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Cascina e castello

Pubblicato con il contributo della Fondazione Marino Piazzolla di Roma, presieduta da Velio Carratoni, Cascina e castello, come ha scritto R. Boazzi nel 1990 in I colori del vero. Vent’anni di narrativa 1860-1880, è una storia quasi pre-verghiana di un contadino che a poco a poco si è impadronito di tutti i beni dei suoi nobili signori.

Il libro, apparso dapprima a puntate su “Il Museo di Famiglia” e “Serate italiane”, venne pubblicato in volume nel 1878.

Tre anni più tardi il critico Giuseppe Cesare Molineri, a proposito della trama del romanzo sacchettiano, scriveva che una famiglia nobile che cade rosa dai vizi e dall’inerzia viene nel Cascina e castello, a contatto con una famiglia di contadini, arricchitasi sempre più, di generazione in generazione, col lavoro, e talvolta anche col raggiro, essendo quasi tradizionale in quella famiglia, per vendicarsi di antichi insulti ricevuti dal conte, di valersi di ogni occasione per allargare la Cascina a spese del Castello, senza badare ai mezzi, e facendo all’occasione, per fomentare i vizi del contino, qualche contratto usuraio a babbo morto.

La Cascina s’ingrossa e s’allarga, butta ad ogni anno una nuova ala di fabbricato che stringe dappresso il Castello, il quale cede man mano, ed è ridotto a non essere più che uno scheletro, preda designata e certa della Cascina.

Come scrive il curatore Francesco Lioce, il nucleo ispirativo di Cascina e castello è senz’altro realista, di un realismo propenso, però, all’indagine storico-sociologica e finalizzato, in sintesi, a descrivere i cambiamenti dell’ultimo periodo preunitario, cercando di decifrare, soprattutto a livello antropologico, i segni dell’antagonismo che separa tra loro i diversi ceti sociali.

Sacchetti dimostra che promuovere, secondo saldi criteri narrativi, sincere finalità pedagogiche, non significa avviare a tutti i costi un’applicazione “militante e impegnata” del fare letterario.

E in questo traccia un percorso più unico che raro tra la tradizione del romanzo storico e le istanze ormai nascenti del Verismo, tra la prima e la seconda metà dell’Ottocento.

Tuttavia, invece di essere analitico, il suo realismo è sintetico, scarso di dettagli, ma dotato, oltremodo, delle strutture di un pensiero che non dice, ma rappresenta.

A differenza della realtà siciliana del Verga, dove la storia sembra che non possa mai arrivare, il presente del nostro, proprio in quanto storia, non appare eterno ma in continuo movimento: è il tempo stesso a sgretolare il casato degli Ormeto, condannati all’estinzione proprio perché, essendo il prodotto di un immobilismo protratto e, quindi, sostanzialmente detemporalizzato, non hanno alcuna capacità di adattamento.

Lo stile di Sacchetti è affabulante e, cifra fondamentale, presenta una forte chiarezza espressiva.

Molto accurate sono le descrizioni naturalistiche e di interni che lo scrittore ci propone.

Il Castello, con i suoi abitanti, diviene luogo e simbolo del dolore e della perdita e immagine di un mondo, quello nobiliare, destinato a declinare rispetto agli altri ceti sociali, la borghesia imprenditoriale e addirittura la fascia dei contadini, che, in questo caso, si arricchiscono a danno degli Ormeto.

Metafora della fine del Castello,sembra essere, emblematicamente, la figura dell’anziana contessa, che ritroviamo agonizzante all’inizio della diegesi.

Con lei muore un microcosmo fatto di privilegi spesso ingiusti e l’autore, con cognizione di causa, immerge la narrazione in modo sincronico nel suo spazio, dove avviene la vicenda.

Si può affermare che nell’ispirazione letteraria del nostro vengono filtrati i retaggi migliori di buona parte della tradizione ottocentesca.

Come scrive Gualtiero De Santi nella postfazione al di là dello sgomento per le trasformazioni sociali, che allora molti narratori seppero registrare, c’è in Sacchetti una sorta di liquida descrittività intesa a sottoporre le particolari espressioni della pagina a un filtro vivido.

Un romanzo breve Cascina e castello, che ci fa penetrare, tramite le sue ambientazioni in una costellazione che appartiene ormai al passato.
Recensione
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