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Casuali insignificanze

Casuali insignificanze, la raccolta di Roberta Petacco, che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una nota critica di Mauro Macario esauriente e ricca di acribia intitolata Una donna in bianco e nero.

Insignificanza significa completa mancanza di consistenza e significato e avere scelto da parte dell’autrice il titolo Casuale insignificanze denota un atteggiamento di modestia della poetessa consapevole e ironico perché i componimenti che ci presenta sono efficaci e convincenti e paradossalmente carichi di significato contrariamente alla sua dichiarazione d’intenti.

Serpeggia nei tessuti linguistici una vena antilirica che si realizza in una scrittura pensosa e intellettualistica connotata da una forte densità metaforica e sinestesica e da una forte intensità semantica che realizza un avvertito ipersegno.

Nel primo breve componimento Luce bassa s’invera una carica di pessimismo: Come al tempo dell’eterno rimandare / lastricare di ostacoli il cammino / certi dell’inciampo.

Nella suddetta poesia si realizza il tema del cronotopo nell’essere detto con urgenza il tempo in uno spazio carico di ostacoli certi dell’inciampo.

La poeta riflette stesso sulla parola stessa alla cui radice si affaccia la voragine e non bisogna dimenticare che le poesie sono fatte di parole.

Nella ricerca dell’identità l’io – poetante si sperde in un racconto di sé stesso che rimane incompiuto e si è alla costante ricerca di un filo che tenga, di un varco salvifico nella scissione nei meandri oscuri della vita.

È costante il senso di perdita e i versi sono raffinati e ben cesellati nell’ottimo controllo formale.

Si evince uno stabile richiamo ad un passato imprecisato, ad una provenienza che era felice.

Ma non si ritrova una vana nostalgia ma la tensione verso la riattualizzazione come evento catartico.

Si nota una ricchezza delle immagini che sgorgano le une dalle altre e c’è talvolta nei tessuti linguistici la vaga traccia di una scrittura anarchica.

Si nota il senso della corporeità che si fa verbo, parola e spesso, come nella descrizione di un antenato, aleggia un senso di morte e di disfacimento.

Un sentimento di vaga bellezza all’insegna del dono del turbamento si situa costantemente nei dettati.

La parola si fa magica nel decollare sulla pagina in una riflessione ontologica quando la poetessa dice con urgenza: Ho smesso di aspettarli / e quel che è meglio / non mi aspetto più nel rivolgersi a persone imprecisate delle quali ogni riferimento resta taciuto.

Si respira nei suddetti versi un senso inquietante d’attesa stabile di qualcosa che non arriva nel quale si avverte un’indiscutibile influenza del Beckett di Aspettando Godot.

Il poiein dell’autrice partendo dal buio sembra trovare spiragli di luce anche se permane un forte senso d’inquietudine.

Recensione
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