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Azzurro, il melograno

Marina Agostinacchio è nata nel 1957 a Padova dove vive. Azzurro, il melograno, la sua corposa raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede, è un testo composito e articolato architettonicamente, scandito in otto sezioni che hanno, una rispetto all’altra, una certa autonomia.

Le scansioni del libro sono: Praga, Budapest, Divagazioni sul tema, Black and back, L’ora piena, Penombra, Nel cuore il melograno, La ballata del lavoratore.

Pur essendo molto diversificata, di scansione in scansione, la raccolta, a livello stilistico e formale, presenta una forte unitarietà: infatti la cifra distintiva costante, che caratterizza questo testo, è quella di un linguaggio armonico e sorvegliato, scattante, icastico e leggero.

Emerge un’indiscutibile eleganza, nel versificare di questa poetessa che scrive testi costituiti da segmenti brevi, con una forte frequenza di punteggiatura.

Si ritrovano, nelle poesie, una forte densità metaforica e semantica e, nello stesso tempo, una notevole chiarezza e un grande nitore.

Le prime due sezioni hanno per temi i viaggi dell’io – poetante, rispettivamente a Praga e Budapest. e, in questo contesto, è chiaramente presunta una valenza autobiografica.

Il ritmo dei versi è sincopato e incalzante, come nella poesia iniziale della raccolta intitolata Il viaggio-:” Oltre la linea di luce, il confine, / la lunga fila di auto è per l’Italia, / si consola del giusto andare verso…/”.

In questo componimento riscontriamo una scrittura non molto compatta dal punto di vista espressivo, caratterizzata da frammentarietà; il tema è quello del viaggio verso Praga e, dalla descrizione, trapela una certa inquietudine a livello materico nella rappresentazione del confine e dell’autostrada.

Ma non c’è in questi versi solo l’asettica autostrada: infatti non mancano descrizioni naturalistiche, quella degli alberi rossi e delle terre di girasoli.

È il seme stesso che di nuvola in nuvola si fa parola e diviene poesia.

Si riscontra limpidezza nei dettati e nel componimento Ponte Carlo, che incontriamo nella prima sezione, il senso del cronotopo, dello spazio nel tempo, è molto marcato e slitta nel passato, nell’evocazione del ponte stesso che è stato attraversato da tante generazioni oltre che da quella dell’autrice stessa.

Ancora più felicemente riuscite e risolte sembrano le composizioni della sezione Penombra, nelle quali emerge il fattore della quotidianità immersa in un tempo vago e indefinito nel quale si stagliano elementi naturalistici.

Il libro presenta una postfazione di Giacomo Trinci esauriente e ricchissima di acribia.

Marina parte da un lavoro di osservazione della realtà fenomenica per poi scavare in essa per tradurla in poesia nella stabile tensione di un riuscitissimo esercizio di conoscenza.

Costantemente i tessuti linguistici sono connotati da stupore e malia nel relazionarsi dell’io – poetante con la realtà.

Recensione
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