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Ci stiamo abituando all'inferno

Atti dei Convegni per il
Centenario della nascita di Marino Piazzolla
20-21 aprile 2010 – Università “Carlo Bo” di Urbino
12 maggio 2010 – Biblioteca nazionale centrale di Roma

Pubblicato con il contributo della Fondazione Marino Piazzolla di Roma, il volume è costituito dagli Atti dei Convegni per il Centenario della nascita del Nostro che, con la sua attività, ha occupato una buona fetta del Novecento.

La raccolta è costituita dallo scritto introduttivo di Velio Carratoni La favola bianca e dalle sezioni: Marino Piazzolla nel centenario della nascita e Un flàneur a Roma.

Ciascuna delle due sezioni è composta da numerosi saggi stilati da critici significativi tra i quali Giorgio Bàrberi Squarotti, Marcello Verdenelli, Gualtiero De Santi, Adina Jega ecc.

Un riferimento alla Favola bianca di Carratoni, prima di procedere con altre motivazioni e spunti che nascono dall'analisi del testo. Per Favola bianca s'intende venire a contatto con un mondo vuoto e inanimato che si popola, cresce e decresce, a contatto con un nous originario e dinamico. Questo è solo un pretesto per svelare altri scopi da rivelare.

Nel tempo in cui è vissuto Piazzolla in Italia, nella “società poetica”, dominava la triade: Ungaretti, Quasimodo e Montale. Altri poeti rilevanti erano Cardarelli, Gatto, Caproni, Bertolucci, Pasolini, Penna; Piazzolla non poteva primeggiare su tutti, anche se occupava un posto dignitoso di attenta dedizione alla cultura.

In vita, il poeta è stato, pur tra alti e bassi, sottovalutato, senza causare, con il suo “caso”, uno dei silenzi, nel campo culturale: per esempio, durante la sua esistenza, si è occupata di lui l’amica filosofo María Zambrano e numerosi esponenti della critica da Cecchi a Magri e della poesia da Caproni a Quasimodo ecc.

Piazzolla, nato a San Ferdinando di Puglia nel 1910, morto nel 1985 a Roma, si interessava anche di insegnamento e di critica letteraria e d’arte. Per molti i suoi interventi erano sottesi ad una preparazione di matrice europea.

I su citati Convegni sullo scrittore hanno messo in risalto molti presupposti da approfondire.

Il poeta frequentava altri artisti e critici, che incontrava o frequentava a Roma. La sua costituiva una dignitosa presenza di animazione e di stimolo su frenetici argomenti del tempo.

In occasione del Centenario è tornata di attualità anche la tematica della religiosità, di natura laica, atavica, precipuamente legata alle sue origini contadine.

A volte si sdegnava dei metodi delle istituzioni, comprese quelle della Chiesa; tuttavia ammirava Papa Roncalli e, in occasione della sua morte, confidò a Giancarlo Fusco: “Da cinque anni nei sacri palazzi c’è stato un vero amico degli uomini”.

Era un intellettuale tollerante, favorevole al libertarismo e ai diritti civili, di cui aveva sentore nel periodo della ripresa degli anni Sessanta.

La sorpresa del Centenario è stata la presa in esame di Piazzolla da parte di tanti esponenti dell’ambiente dell’Accademia e di una cultura di riferimento.

È da mettere in rilievo che il metodo della Fondazione è quello di allargare l’attenzione non solo sul poeta pugliese, ma anche su esponenti della cultura italiana, dalla Rosselli a Pagliarani, da Vigolo a Mario Socrate, non tralasciando tanti poeti europei.

Come mette in evidenza Ignazio Delogu nel saggio L’impegno culturale e le lettere della sposa demente, c’è un altro versante di grande interesse e di notevole importanza, senza dubbio, per la valutazione complessiva della produzione del poeta, e anche della sua personalità, quello del critico che, sui quotidiani e sulle riviste, ha esaminato i libri dei maggiori scrittori francesi contemporanei, anzitutto, e anche italiani con acutezza e responsabilità, contribuendo alla loro conoscenza in un paese, come il nostro, afflitto, non sempre per colpa dei suoi cittadini, da un persistente provincialismo, da una sorta di autarchia culturale.

Delogu compone un “ritratto” di Piazzolla, dandone un’immagine che, dai dati somatici, presi come punto di partenza, arriva a delinearne il carattere, la psicologia e l’interiorità.

Afferma lo studioso di averlo conosciuto a Roma, verso la fine degli anni ̉40, nell’ambito di una cerchia di amici di differenti temperamenti, professioni, tendenze, inclinazioni e idiosincrasie.

Erano tempi caratterizzati dalla riconquistata libertà, senza eccessivi sospetti, che favorivano associazioni fondate sul rispetto reciproco, più che sulla tolleranza. C’era il desiderio di ricucire molteplici strappi, di riparare fratture, di guardare al futuro più che al passato, spesso caratterizzato da violenze, orrori, persecuzioni, da guerra in definitiva.

I luoghi di ritrovo erano i bar, le trattorie, i caffè blasonati o meno.

Il Caffè greco era un ambiente classico, che esercitava un notevole fascino sui giovani scrittori, poeti e pittori.

Anche la sala da te Babington era uno dei punti più frequentati dallo stesso Delogu, da Piazzolla e da molti altri artisti e intellettuali, uniti tra loro in vari gruppi.

L’autore aveva un corpo grosso, atticciato, volto largo, accigliato, sorridente, baffi, pizzetto arguto triangolare; era caratterizzato da un comportamento debordante e da una coerente esuberanza.

A volte il poeta pronunciava qualche apprezzamento un po’ osé, detto sempre con buona dose d’innocenza.

Con gli amici Marino era cordiale e fiducioso; era lui che si raccontava. Era quel che si dice un “uomo di compagnia”, un meridionale affabulatore, ironico e spesso sarcastico, cauto e misurato nello spendere.

María Zambrano s’interessò, nell’ambito della sua produzione, soprattutto al poemetto Lettere della sposa demente, del quale apprezzava, oltre che la leggerezza visionaria, la concretezza, la corposità della definizione del tempo e dello spazio, temi centrali, soprattutto il primo, del suo pensiero filosofico.

La sua personalità era sostanzialmente retrattile per via dell’inclinazione meridionale a racchiudersi nel proprio infinito individuale, contrariamente allo stereotipo che lo vuole espansivo ed estroverso.

Non si ritrova nell’autore una tendenza a parlare del proprio Roman intime. Il poeta sapeva mimare e raccontare vicende con voce e gesti, da uomo del sud.

Una completa biografia di Piazzolla dovrebbe muoversi su due livelli convergenti, quello della fisionomia reale e quello della caratterizzazione immaginaria.

Di importanza l’amicizia del poeta con María Zambrano, filosofo conosciuto e stimato ormai anche in Italia, che studiò anche matrici creative di Piazzolla.

La notorietà del filosofo è ancora notevole nel panorama culturale europeo (esiste una Fondazione Zambrano a Malaga).

Al poeta non mancava la passione civile, ma di ispirazione ribellistica più che rivoluzionaria, in ogni caso non legata ad una precisa ideologia..

Come scrive Gualtiero De Santi nel capitolo La poesia piazzolliana e il pensiero di María Zambrano, la fortuna critica dell’autore, o almeno un’attenzione mirata e meglio approfondita nei riguardi della sua opera poetica, nasce all’incirca dopo la scomparsa dell’autore pugliese.

È una svolta che vanta primamente i lavori incentrati sulla sua figura ; in primis le monografie di Antonella Calzolari, Donato Di Stasi e l'Omaggio di Carratoni.

Quello tra Piazzolla e la Zambrano può leggersi come un incontro tra un poeta in azione e una grande intellettuale, che sarebbe stata definita tale solo qualche decennio dopo.

Lo scenario è quello della Roma sopravvissuta ai disastri della guerra e trapassata nel pieno fervore di una ricostruzione materiale, quanto morale e culturale.

In quei primi anni ’50 del secolo scorso, l'autore di s. Ferdinando di Puglia era alla ricerca di una legittimazione del proprio lavoro poetico nell’attesa – e nella speranza – che la sua voce si fosse definita meglio.

Nella contingenza di cui sopra la Zambrano viveva nella Capitale il proprio esilio, dopo la bufera che aveva devastato e distrutto la Repubblica Spagnola.

C’era nel suo pensiero un collegamento tra poesia e metafisica, ma anche tra etica ed estetica, che dovette informare le menti di quanti la conobbero, tra cui Piazzolla.

Sull’autore il filosofo scrisse il corposo intervento El poeta italiano Marino Piazzolla, contributo destinato alla pubblicazione nel n. 6 dei Cuadernos del Congreso per la Libertad de la Cultura (Parigi, maggio-giugno 1954), a proposito di Esilio sull'Himalaya.

Viceversa Piazzolla scrisse su di lei: Pensatori d’oggi María Zambrano, del 1959, e L’uomo e il divino di María Zambrano, una filosofa per l’uomo, del 1962.

D’altro canto ci si potrebbe legittimamente interrogare sulla reale portata dell’intelligenza critica dell’autore, riguardo all’estetica e alla filosofia zambraniane, capire se egli avesse inteso la ricchezza di quelle riflessioni che si allacciavano alla poesia.

I titoli dei due interventi mettono in luce alcuni caratteri essenziali del mondo della Zambrano: una presenza congiunta dell’umano e del divino e una riflessione filosofica, che pur risolta in una componente trascendente, era comunque immaginata e meditata per gli uomini.

Quella poesia che per la Zambrano si colloca in uno spazio recondito, espressione di un logos oscuro, un universo che è intermedio tra sensibile e senso, Marino Piazzolla la situa in quelle voragini psichiche e vocali di cui egli avvertiva la presenza e che ha sondato dispersivamente prima nelle raccolte-medaglione sulle figure primitive e arcaiche, poi nei giri onomatopeici di Hudèmata e nel palesarsi in quella raccolta da voci sorgenti dalle profondità.

In Il senso vero e reale delle cose Marco Ballabene si propone di indagare la grecità alla quale si fa riferimento quando si prende in esame la poesia dell'autore rivisitato, mettendo in luce i rapporti che questa linea instaura con il pensiero del poeta stesso e le correnti letterarie più moderne.

In un’intervista alla rivista Fermenti del 1977, l'autore pugliese individua una matrice francese e una greca della sua poesia.

Per quanto riguarda l'influsso francese è nota l’esperienza giovanile del poeta a Parigi, dove entra in contatto con personaggi come Gide, Valery, avvicinandosi anche a Reverdy e a Claudel.

Per il segno greco invece si deve capire che cosa s’intende con questo termine e di risalire per gli impervi rivoli delle strutture tematiche e materiali della copiosa produzione del nostro

Scrive il poeta nel 1977 sulla rivista Quinta generazione: ”Nel 1950 ha per me inizio un’esperienza poetica nuova: sentii allora la necessità di rivivere la lirica greca come fase essenziale per ritrovare, o meglio recuperare la primigenia innocenza umana”.

Ecco dunque che la grecità si pone come uno strumento per ritrovare qualcosa che evidentemente si è perduto.

Già questo basta a porre una dialettica ellenica, attraverso la quale viene tentata la rifondazione di un linguaggio o di un rapporto immediato dell’essere umano attraverso la lirica.

È interessante notare che l'autore, almeno con queste parole espresse, non parli di Grecità in senso filosofico, ma in chiave poetica.

Per il pugliese, infatti, è nella lirica greca che si ha una fase fondamentale per recuperarne l’innocenza perduta, non nella ricerca teorica o nella visione del mondo.

Per questo motivo la questione diventa stilistica anche se i due piani s’intersecano continuamente.

Si insiste sulla questione della lirica greca perché non si presenta, a dispetto di tanti titoli delle sue opere (Elegie Doriche, Amore Greco, Dolore Greco, Gli occhi di Orfeo solo per citarne alcuni) una grecità di facciata o di specie letteraria, che parli di figure greche, ponendosi come sostanza della parola o come rapporto vero con il mondo, che si dà attraverso il canto poetico.

In un articolo del 1962, comparso su “La Fiera Letteraria”, esprime la sua ammirazione per la lirica dei greci e per le immagini che si avvalgono di elementi del corpo umano come a rimarcarne l’aderenza tra canto e vita.

“E il motivo per cui questa è una poesia che ancora dopo tanti secoli ha retto l’urto del tempo e che quindi può essere considerata ancora nostra, risiede nel fatto che essa è la stessa voce della vita”, scrive l'autore.

Nell’impossibilità, nello spazio di una recensione, di soffermarsi criticamente, su tutti i contributi del prezioso e corposo volume, vanno di seguito elencati i saggi che lo costituiscono, oltre a quelli analizzati, per avere, anche solo attraverso i titoli, un’idea più completa degli Atti dei Convegni per il Centenario della nascita del poeta ricordato.

Tali saggi sono: La poesia di Marino Piazzolla e il primo Novecento italiano, di Manuel Cohen, La parola sospesa: Lettere della sposa demente, di Teresa Ferri, Questioni metriche e musicalità, di Antonella Calzolari, Hudèmata : onomatopea e teatralità, di Maria Lenti, L’estetica dell’abisso. Per una rilettura delle lettere della sposa demente, di Donato Di Stasi, Il critico, di Marcello Verdenelli, Per un ritratto dello scrittore R. M. Ratti-Soglie e frammenti dei detti memorabili, di Matteo Martelli, Elementi di traducibilità e traduttologia, di Giampaolo Vincenzi, Pasquale Marino Piazzolla in traduzione rumena. Alcune cadenze, di Adina Jega, Paris au bord de gouffre, di Emanuela Petrosillo, Suenos, poessìa y vestuario en la pintura, di Gonzalo Vàzquez Ecfrasi: la poesia legge l’immagine, di Valeria Capossela, L’affittacamere e il libero arbitrio-Ripercorrendo i detti memorabili di R.M. Ratti, di Donato Di Stasi, Rapsodie, Balletti, Capricci, Sonate: Sinfonie, di Giorgio Bàrberi Squarotti, L’Angelo sugli occhi. Alla ricerca delle “parole antiche” in Sugli occhi per sempre, di Marco Testi, Tra le pagine de “La fiera letteraria, di Antonella Calzolari, Nel periplo romano, di Gualtiero De Santi, L’Archivio della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, di Magda Vigilante, Arte in archivio, di Laura Biancini, “Hudèmata Actàbat” – Note di regia, di Marco Palladini.

Un volume, quello preso in considerazione, che tende ad approfondire il discorso su un poeta e critico sottovalutato del Novecento italiano, la cui vita e le cui opere sono più che mai vive e stimolanti e sulle quali si potrà fare ancora luce, grazie anche alle fertili attività della Fondazione omonima, mai celebrative in senso lato o elogiative per partito preso, come avviene nei confronti di tanti pontefici della nostra prassi storico-poetica che ha causato tanti danni di stagnazione o di chiusura informativa. Qualche accademico orbo o gazzettiere venduto ai soliti apparati dovrebbe notarlo.

Per concludere un altro interrogativo sul titolo del libro. Perché ci stiamo abituando all'inferno? Per l'abbassamento di ogni concetto di vita e di bene che agli inizi degli anni Ottanta si è manifestato in Italia. Non si dimentichi che Piazzolla morirà nel 1985, lo stesso anno dell'uscita del Pianeta nero, dieci anni dopo la fine atroce di Pasolini che tanto l'aveva turbato. Ma non solo. Lui morirà parlando di declassamento di ogni valore, mentre si accingeva a lasciare come suo testamento culturale una Fondazione che vari soloni dell'oscurità preconcetta tendono a sottacere. Anche se il più va a suo merito, dati gli alti risultati di tante iniziative promosse dal 1988, anno del suo riconoscimento, a oggi.

Recensione
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