una lotta impari con un nemico insidioso e invisibile alla stregua delle fobie ancestrali della guerra della mia infanzia, popolata da orchi e da draghi vomitanti lingue di fuoco: i tedeschi!: voci roche e gutturali, occhi lividi di odio, viso truce e cannibalesco sotto gli elmetti con le alette. Li guardavo e sbiancavo nel volto, incorniciato da boccoli corvini, il fiocco, orgogliosa architettura di mia madre, torreggiante al centro della testa. Mia madre! Al primo zirlo della sirena mi svegliava, mi sollecitava a infilare le scarpe (si dormiva vestiti), mentre lei, lesta, avvolgeva il fratellino in una copertina e, poi, di corsa, ci si catapultava per le scale; lei con il piccolo in braccio, io una mano attaccata alla sua gonna, l’altra abbracciava la sediolina, da cui non mi separavo mai. I cannoneggiamenti si inseguivano a distanza ravvicinata: ad ogni boato i miei denti ballavano una forsennata sarabanda.

Si raggiungeva il rifugio tra una calca di donne invasate da giustificabile crisi di panico.

Psicologicamente fragili, i freni inibitori allentati, scapigliate e sommariamente vestite, in preda ad incontrollabili attacchi di isteria, chiamavano ad alta voce mariti e figli, timorose di averli smarriti o che fossero rimasti indietro nel pigia pigia schizoide intralciavano la fretta concitata degli adulti i nonnini, scamiciati e in pantaloni senza bretelle, indossati alla men peggio.

Finalmente, si oltrepassava la bocca a imbuto del rifugio, bolgia senza Satana: imperversava dal cielo, approfittando di temporanee assenze di Dio.

Seduta sulla mia sediolina di legno cercavo di appisolarmi, la testa reclinata sulle ginocchia della mamma: si era sistemata su una panca, accanto alle altre signore dello stabile.

Il fratellino, disturbato nel sonno di tenero angioletto, piangeva a dirotto: si addormentava pacioso, succhiando il ciucciotto intriso nell’acqua (di zucchero manco a parlarne) di una bottiglietta, che mamma portava con sé, con le altre masserizie.

L’incubo della pandemia si è concretizzato. I bollettini della Protezione Civile diramano quotidianamente cifre allarmanti sul numero dei decessi e dei nuovi contagiati.

Apre un cauto varco alla speranza il farmaco curativo dell’artrite reumatoide: sommistrato in regime di sperimentazione su pazienti in rianimazione, manda segnali di lento miglioramento. L’esortativo Speremus | colora l’arazzo del Covid 19 di pennellate meno fosche.

Si mira, dopo giorni di notizie contraddittorie al contenimento del virus, estendendo il cordone sanitario all’intero territorio nazionale.

A scannerizzare l’evoluzione del contagio, le nuove regole, varate con Decreto Presidente del Consiglio dei Ministri, sono andate in vigore con circa dodici ore di ritardo, creando una spaccatura insanabile tra l’annuncio a mezzo televisione e la loro reale entrata in vigore. Il che mi induce ad avanzare riserve, afferenti al mancato rispetto della contestualità. Incertezze? Ripensamenti? Lungaggini burocratiche? Procrastinare di un tale marcato lasso di tempo l’ufficialità delle misure restrittive ha favorito l’esodo di massa verso le natie regioni del Mezzogiorno di cittadini meridionali, stanziali nell’Italia settentrionale per ragioni di lavoro o di studio.

Casualità? Complotto di circostanze? o non piuttosto, come mi suggerisce il folletto che mi ronza nelle orecchie, tattica? strategia, con lungimiranza architettata, per sanificare, contenendo l’epidemia, il settentrione della penisola e avviare con minore numero di contagiati, la riapertura di industrie, fabbriche, terziario con la connessa ripresa dell’economia già collassata prima del Coronavirus? È ancora divario da questione meridionale? Se così fosse, con la penuria di ventilatori e di posti letto nei nostri ospedali, sia pure di avanguardia, nessun Mosè potrebbe salvarci da un mar Rosso, che non si aprirebbe al nostro passaggio.

La pandemia si è ormai acclimatata nel mondo globalizzato, privilegiando, secondo alcuni esperti, i paesi a clima caldo-uimido. L’Italia è tra questi.

L’aria che si respira in una città caotica come Napoli è surreale. Cessata l’attività degli alberghi di gran lusso, via Caracciolo è solo rumoreggiare di mare. Nei quartieri del centro e in quelli collinari esercizi commerciali chiusi; mezzi di trasporto urbano e extraurbani ridotti del 40%; taxi rari e sporadici; strade deserte; passanti frettolosi, il volto seminascosto da mascherine: più che umanoidi sembrano creature discese da spazi siderali.

Il Decreto Io resto a casa ha persuaso finanche i giovani, per l’età verde, cinici e anarcoidi, vanagloriosi e Superman a rinunciare a discoteche, pab, aperitivo, apericena. Con un grumo di sopraggiunta apprensione e preoccupazione, addirittura i più scettici stanno metabolizzando il concetto che nessuna bislacca trasgressione potrebbe motivare e compensare la perdita della vita, bella in tutti i colori dell’arcobaleno, anche in quelli striati di grigio: quel grigio dopo la bufera, dopo la devastazione dello tzunami Coronavirus si colorerà di azzurro e il sole ritornerà a risplendere più radioso di prima.

Ombre solitarie per la città spettrale lavoratori, muniti di autocertificazione e massaie cariche di provviste: borse e carrelli traboccanti generi di prima necessità, quasi una carestia fosse alle porte. Sono quelle che nella notte tra i 9 e il 10 marzo u.s. non hanno dato l’assalto ai Supermarket H 24, lasciando gli scaffali completamente vuoti. La fregola di accaparrarsi derrate non è che retaggio dei saccheggi effettuati durante guerra, in barba a bombardamenti e a interventi di squadrette fasciste accorse, su segnalazioni di fanatici della dittatura, a seminare terrorismo a colpi di manganellate.

Oggi, la parola d’ordine è Io resto in casa come durante la guerra. Si usciva per causa di forza maggiore, prima dell’alba con il fascetto di tessere annonarie per mettersi in fila all’ingresso della panetteria del quartiere: la posta in gioco la razione giornaliera di pane.

Ingrossavano la fila le donne, pronte a disperdersi in un fuggi fuggi generale all’improvvido stridìo della sirena. Una babele, uno scompaginare insensato: gambe che si davano alla fuga disordinata, cuori in extrasistoli, una pazzia collettiva simile a quella che si prova adesso al fischio delle sirene delle ambulanze. Per me che abito in zona ospedaliera sussulti e sgomento frequenti: ne aggiorno il numero, sempre più fitto. Siamo prossimi al picco.

Guerra e Coronavirus, opposti che si attraggono. Che fare? Come uscire di ambascia?

Cercando in noi stessi la saggezza, la fermezza, la volontà perdute inseguendo sogni chimerici fatui, futili beni voluttuari, edonismo sfrenato, d’incanto, spazzati dalle folate micidiali che si denominano Covid 19.

Al monito di rimanere in casa deve abbinarsi la tenacia e la voglia di RESISTERE!, ad ogni costo, nonostante tutto, a dispetto di tutto.[2]

La lezione ci viene dai “grandi”

A ddà passa’ ‘a nuttata, ora più che mai deve essere per noi tutti attesa fiduciosa come lo fu per Gennaro Jovine nella Napoli del 1946, dove i flaconcini di penicillina, a prezzo vertiginoso, erano monopolio esclusivo del mercato nero.

La nostra condizione di terza guerra mondiale è meno fortunata: nessun mercato nero può rifornirci di vaccino ante-Coronavirus.

La chiave di volta della problematica, ovunque la si giri, rimane l’attesa. Ribadisco: è l’insegnamento tramandato dai “grandi”.

Per chi non lo sapesse, al recinto degli Uomini illustri del Cimitero di Poggioreale, a Napoli, sulla lapide della tomba di Giovanni Amendola si legge: Qui vive Giovanni Amendola Aspettando.

Ecco, nella città morta, assordata dalla voce del silenzio, infranta spesso dal sibilo della sirena, in attesa di illuminarci di echi d’infinito,

SI ASPETTA

 

[1] Patrius mos, costume dei padri

[2] Motto di Sarah Bernhardt

Materiale
Literary © 1997-2021 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza